Lilli Gruber.
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L'altro Islam.
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UN VIAGGIO NELLA TERRA DEGLI SCIITI.
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Parte 2.
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2004 RCS Libri, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di quesat parte.
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10. Il Libano del Sud: nel cuore della leggenda
11. Le lezioni del passato: "Pace in Galilea"
12. Hezbollah e Fadlallah: Giano e la Sfinge
13. Bye-bye Bremer
14. La sovranit mutilata
15. Saddam e la Cia: un'amicizia particolare
16. Najaf: l'equazione sciita
17. Uno sciismo iracheno
18. Teheran: la battaglia del velo
19. La crisi dei turbanti
CONCLUSIONE. Najaf e le due Simone
POSTFAZIONE. Da Roma a Bruxelles: la stessa passione
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Fine indice.
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CAPITOLO 10. IL LIBANO DEL SUD: NEL CUORE DELLA LEGGENDA.
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DA DOVE COMINCIARE il viaggio della memoria? Sono indecisa su quale sia il modo migliore per mettere a frutto il mio breve soggiorno in Libano, dove Jacques mi ha raggiunta. So che trover in questo Paese personaggi e luoghi che mi aiuteranno a capire i protagonisti e gli avvenimenti dell'Iraq. Ci avevo pensato subito dopo la fine della guerra, quando giovani sciiti armati avevano preso il controllo della periferia di Sadr City. Con la fronte avvolta nella fascia verde dei martiri dell'Islam, mi avevano fatto pensare ai loro correligionari libanesi. Avevo ritrovato lo stesso fervore, la stessa determinazione, la stessa accettazione del sacrificio. Ma anche la stessa disciplina nell'attuazione di un progetto politico con almeno un obiettivo chiaro: la rivendicazione della parte di potere che spetta loro di diritto. Voglio capire i meccanismi che animano questi giovani, i princpi che li guidano e che spesso li portano anche alla morte. Per questo voglio incontrare i loro capi, capire i loro messaggi, verificare se sia possibile un dialogo con coloro che in Occidente vengono in primo luogo descritti come "terroristi", "fanatici religiosi", esaltati che danno una lettura traviata e violenta del messaggio di pace dell'Islam. Voglio decifrare qui in Libano, dove la storia si  placata, i messaggi del passato che mi indicheranno forse la strada del futuro in Iraq.
Quello che ho visto durante il tragitto dall'aeroporto, le immagini dell'incontro amichevole tra il presidente libanese Emile Lahoud e il capo di Hezbollah Hasan Nasrallah, ha stuzzicato la mia curiosit. "Un bel punto di partenza" mi dico. L'alleanza tra lo Stato libanese e il partito sciita nello scambio di prigionieri tra Israele, i palestinesi e il Libano ha costituito uno straordinario successo per il gruppo integralista. Ovviamente rimane un nemico per gli Stati Uniti che lo considerano - con qualche ragione - soltanto un'organizzazione terroristica, ma  anche un interlocutore dal quale non si pu prescindere. Grazie a un accordo siglato con l'intermediazione della Germania, l'uomo d'affari - o agente -israeliano Elhanan Tanenbaum, catturato in Libano nell'ottobre del 2000, e le spoglie dei soldati Adi Avitan, Benyamin Avraham e Ornar Sawaid, rapiti nello stesso periodo e lasciati morire in prigionia, sono stati consegnati alle autorit israeliane da Hezbollah. In cambio Israele ha liberato 400 detenuti palestinesi, 23 libanesi, 5 siriani, 3 marocchini, 3 sudanesi, un libico e un tedesco, Steven Smirek, detenuto dal 1997 con l'accusa di spionaggio per conto di Hezbollah.
Ottenendo la liberazione di un numero cos elevato di arabi, Hezbollah  assurto al rango di negoziatore regionale con lo Stato ebraico, laddove Israele dal canto suo ha sempre assicurato che avrebbe rifiutato qualunque trattativa con i "terroristi". Accettando l'accordo, il governo di Ariel Sharon ha conferito un'aura eccezionale a un'organizzazione che vuole ancora distruggere. Poich in Libano - nel Medio Oriente in generale - i paradossi non mancano mai, qualche giorno prima dello scambio di prigionieri l'ambasciatore americano a Beirut, Vincent Battle, chiedeva alle autorit libanesi di interrompere ogni contatto con Hezbollah, proprio mentre veniva organizzata la trionfale accoglienza dei prigionieri rilasciati all'aeroporto di Beirut. Alla presenza del governo al gran completo e dei leader del Partito di Dio.
Mi interessano due nomi nella lista dei detenuti rimessi in libert, due alti responsabili sciiti venerati nella loro comunit in Libano ma anche in Iran e in Iraq: Abdel Karim Obeid e Mustafa Dirani. I due capi integralisti rapiti da Israele, il primo nel 1989 e il secondo nel 1994, sono i pesci grossi libanesi pi importanti mai detenuti da Israele. Si pensava che sarebbero serviti da moneta di scambio per ottenere informazioni sul destino di un aviere israeliano, Ron Arad, dato per disperso in Libano dal 1986. Ron Arad  da sempre il simbolo degli sforzi che lo Stato ebraico intraprende per "riportare a casa" i suoi soldati prigionieri o le salme dei militari uccisi sul campo. Israele si  dunque rassegnato a liberare i due integralisti. Lo sceicco Obeid era uno dei comandanti militari di Hezbollah e lo sceicco Dirani era al momento del suo arresto il capo dei servizi segreti di un altro gruppo sciita flo-siriano, Amai. Nell'aprile del 2000 la Corte suprema di Israele aveva ordinato la loro liberazione come anche quella di altri 13 detenuti libanesi. Ma erano stati tutti trattenuti in detenzione "amministrativa" a tempo indefinito, perch secondo le autorit israeliane costituivano un "pericolo per la sicurezza di Israele".
Nel maggio del 2000, dopo il ritiro israeliano dal Libano, Hezbollah aveva dichiarato di non essere disposto a deporre le armi fino a quando tutti i prigionieri non fossero stati liberati da Israele, che per ha ancora nelle sue mani il delfino, Samir Kantar, condannato a 542 anni di prigione.
Vorrei incontrare almeno uno dei due personaggi della "resistenza libanese", come viene considerata da queste parti. Forse riuscir a capire meglio come funziona la miscela di fervore religioso e patriottismo che sembra cos indecifrabile per noi occidentali. Chiamo il mio fedele Maatuk: "Voglio incontrare Obeid o Dirani". Dall'altra parte del telefono sento un breve silenzio, ma so che se la cosa  fattibile Maatuk mi dir di s. "Mi informo" risponde.
Pochi minuti dopo ricevo un messaggio sul mio cellulare nel quale mi si chiede di richiamare l'autista dei miracoli. "Obeid  tornato a casa sua, a Jibshit. Ci possiamo andare domani."
Maatuk  visibilmente soddisfatto della sua dimostrazione di efficienza. Mi annuncia di aver parlato anche con Lynn Maalouf che sar ben contenta di farmi da interprete. Parla perfettamente il francese, l'inglese e l'arabo. E trova anche il tempo - come scoprir poi - di crescere un'adorabile bambina, di scrivere un film con suo marito e di essere sempre di buonumore.
Ci vuole un'ora e mezza per arrivare a Jibshit percorrendo la nuova autostrada realizzata per volere del primo ministro, l'uomo d'affari Rafie Hariri che ha fatto risorgere dalle macerie il Libano. Siamo partiti presto, il sole alla nostra sinistra fa scintillare il mare. La Mercedes di Maatuk corre sulla strada veloce. Oltrepassiamo le spiagge alla periferia di Beirut, che per i libanesi non hanno nulla da invidiare a quelle di Portofino, Saint-Tropez o Miami. La sabbia  bianca, l'acqua limpida e ragazze abbronzate ballano sui tavoli per il piacere dei giovani vitelloni locali.
Dopo Saida, dove  nato Hariri, deviamo a sinistra per imboccare il dolce pendio dei contrafforti del Jabal Amel, la montagna del Sud. Il "Sud", semplicemente, o "al-Janub" come dicono i libanesi. E` gi di per s una localit mitica, un posto impregnato di fede e violenza, ma anche di misteri, dove si capisce subito che Beirut la cosmopolita  lontana. Qui  il regno delle grandi famiglie, del clientelismo, e anche dell'omert. I villaggi maroniti e sciiti stanno l'uno accanto all'altro, con la religione di Ali che domina su tutto. Israele  vicinissimo, ma per molti abitanti del Sud oltre la frontiera  ancora Palestina.
All'ingresso di Jibshit, una piccola localit di circa 20.000 abitanti, troneggia un ritratto gigante a colori dello sceicco Obeid: turbante bianco, barba folta, lineamenti pieni, naso pronunciato e occhi vagamente ironici. Alcune delle migliaia di bandiere stampate con la sigla di Hezbollah che l'hanno accolto al suo ritorno a casa sono ancora esposte sui balconi e sui tetti delle case. Molti striscioni che ripercorrono la lunga marcia della resistenza anti-israeliana addobbano i muri o sono appesi alle facciate. Ma  una scenografia un po' sbiadita sotto il cielo che  diventato grigio.
Questo villaggio senza attrattive  stato per anni il simbolo della "lotta di liberazione" e del "martirio". Si trovava nel cuore di quello che qui chiamano "l'arco della resistenza", una serie di paesi aggrappati al rilievo scosceso di una regione a poca distanza dall'ultima zona occupata da Israele, la celebre "fascia di sicurezza". Era da questi villaggi che partivano le operazioni di guerriglia contro la milizia libanese filo-israeliana - l'Esercito del Libano Sud (Els) - e contro le posizioni o le pattuglie di Tsahal. Era contro questi villaggi che l'esercito israeliano lanciava a sua volta i contrattacchi ed era nelle vallate circostanti, nella macchia o nelle grotte, che le sue squadre d'assalto cercavano di stanare i combattenti libanesi. Oggi nelle ripide stradine di Jibshit i giovani sembrano annoiati. Hanno barattato le loro uniformi con magliette all'ultima moda. Ignorano il grande plastico che troneggia sulla piazza centrale: un pugno che schiaccia una stella di Davide. Sul bancone di una piccola libreria la maggior parte delle copertine delle riviste attira gli sguardi con sorrisi di ragazze senza veli. Sembrano prendersi gioco di un volto serio il cui ritratto naif campeggia su ogni muro del villaggio: quello di Raghib Harb, imam di Jibshit, ucciso con tre colpi alla testa il 12 febbraio 1984 da alcuni agenti israeliani. E` il primo grande martire di Hezbollah.
Andiamo alla moschea. Accanto, una grande tenda bianca ha accolto migliaia di fedeli che nei giorni precedenti erano venuti ad acclamare la "Voce della fede", come  stato soprannominato lo sceicco Obeid. Mentre Maatuk e Jacques chiedono dove possiamo trovarlo, Lynn e io fermiamo un gruppo di donne che escono dal luogo di culto. Hanno voglia di parlare anche se quella che sembra sorvegliarle, rigorosamente avvolta nel suo chador nero, preferirebbe tagliar corto.
"Qui la resistenza si  sbarazzata di Israele; ne siamo usciti pi forti e ci siamo ripresi la nostra dignit perduta. Per quanto riguarda l'Iraq seguiremo i consigli dello sceicco Nasrallah, ma speriamo che la resistenza contro gli americani cominci presto" mi spiega Fatima, una giovane donna con grandi occhi verdi. Zeina, velata ma con un paio di leziosi guanti di seta, sembra ben informata su quanto sta accadendo ai "cugini" iracheni. "Sono d'accordo, ma devono prima liberarsi dei combattenti "stranieri". L'Iraq  diventato un porto franco per tutti quegli estremisti che non hanno nulla a che fare con la liberazione del Paese. La resistenza libanese era dei libanesi, quella irachena deve essere degli iracheni!"
Le donne passano oltre e Maatuk ritorna annunciandoci che lo sceicco Obeid  stato avvisato e ci aspetta a casa sua.
Al suo rientro dall'internamento in Israele,  tornato a vivere nella sua abitazione da dove un commando israeliano l'aveva prelevato nella notte del 27 luglio 1989. I servizi segreti dello Stato ebraico e la Cia sospettavano che fosse l'autore del rapimento, avvenuto nel febbraio del 1988, del colonnello americano Richard Higgins che ufficialmente lavorava per l'Onu. Gli spietati carcerieri di Higgins, l'Organizzazione degli oppressi sulla terra, lo hanno accusato di lavorare per i servizi segreti americani e lo hanno anche torturato. Lo hanno poi impiccato per vendicare la cattura di Obeid, e hanno diffuso il 31 luglio 1989 un macabro video di 37 secondi nel quale si vedeva il corpo dell'uomo dondolare appeso a una corda.
Ci fanno accomodare in un piccolo e semplice salotto con un divano e poltrone marroni. Lynn si siede accanto a me, Jacques di fronte alla poltrona in cui prender posto il nostro ospite. Poco dopo lo sceicco Obeid entra nella stanza con passo rapido. Stringe un bastone ma sembra non averne bisogno. I saluti sono veloci e ovviamente l'idea di stringermi la mano non lo sfiora neppure. L'etichetta islamica  esigente, come mi verr continuamente confermato nel corso di questo mio viaggio nell'arcipelago sciita. Per l'occasione mi sono coperta i capelli con un foulard, proprio come Lynn, che per  fasciata in jeans decisamente poco regolamentari.
A 47 anni, l'uomo che ho davanti  tarchiato e robusto. I 15 anni trascorsi nelle prigioni israeliane non sembrano aver lasciato tracce. E` difficile sapere dove Obeid sia stato incarcerato: secondo alcune informazioni  stato tenuto prigioniero a Sarafand, un centro di detenzione che un giornalista israeliano del quotidiano "Haaretz", Yair Kutler, ha soprannominato il "palazzo della morte". Sarafand sorge in una grande base militare tra Gerusalemme e Tel Aviv, non lontano dall'aeroporto Ben Gurion. La prigione  stata installata, come molte altre carceri israeliane, in un forte costruito dagli inglesi negli anni Trenta. Sono i fortini Taggart, dal nome di Charles Taggart, l'ingegnere che li ha progettati. Ce ne sono 70 e gli inglesi li usavano per le guarnigioni incaricate di tenere sotto controllo la crescente agitazione in Palestina. Indagini pi recenti, svolte da alcuni giornalisti e da organizzazioni per la difesa dei diritti dell'uomo in Israele, hanno stabilito che Obeid, Dirani e altri prigionieri importanti erano detenuti in una prigione conosciuta con il nome di "campo 1391". Questo centro di detenzione, di cui la stampa israeliana ha iniziato a parlare alla fine del 2003, era stato battezzato la "Guantnamo israeliana". Ma era prima che scoppiasse lo scandalo di Abu Ghraib.
Gli domando prima di tutto se il ritiro israeliano del maggio del 2000 e la recente liberazione di prigionieri abbiano indebolito lo spirito della resistenza. Obeid si mostra pacato e prudente nella risposta: "Il principio di base della resistenza  che esiste un'occupazione. C' resistenza fin quando esiste un'occupazione. Se non esiste pi un'occupazione, non c' pi resistenza".
E` una logica che ha il merito della semplicit, addirittura del semplicismo. Ma mi guardo bene dal farlo notare al mio interlocutore. Parla leggermente chinato in avanti e appoggia il pomo del bastone contro il petto. Tiene gli occhi fissi a terra. Ho l'impressione che non sia propriamente felice di ricevermi.
"Ma bisogna considerare l'occupazione in tutte le sue componenti" prosegue. "Prendete il Libano: anche in caso di ritiro completo, anche se non ci saranno pi prigionieri, la resistenza potr continuare. I palestinesi non devono essere lasciati soli di fronte agli israeliani."
Ci siamo! La Palestina riportata al centro del dibattito nello scontro con Israele. E` effettivamente un problema che da sempre mobilita ma allo stesso tempo divide i movimenti politici e militari nei Paesi arabi, a cominciare dal Libano. La lotta si ferma con la liberazione nazionale o prosegue fino a quando la questione palestinese verr risolta? E` vero che oggi, con l'avventura americana in Iraq, la lotta contro l'occupante sembra ritrovare nuovo sostegno tra gli arabi.
Ma lo sceicco Obeid ha una sua idea in testa e quando gli rivolgo una domanda sull'ascesa degli sciiti in Iraq, espone un approccio che ritrover costantemente nei discorsi dei religiosi di questa comunit, i "monaci-soldati" di Ali: "In Iraq non possiamo ridurre la questione a un problema di confessioni. Noi siamo dalla parte di tutti gli oppressi. Alla resistenza in Libano partecipavano tutte le confessioni. Ma il punto comune tra il Libano meridionale e l'Iraq  che la popolazione  a maggioranza sciita. E` necessario che gli sciiti libanesi e iracheni si mobilitino per la resistenza".
In altre parole, sunniti e sciiti dell'Iraq devono rimanere uniti, ma la legge dei numeri riconosce a questi ultimi una superiorit. Ma, aggiunge lo sceicco Obeid che  in primo luogo un uomo d'azione e non un'autorit religiosa, toccher alle guide spirituali della comunit definire l'azione da seguire: "Come  successo in Libano, anche in Iraq tutto  nelle mani degli ulema. Se ritengono che sia meglio seguire un percorso politico con manifestazioni pacifiche, si far cos. Ma se tutto ci non dovesse portare alla fine dell'occupazione,  naturale che si faccia ricorso alla forza".
Adesso  chiaro. Ho la strana impressione che Obeid e il suo lontano cugino Moqtada al-Sadr, l'iracheno, leggano lo stesso spartito. Ritrovo in questi due uomini gli stessi accenti di determinazione e intransigenza, la stessa convinzione della grandezza dell'obiettivo e della giustificazione dei mezzi. L'intervista  finita ed  stata decisamente breve. Verr a sapere pi tardi che sono avvenuti serrati scambi telefonici tra Jibshit e Beirut. L'ufficio di Hezbollah a Beirut non era al corrente del mio viaggio n della mia intenzione di incontrare Obeid. Quando i responsabili lo hanno saputo, hanno dato il via libera mentre lo sceicco avrebbe preferito rimandare indietro a mani vuote quella giornalista intraprendente.
Prima di andarmene, chiedo all'uomo scampato dalle prigioni israeliane che cosa ha provato il giorno della sua liberazione. "Mi sono sentito come un bambino nel ventre della madre, come se nascessi una seconda volta..."
Obeid  l'eroe di una guerra che in Libano sembra finita. Il suo futuro politico  incerto, mentre il capo di Hezbollah, lo sceicco Nasrallah, cerca una nuova direzione per il Partito di Dio svincolata dalla retorica della "liberazione" che rischia di essere soffocante. Leggo sulla stampa libanese che questa necessit di nuovi orizzonti  condivisa dai commentatori locali. Per "L'Orient-Le Jour", giornale indipendente francofono, la conclusione dell'affare dei prigionieri ha fatto "perdere una carta di negoziazione fondamentale" a Hezbollah e "al potere libanese" che lo appoggia. "Con le risoluzioni alle quali si sta giungendo e con un eventuale ritiro israeliano dalla zona contesa di Chebaa [ai confini tra la Siria, il Libano e Israele], lo Stato libanese non potr pi continuare a prolungare artificiosamente una situazione conflittuale con Israele [...] e Hezbollah dovr rivedere la sua posizione e il suo ruolo sulla scena locale e regionale" afferma il giornale in un editoriale. Per il quotidiano a grande tiratura "An-Nahar", il dilemma  pi serio: Hezbollah "continuer a godere di appoggi regionali [Iran e Siria], senza i quali il suo contenzioso con Israele non sar risolto, ma il vero problema  sapere se gli Stati Uniti utilizzeranno il negoziato o il bastone per sradicare questa organizzazione che ha dato filo da torcere allo Stato ebraico".
Nell'ora dello scontro tra gli sciiti iracheni di Moqtada al-Sadr e l'esercito americano nelle roventi sabbie del deserto mesopotamico,  un problema che oltrepassa le frontiere del Libano e delle montagne del "Janub", dove per vent'anni i discendenti di Ali hanno combattuto i soldati di Tsahal.
Non ho potuto incontrare Mustafa Dirani, rapito nel Libano meridionale il 21 maggio 1994. E` tornato nel suo villaggio di Qsarnaba nella piana orientale della Bekaa, sotto l'occhio attento dei siriani. Tuttavia l'esperienza vissuta da quest'uomo dal volto impenetrabile, i tratti marcati e la folta barba nera, merita di essere raccontata. Qualche giorno prima della sua liberazione, il suo avvocato, Tzvi Ridi, ha presentato un'istanza al tribunale di Tel Aviv i cui termini mi sono sembrati estremamente attuali quando ne ho letto, in pieno scandalo Abu Ghraib, la traduzione fatta da Amnesty International.
In questo documento ufficiale, registrato presso la cancelleria del tribunale, Dirani parla di un mese di interrogatori a cui sarebbe stato sottoposto subito dopo la cattura da parte di un commando israeliano. Racconta di torture, violenze sessuali, umiliazioni.
Gli israeliani si aspettano una confessione su quello che sa dell'aviatore Ron Arad. Lo accusano di aver consegnato l'ostaggio ai servizi segreti iraniani.
La denuncia di Dirani, all'inizio dell'anno,  venuta ad aggiungersi alle testimonianze di prigionieri libanesi e palestinesi, alle ricerche effettuate da avvocati israeliani, come Leah Tsemel, agli sforzi delle associazioni di difesa dei diritti dell'uomo, tra cui la HaMoked, per denunciare i centri di detenzione e di tortura come la prigione 1391. Alcuni soldati israeliani nelle loro testimonianze hanno confermato l'esistenza di questo sistema. Ufficialmente il governo israeliano nega di condurre in questi centri attivit contrarie alle leggi dello Stato ebraico. Tuttavia anche l'ex capo dei servizi segreti israeliani (lo Shin Bet), Ami Ayalon, ha spiegato: "Sapevo che esisteva un centro 1391 e che non era sotto l'autorit dello Shin Bet, ma sotto l'autorit dell'esercito. Non credevo all'epoca, e non lo credo tuttora, che un centro di quel tipo debba esistere in una democrazia".
Per molto tempo una prigione del Libano meridionale  stata il simbolo di questi maltrattamenti: Khiam. Maatuk mi ci porta, anche se non rimane pi niente da vedere, mi dice, nel luogo che per anni ha provocato lo sdegno di tutto il mondo. Gli ultimi 144 prigionieri sono stati liberati quando i soldati israeliani hanno lasciato la "fascia di sicurezza" il 24 maggio 2000. I carcerieri e i torturatori libanesi li hanno seguiti e sono gli unici a non poter rimettere piede nel loro Paese. Per loro il perdono non arriver mai. Durante i 15 anni della sua sinistra attivit, il centro ha accolto circa 2000 prigionieri, palestinesi e libanesi. Per dieci anni Israele ha smentito l'esistenza di questo luogo e la Croce Rossa Internazionale  potuta entrarvi solo nel 1995 per organizzare un sistema di corrispondenza epistolare tra i prigionieri e le loro famiglie.
Piove quando ci avviciniamo a quello che all'epoca del colonialismo francese fu un fortino con grandi scuderie, in cima a un promontorio. Oggi la bandiera gialla di Hezbollah sventola sulla porta del muro di cinta che le famiglie dei prigionieri hanno abbattuto il giorno della liberazione. Un gruppetto di guardiani ci lascia entrare senza cercare di attirare la nostra attenzione sul museo simbolico che occupa una delle stanze. La nostra visita sar breve, un rapido passaggio davanti alle minuscole celle, alle stanze di tortura, all'ufficio n. 1 dove iniziavano gli interrogatori. Ho l'impressione che nessuno cerchi di costruire una leggenda intorno alle sofferenze patite a Khiam. Come se anche qui i libanesi volessero dimenticare e procedere speditamente con una vita pi bella. "Bukra, inshallah", "Domani, se Dio vorr".
Riprendiamo la strada per Beirut. Dovr ritornare nel Sud del Libano. Da l si pu guardare da lontano la piana della Galilea. Hezbollah, non l'esercito libanese,  dispiegato lungo la frontiera. Un'ultima zona contesa, le fattorie di Chebaa, impedisce ancora di arrivare a una risoluzione definitiva della questione di chi controlla che cosa in questa regione del Medio Oriente che fu una delle pi esplosive per un intero quarto di secolo.
Ma procedendo verso la capitale e le sue vetrine alla moda, riesco a dare un senso a ci che ho visto e sentito nelle ultime ore. L'uomo che ho incontrato seduto nella sua casetta di Jib-shit  un simbolo della "resilienza" piuttosto che della "resistenza", questa capacit quasi fisica, pi passiva che attiva, di vincere gli sforzi del nemico che ti vuole distruggere.
Dopo 15 anni di prigionia, Obeid  tornato al punto di partenza per predicare nella sua moschea lo stesso messaggio di fede e di resistenza. La strada  stata lunga e faticosa. Certo  stato neutralizzato durante la prigionia, ma altri hanno preso il suo posto al fronte e sul pulpito. Ed  diventato un eroe.
Alla fine di aprile riprende il suo ruolo di emissario di Hezbollah e viene tenuto in grande considerazione dai padrini iraniani. Sar ricevuto con tutti gli onori dal presidente Mohamed Khatami, e dubito che nell'incontro abbiano discusso del sapore dei pistacchi iraniani e libanesi.
Obeid  ritornato a casa con la sensazione di condividere una vittoria di cui  stato a suo modo uno dei fautori. La maggior parte delle terre sono state liberate. Ma il prezzo pagato  stato alto, come testimoniano le foto dei "martiri" che occupano i muri dei villaggi del Jabal Amel o anche le celle vuote di Khiam. Ogni famiglia qui pu raccontare di un parente morto, ferito o imprigionato. Questi ricordi sono associati alla nostalgia dei combattenti per la gloria del passato, alla loro fierezza di vedersi riconoscere lo status di vincitori nei confronti dell'esercito pi potente della regione. Ma se il dolore degli anni di fuoco si  placato, l'odio  stato piantato in questa terra cos ricca. E vi rimarr per molto tempo.
Come si  arrivati a questo punto? E perch non abbiamo imparato la lezione?

CAPITOLO 11. LE LEZIONI DEL PASSATO: "PACE IN GALILEA".

E' STATA LA CURIOSITA` a spingermi sulla terrazza della sfarzosa villa di Mohammed Fahs. Mi ritrovo a bere un buon caff, seduta con Mohammed, sua moglie Amai, Lynn, Maatuk e Jacques. Il cielo  limpido. Ai nostri piedi, Nabatieh, la citt dove tutto ha avuto inizio il 16 ottobre 1983.
Quando siamo entrati in questo grande borgo del Sud del Libano, noto per essere il centro del commercio del tabacco, mi sono subito chiesta chi abitasse sulla collina verde sopra la citt. Per un po' abbiamo girato in macchina per Nabatieh, tappezzata con i tradizionali ritratti di dignitari sciiti e "martiri". Siamo passati davanti al cimitero, dove alcuni striscioni onorano la memoria dei caduti. Sulla piazza centrale, la carcassa arrugginita di un semicingolato israeliano funge da monumento commemorativo. Poi Maatuk ha lanciato la sua Mercedes su una ripida scorciatoia per raggiungere la cima della collina. Qui sono state costruite una mezza dozzina di case imponenti, una delle quali con il suo color ocra quasi rosso ha attirato la mia attenzione. Era massiccia, costruita su tre livelli, circondata da un muro di cinta, partorita dall'immaginazione di un architetto che aveva mescolato gli stili moresco e messicano. In ogni altro posto del mondo l'avrei considerata un sublime esempio di cattivo gusto. Ma in Libano bisogna essere capaci di cambiare spesso prospettiva.
Abbiamo suonato alla porta e molto gentilmente Mohammed, un tipo piccoletto vestito con semplicit all'occidentale, e sua moglie ci hanno invitato a entrare.
Lo scontro tra Israele e gli islamici libanesi  cominciato in questa citt. Il 16 ottobre 1983, circa 50.000 fedeli celebravano la fine delle festivit dell'Ashura. Una pattuglia israeliana volle attraversare la processione. I blindati si aprirono a forza un passaggio tra la folla. La tensione sal alle stelle. Iniziarono a volare le prime pietre in direzione dei soldati di Tsahal. Furono esplosi degli spari. Quando nella cittadina torn la calma, c'erano due libanesi morti e 12 feriti. Da quel momento nulla  pi stato come prima.
Nell'estate del 1982, gli sciiti avevano assistito all'ingresso degli israeliani nella loro regione con un certo sollievo. I "vicini" erano venuti a cacciare degli ospiti ingombranti, i combattenti palestinesi che dal 1970 si servivano del Libano meridionale per lanciare attacchi contro Israele e la "fascia di sicurezza", creata dagli israeliani nel territorio libanese con l'operazione "Litani" nel 1978. Ovviamente le popolazioni libanesi dovevano sopportare le reazioni dello Stato ebraico, ma era soprattutto quell'atteggiamento da soldataglia che attirava sui Fedayyin un odio costante da parte degli abitanti del Sud. Quando i Merkavah israeliani erano avanzati verso le postazioni dell'Olp sul confine della "fascia di sicurezza", gli sciiti non avevano preso parte ai combattimenti. Ma la loro pazienza si esaur rapidamente: si resero conto che gli israeliani erano venuti per restare, che mandavano nelle loro citt e nei loro villaggi amministratori civili incaricati di prendere il posto delle lite tradizionali, che imponevano accordi commerciali sfavorevoli agli agricoltori della regione e che organizzavano la sicurezza intorno all'Esercito del Libano Sud, la milizia creata da un generale cristiano, Saad Haddad.
L'oltraggio della cerimonia dell'Ashura segn l'inizio di una rapida escalation.
Il seguito  noto a tutti: una settimana dopo gli incidenti di Nabatieh, il 23 ottobre, un'enorme esplosione scuoteva tutta Beirut, seguita immediatamente da un'altra. Bilancio dei due attentati tra i pi sanguinosi della storia: 241 marine americani e 58 legionari francesi uccisi. Appartenevano a una forza multinazionale che comprendeva anche gli italiani, inviata nell'estate del 1982 per cercare di separare i belligeranti. I servizi segreti occidentali scoprirono molto presto che erano stati vittima di un'alleanza - che avrebbe costituito il cuore del problema della sicurezza in Libano - tra gli estremisti sciiti, la Siria e l'Iran. Sei mesi prima, gli Stati Uniti erano gi stati il bersaglio di un attentato contro la loro ambasciata sul lungomare della Comiche che aveva ucciso 63 persone di cui 17 americane, e tra gli altri i responsabili della Cia per il Medio Oriente.
Gli Stati Uniti e la Francia tolsero le tende dopo questi attacchi. Poi i loro cittadini sul posto, come pure altri occidentali, divennero oggetto di un'ondata di rapimenti. Questa pratica di per s non costituiva certo una novit per il Libano, poich musulmani e cristiani ne avevano fatto uso e abuso dall'inizio della guerra civile. Ma ora un'arma prettamente locale veniva rivolta contro gli stranieri. Con uno scopo ben preciso: ridurre l'influenza delle nazioni prese di mira. Rimanevano quindi padroni del terreno Paesi come la Siria o l'Iran, i cui servizi segreti avevano un certo ascendente sui rapitori.
L'Occidente faceva cos le spese di ci che sarebbe diventato, nel gergo dei giornalisti, "il terrorismo islamico". Scoprivamo con stupore e angoscia l'efficacia di un'arma, il terrore.
Contemporaneamente, gli israeliani diventavano ovviamente i bersagli principali della collera degli sciiti e di quelle formazioni libanesi laiche che combattevano contro l'occupazione del loro Paese. Gli attacchi suicidi contro basi e convogli militari diventarono l'arma preferita e terribile di gruppi come Hezbollah o il suo braccio armato, la Resistenza islamica. Il fatto che i militanti impegnati in queste operazioni fossero pronti a morire per la loro causa divent oggetto di dibattiti tra gli esperti occidentali, ma anche negli ambienti religiosi sciiti dove i saggi stabilirono con precisione i casi in cui il suicidio  autorizzato e quando invece l'Islam ne rifiuta categoricamente il principio.
Mi sento molto lontana da quegli anni di furore e di sangue sulla terrazza dei Fahs. Eppure ne siamo veramente cos distanti?
Mohammed mi racconta di essere appena rientrato dagli Stati Uniti dove viveva da trent'anni con la moglie e i tre bambini, in Florida. Sembra aver fatto fortuna poich la sua casa  sicuramente la pi costosa e la pi grande con i suoi duemila metri quadrati. Ha ceduto come fanno molti altri emigrati libanesi alla debolezza per il vistoso, un modo di far capire a tutti che il padrone di casa ha avuto successo. E` decisamente evasivo sui motivi del suo rientro. E` ritornato in Libano da pochi mesi e mi da l'impressione di annoiarsi molto. "Non so nulla di ci che avviene qui. Non mi occupo di politica. Non conosco nessuno di Hezbollah" continua a ripetere il nostro ospite.
Tuttavia il suo nome non  sconosciuto nella regione. A Jibshit pare che uno sceicco locale, Hani Fahs, fosse molto attivo in particolare nel campo delle relazioni con gli sciiti iracheni. Dopo qualche insistenza Mohammed Fahs mi racconta che l'Fbi - nonostante lui ribadisse di non avere nulla a che fare col movimento - lo ha voluto interrogare pi volte sulla questione di Hezbollah. E confessa che alla fine n lui n la sua famiglia si sentivano pi i benvenuti nella loro seconda patria. Non so quale sia la verit. L'unica cosa di cui sono certa  che sembra ben contento di veder partire gli stranieri venuti solo a bere un caff e che si sono poi messi a fare troppe domande.
In questa nostra esplorazione del Libano meridionale la prossima tappa  Marjayoun, una grande cittadina cristiana costruita lungo una strada che domina una vallata. Di fronte a noi i villaggi che vediamo in cima alle colline sono anche loro cristiani. Pi oltre, a una decina di chilometri in linea d'aria,  gi Israele. Ci troviamo nel cuore di quella che fu la celebre "fascia di sicurezza", una striscia di terra che gli israeliani hanno controllato per 22 anni. Mille chilometri quadrati che sono stati la posta in gioco di combattimenti finiti solo con l'evacuazione israeliana nel maggio del 2000.
Marjayoun significa "pianura delle sorgenti". Ci troviamo in una regione benedetta dalla natura dove l'acqua  abbondante, i terreni fertili e il clima favorevole a ogni tipo di coltura. E infatti, dopo il ritiro israeliano, gli agricoltori sono ritornati in queste zone e la campagna  ricoperta a perdita d'occhio di lunghi teloni di plastica sotto i quali sono piantate file di pomodori, meloni o cocomeri.
Ali Dia, che incontro nella sua casa trasformata in ufficio stampa, qui  una leggenda. Sciita, corrispondente locale dell'Afp, fotografo, autore di lavori teatrali con studi da dentista,  vissuto - sopravvissuto? - in tutto questo periodo con segreti di cui non pu parlare. La milizia cristiana, l'Els, veri ausiliari di Israele, gli ha permesso di lavorare e Hezbollah oggi lo lascia in pace. Ci sistemiamo sulla terrazza di un caff per mangiare una manusheh, una specie di pizza al formaggio, e per preparare il nostro ultimo incontro facendo alcune indispensabili telefonate. Poi saliamo nella piccolissima macchina di Ali, un camioncino giapponese che sembra un giocattolo.
Guida troppo veloce per le strade strette e dissestate della zona. Fuma in continuazione. Robusto cinquantenne, ha la faccia di un avventuriero, di quelle che i registi vorrebbero trovare pi spesso: occhi scuri, un volto dai lineamenti marcati, baffi folti e mani simili a pale che si destreggiano tra il volante, il cellulare e l'accendino. E` stato arrestato due volte dagli israeliani durante il periodo dell'occupazione, ma preferisce non parlare del suo soggiorno nella prigione di Khiam. "Oggi io sono ancora qui, mentre loro se ne sono andati" dice semplicemente.
Gli chiedo che cosa  successo dopo il ritiro delle truppe di Tsahal. "Ci sono stati alcuni atti di vendetta" mi spiega "ma nulla a che vedere con quello che gli uccelli del malaugurio ci avevano preannunciato. Nessun massacro di cristiani, nessuna pulizia etnica. I responsabili dell'Els e i torturatori della prigione di Khiam hanno riparato in Israele e non sono mai pi tornati. I semplici miliziani se ne sono andati e poi sono tornati. Si sono fatti un po' di prigione, hanno pagato un po' di soldi e nessuno li disturba pi."
Ci che  certo  che non faranno pi politica. E` vero che Hezbollah li lascia tranquilli, ma il Partito di Dio non sopporta la concorrenza nei territori che considera di sua propriet. A Jibshit avevo incontrato un vecchio comunista, un cristiano. Mi aveva detto che Hezbollah era sospettato di aver eliminato gli elementi laici della resistenza libanese. Oggi anche lui viene tollerato e non un solo islamico gli rimprovera di bere alcolici e di non credere in Dio, ma non milita pi. Hezbollah ha anche ridotto a poca cosa l'influenza dell'altra formazione sciita, il movimento Amal del presidente del Parlamento Nabih Berri.
Da alcuni minuti percorriamo una strada dritta. Ali indica alla sua sinistra: "Ecco Israele" mi dice mostrandomi a meno di 300 metri uno sbarramento di rete metallica lungo il quale corre un percorso in terra battuta. "Ed ecco Ghajar" aggiunge puntando l'indice dritto davanti a lui.
Ghajar, la fine del mio viaggio.
Fermiamo la macchina accanto a una postazione militare, all'ingresso del villaggio, e ci si avvicina un ragazzo che indossa i pantaloni di una divisa.
"Hezbollah" mi sussurra Ali. Esce dall'auto e comincia a parlamentare con il miliziano che tiene in mano un walkie-talkie. Lancia di tanto in tanto un'occhiata verso la macchina. Riesco a cogliere dei frammenti della conversazione nella quale torna spesso la parola mamnu. La conosco per averla sentita troppo spesso nel mondo arabo: " vietato". Alla fine Ali mi fa segno di uscire. Sorride: "Cinque minuti, non di pi".
Siamo arrivati al confine di tre Paesi che da oltre 50 anni sono in guerra: Israele, Libano, Siria. Eppure qui regna un'atmosfera quasi surreale di assoluta normalit. Ghajar si trova in una zona ancora contesa. Non lontano, riesco a vedere le fattorie di Chebaa, che hanno fatto scorrere fiumi di inchiostro. Israele assicura che questa terra  siriana e non libanese. Deve essere inclusa, sostiene, in una risoluzione che tenga conto dell'annessione nel 1981 da parte dello Stato ebraico delle alture del Golan sottratte alla Siria nella guerra del 1967. Sono proprio questi minuscoli lotti di terreno ancora controllati da Israele che rischiano di riaccendere i fuochi della guerra. In questa tormentata parte del mondo, dove solo 150 chilometri in linea d'aria separano Gerusalemme dal confine libanese, ogni centimetro quadrato di territorio assume un'importanza vitale.
La storia di Ghajar illustra perfettamente l'estrema complessit che assumono le controversie in questa regione del mondo.
Il villaggio raggruppa una serie di moderne case geometriche con le facciate dipinte a colori vivaci. Sui tetti sono stati montati pannelli solari e serbatoi d'acqua. Le strade sono stranamente vuote. Non possiamo avvicinarci e non facciamo altro che girare intorno al paesino percorrendo una circonvallazione. La nostra guida di Hezbollah ci segnala a una decina di metri la prima postazione israeliana: se ci seguisse le sentinelle gli sparerebbero contro.
Storicamente siriano, il villaggio  un prolungamento delle alture del Golan controllate per da Israele fin dal 1967. Gli abitanti sono siriani alawiti ma hanno passaporti israeliani. I loro figli parlano arabo e vanno a scuola in Israele. La "linea blu" tracciata nel maggio del 2000 dall'Onu come frontiera tra il Libano e Israele divide in due Ghajar: due terzi al Libano e un terzo nel Golan. Ma Israele ha deciso in seguito di dichiarare Ghajar "zona militare" per evitare che i libanesi arrivassero in massa nella parte loro restituita. Quanto agli abitanti, quando si chiede loro un parere dicono di volere che il villaggio ritorni alla Siria. Ma sono sinceri? Il dubbio  lecito.
Ghajar sovrasta il fiume Wazzani che si chiama Hasbani in Siria e Dan in Israele. Le acque sono fonte di controversie tra il Libano e Israele. Sull'altra sponda del fiume il villaggio di Wazzani appartiene al Libano. E` povero e sporco. Le strade sono disastrate e la corrente elettrica  cosa rara. "Sono i parenti poveri" mi spiega Ali Dia.
Poi mi da una delle chiavi di lettura di questo piccolo mistero: la droga. Tra le due rive del fiume gli scambi tra famiglie sono floridi: hashish, oppio, eroina arrivati dalla Bekaa transitano verso Israele e altri fruttuosi mercati. "Conviene a tutti quanti" mi assicura Ali.
Per completare il quadro non poteva mancare in questa zona un contingente di caschi blu dell'Onu. Il loro compito  di assicurarsi che regni la pace. Vengono dall'India, seguono con il binocolo l'evoluzione di una situazione di cui non capiscono nulla e cercano di evitare i campi minati quando escono dai loro posti di guardia.
Il controverso status di Ghajar e Chebaa  servito allo Stato libanese per rifiutarsi di dispiegare il suo esercito lungo la "linea blu". Ed  toccato dunque a Hezbollah il ruolo di guardiano della frontiera in uno strano faccia a faccia con il suo peggior nemico. Una situazione che nessuno poteva immaginare il 6 giugno 1982, quando cominci la prima guerra "preventiva" lanciata da Israele contro uno dei suoi vicini arabi.
Il 6 giugno 1982 alle 11 del mattino l'esercito israeliano, agli ordini del ministro della Difesa Ariel Sharon, inizia una vasta operazione attraverso il confine settentrionale dello Stato ebraico in direzione del Libano, "Pace in Galilea". Israele fa entrare in poche ore nel Sud del Libano nove divisioni, ovvero circa 78.000 uomini e 1240 carri armati con un forte appoggio dell'aviazione e della marina.
L'obiettivo ufficialmente dichiarato  respingere lontano dalla frontiera gli elementi pi attivi della guerriglia palestinese dell'Olp di Yasser Arafat. L'idea  di espellerli da una striscia larga 40 chilometri per impedire il lancio di razzi sul Nord d'Israele che terrorizzano le popolazioni dei villaggi e delle colonie della Galilea. Il governo israeliano di Menachem Begin dichiara di non avere altri obiettivi. L'operazione, dicono a Gerusalemme, si concluder nell'arco di pochi giorni, proprio come avvenne per l'operazione "Litani".
Il pretesto per lanciarla era stato fornito il 3 giugno quando un gruppo di palestinesi estremisti agli ordini di Abu Nidal - espulso dall'Olp nel 1974 - aveva cercato di assassinare a Londra l'ambasciatore israeliano Shlomo Argov. Il diplomatico era scampato alla morte ma era stato gravemente ferito. L'aviazione israeliana aveva reagito bombardando alcune postazioni dell'Olp a Beirut e l'Olp aveva a sua volta risposto sparando contro il Nord della Galilea.
Fino a quella fiammata di violenza, un cessate il fuoco de facto negoziato dieci mesi prima dall'inviato speciale americano Philip Habib aveva mantenuto la calma lungo la frontiera. Ecco cosa scrisse in seguito il giornalista e saggista israeliano Jacobo Timerman: "Per la prima volta una guerra non era nata come risposta a una provocazione".
Timerman ha dedicato un bel libro a quella che all'epoca chiam "la guerra pi lunga". Lo ha finito il 21 settembre 1982, tre mesi e mezzo dopo l'inizio delle ostilit. Per lui la guerra era gi durata troppo: suo figlio era nell'esercito e temeva ogni giorno per la sua vita. Tuttavia, serviranno 18 anni a Israele per uscire dal pantano libanese.
Divenne ben presto chiaro che i responsabili israeliani andavano molto oltre le loro prime dichiarazioni: per Sharon e i suoi alleati nel governo di destra bisognava annientare l'Olp in quanto organizzazione politica. Si doveva anche insediare in Libano un governo amico pronto a firmare una pace separata con lo Stato ebraico. E quella che doveva essere un'operazione militare di breve durata si concluse con un disastro politico, morale e strategico.
La preparazione dell'invasione era iniziata subito dopo l'accordo per il cessate il fuoco dell'ambasciatore Habib. Sharon, nominato al ministero della Difesa nell'agosto del 1981, aveva cominciato a parlare apertamente con la stampa del suo desiderio di sbarazzarsi dell'Olp. E la possibilit che il governo Begin arrivasse a un'eventuale soluzione politica e diplomatica non era stata presa in considerazione. Al contrario, era necessario avviare un'azione militare perch nel mondo si alzavano voci che chiedevano l'apertura di un dialogo con Arafat e l'attuazione di una soluzione negoziata. Le circostanze erano favorevoli, tanto pi che con l'arrivo di Ronald Reagan alla Casa Bianca, Begin e Sharon potevano contare su un appoggio duraturo, anche sull'esplosiva questione delle colonie ebraiche nei territori occupati.
Fin dal 1981 gli strateghi israeliani preparavano quindi tre piani: il "Piano uno" prevedeva un'avanzata di 40 chilometri nel territorio del Libano per ricacciare indietro le postazioni dell'Olp; il "Piano due" ipotizzava un'avanzata pi profonda e un collegamento con le milizie cristiane dei falangisti a nord di Beirut. Le milizie cristiane sarebbero dovute entrare a Beirut per distruggere l'Olp. Il "Piano tre", detto i "Grandi pini", perorava la causa di un attacco di grande portata contro i palestinesi a Beirut e contro i siriani acquartierati nella parte orientale del Libano dal 1976, in particolare nella valle della Bekaa.
Il governo di Begin autorizza il "Piano uno" il 5 giugno, ma Sharon decide fin dall'inizio di fare a meno dell'approvazione del governo per lanciarsi in un'azione che  in realt il "Piano tre". Durante tutta la durata dei combattimenti, nell'estate del 1982, terr informati i ministri in modo marginale. E non fornir all'esercito istruzioni coerenti con l'obiettivo che stava perseguendo.
Sul campo, a partire dal 6 giugno, l'avanzata avviene lungo tre assi. Le truppe d'assalto scelgono di avanzare aggirando le citt e senza preoccuparsi dei combattenti palestinesi che le occupano e resistono. Dall'8 giugno, gli israeliani si trovano molto oltre la linea dei 40 chilometri e cercano di provocare l'entrata in guerra dei siriani. L'avanzata verso Beirut fa gi temere al resto del mondo che per la prima volta Israele possa occupare una capitale araba. Gli israeliani rendono questa eventualit ancora pi probabile distruggendo in una sola giornata, il 9 giugno, quasi tutta l'aviazione siriana. Tre giorni dopo raggiungono la periferia di Beirut e tagliano la strada per Damasco. Comincia l'assedio della capitale libanese. Il 3 luglio entrano nel settore cristiano della citt, si insediano a Beirut est e organizzano controlli lungo la linea di demarcazione - nota come "linea verde" - che, dall'inizio della guerra civile nel 1975, divide in due la citt.
Beirut con le sue centinaia di migliaia di abitanti viene bombardata e privata di acqua e luce. Le immagini della citt assediata creano un'enorme pressione sul governo israeliano e sull'amministrazione americana, tanto pi che all'inizio di agosto i combattimenti si fanno accaniti. Ma questi attacchi su tre fronti sono costosi, inutili e politicamente negativi, al punto che gli americani, i francesi e gli italiani inviano una forza multinazionale per evacuare l'Olp: il 21 agosto i primi soldati francesi arrivano a Beirut, il 25 sono seguiti dai marine e il 27 dai paracadutisti italiani. Il 30 agosto Arafat si imbarca per Atene. Viene accolto come un capo di Stato. Due settimane pi tardi verr addirittura ricevuto dal papa. E l'11 settembre la forza multinazionale se ne va. Ritorner 15 giorni dopo in condizioni tragiche.
Sharon era riuscito nel suo intento di espellere Arafat dal Libano, ma l'aveva tutt'altro che eliminato. In realt, non aveva fatto che spostare il problema e alla fine saranno i siriani a cacciarlo nel 1985 dalla citt libanese di Tripoli, nel Nord del Paese, e a obbligarlo all'esilio aTunisi. L'espulsione dei combattenti dell'Olp porter la rivolta dei palestinesi nei territori occupati.
Sul piano della politica interna libanese, Sharon si scontra immediatamente con la difficolt di imporre un governo. Il 23 agosto la Camera elegge presidente il capo delle milizie cristiane delle Forze libanesi, Beshir Gemayel. L'8 settembre Beshir si rifiuta di firmare un trattato di pace con Israele nel corso di un incontro con Begin e Sharon. Il 14 viene assassinato nel suo feudo di Ashrafieh, nel cuore della Beirut cristiana, da un'autobomba che spazza via l'edifcio nel quale risiede. Viene sostituito dal fratello Amin, che capir molto presto quanto la sua sopravvivenza dipenda dalle buone relazioni che riuscir a stabilire con Damasco.
Nel frattempo le cose si mettono male su un altro fronte per Sharon e gli israeliani: la superiorit morale. Dopo l'uccisione del loro capo, i miliziani delle Forze libanesi entrano nei campi palestinesi di Sabra e Chatila a Beirut ovest la mattina del 16 settembre. Per 62 ore massacreranno centinaia di abitanti del campo sotto gli occhi dei soldati israeliani. L'emozione raggiunger il culmine proprio all'interno della societ israeliana: 400.000 persone scenderanno per le strade di Tel Aviv per chiedere un'inchiesta che verr resa pubblica nell'aprile del 1983 e riconoscer la responsabilit perlomeno politica di Begin e di Sharon, obbligando quest'ultimo a dimettersi dall'incarico di ministro della Difesa. Il massacro aggraver il senso di sconfitta morale che regna nell'esercito e nella societ israeliana. Fin dal mese di giugno i soldati tornati a casa protestavano contro la guerra davanti all'ufficio di Begin, ufficiali di fama avevano dato le dimissioni e circolavano petizioni per denunciare il ruolo dell'esercito in quella guerra.
La resistenza contro l'occupazione era iniziata subito, e i primi protagonisti erano stati i palestinesi e i partiti laici libanesi, comunisti, baathisti, socialisti. Con l'incidente alla fine delle festivit dell'Ashura, il 16 ottobre 1983, la guerriglia si estende al Sud a Nabatieh e scendono in campo gli islamici. Esplodono le bombe al passaggio dei convogli, vengono lanciate autobombe contro vari edifici, come nell'attacco contro il quartier generale israeliano a Tiro che fa 60 morti il 4 novembre 1983. Anche le donne prendono parte alla lotta: il 9 aprile 1985 una ragazza si lancia con la sua macchina contro un convoglio di israeliani che alla fine, stanchi della guerra, se ne vanno. Il 10 giugno 1985 l'ultima unit israeliana passa il confine della "fascia di sicurezza".
In tre anni, la guerra avr fatto 654 morti tra gli israeliani, 4000 feriti e 17.000 morti tra i libanesi.
Tuttavia, l'occupazione prosegue con il mantenimento della "fascia di sicurezza". Questa striscia di terra sar capace di mobilitare la resistenza libanese e creer un'insanabile frattura politica tra coloro che combattono Israele e coloro che dall'altra parte rimangono neutrali o sono a favore di una risoluzione separata con lo Stato ebraico. Le istituzioni sono paralizzate e il Libano, sotto il giogo della Siria, abbandonato alle manovre delle milizie, sprofonda nel caos e diventa per molti anni un'oasi per terroristi di ogni sorta e una zona off-limits per gli occidentali.
Ironia della sorte, l'invasione e occupazione del Libano ha permesso la nascita e lo sviluppo di una macchina da guerra islamica: il Partito di Dio, Hezbollah.
Hezbollah ha fatto la sua prima dichiarazione pubblica il 16 febbraio 1985. In un manifesto uscito a Beirut, quello che allora era il portavoce del movimento, lo sceicco Ibrahim al-Amin, presenta i punti cardine del partito: alleanza con l'ayatollah Ruhollah Khomeini, padre della rivoluzione iraniana che aveva preso il potere a Teheran nel 1979; destino comune con tutti i musulmani del mondo; designazione di Israele e degli Stati Uniti come nemici; presentazione del jihad - la lotta religiosa - come un'arma da guerra contro l'oppressione. Premessa di ogni programma militare e politico resta la distruzione dello Stato ebraico.
Il braccio armato di Hezbollah avrebbe rivendicato la sua prima operazione il mese successivo, il 10 marzo. Un giovane militante lancia la sua automobile imbottita con 900 chili di esplosivo contro un convoglio militare israeliano nella "fascia di sicurezza", a poca distanza dalla frontiera con Israele. Questo attentato suicida fa 12 morti e 14 feriti tra i soldati israeliani.
Hezbollah  stato anche associato agli episodi pi neri della storia del Libano negli anni Ottanta: dagli attentati di Beirut contro gli americani e i francesi, ai rapimenti di cui sono stati vittime quasi 90 stranieri, l'ultimo dei quali  stato liberato nel 1992.
Quando nel dicembre del 1990 finisce ufficialmente la guerra civile in Libano e i miliziani vengono disarmati, Hezbollah rimane l'eccezione. I suoi due grandi padrini, la Siria e l'Iran, lo considerano uno straordinario strumento per conservare una pressione militare su Israele.
Nel 1996, l'operazione israeliana "Radici della collera" e l'attacco contro una base dell'Onu nel villaggio di Canaa segna senza dubbio il vertice della popolarit di Hezbollah. Il massacro, durante un bombardamento, di 109 civili rifugiatisi sotto la protezione dei caschi blu, riunisce libanesi di ogni confessione intorno a coloro che si presentavano come i difensori del loro onore. Quell'anno, i primi deputati di Hezbollah facevano il loro ingresso nel Parlamento libanese. Era la consacrazione politica di un movimento uscito dalla clandestinit dieci anni prima e sul quale ricadr per intero la gloria della "liberazione" nel maggio del 2000.
Il maggiore Thomas Davis dell'Istituto di studi strategici (Ssi) della scuola militare degli Stati Uniti, in un'interessante analisi dell'invasione del Libano espone una conclusione che fa riflettere: "Per Israele la decisione del 1982 di invadere il Libano, di lanciarsi in una guerra di cui non aveva alcun bisogno, illustra tragicamente le trappole nelle quali si pu incappare quando non vengono svolte le necessarie analisi e quando la lucidit di giudizio viene ottenebrata dalle emozioni e dal fervore ideologico".
A questo punto il parallelo con l'Iraq balza agli occhi. E i responsabili americani farebbero bene a tenerne conto. Nell'aprile del 2003, ho letto un interessante articolo di Ethan Bronner del "New York Times", Le lezioni del Libano: "Non dimenticatevi di andarvene". Con questo titolo, Bronner non faceva altro che riportare la frase di un vecchio contadino sciita rivolta a un giornalista israeliano all'epoca dell'invasione.
Le operazioni "Pace in Galilea" e "Iraqi Freedom" sono state lanciate da due Paesi che hanno posto al centro della riflessione strategica una visione molto rigida della propria "vulnerabilit". Per Israele,  un sentimento che alberga nella popolazione e in coloro che sono incaricati della sua difesa fin dalla nascita dello Stato ebraico, accerchiato da Paesi arabi ostili. La mancanza di profondit strategica in un territorio troppo piccolo ha costretto Israele a privilegiare un approccio offensivo piuttosto che difensivo e le azioni brevi e decisive piuttosto che le campagne lunghe. Cos, quando Sharon aveva proposto di risolvere definitivamente la questione dell'Olp, la sua determinazione era apparsa come la scelta giusta, capace di ridurre la vulnerabilit dello Stato ebraico. E` lo stesso approccio scelto da Bush in un Paese che con gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 ha preso coscienza della propria fragilit. In un simile contesto, ogni misura presentata dal governo come adeguata a proteggere i cittadini viene a priori accolta positivamente.
Ma nel caso specifico sia Sharon sia Bush hanno dato prova di doppiezza. Sharon ha mentito al governo e alla Knesset, che non avrebbero mai dato il loro assenso alla guerra se avessero saputo che l'offensiva sarebbe andata oltre i 40 chilometri previsti dal "Piano uno". Bush ha ottenuto l'adesione del Congresso assicurando che Saddam possedeva armi di distruzione di massa che rappresentavano per gli Stati Uniti un pericolo imminente. Ha anche affermato che il signore di Baghdad aveva legami con Osama bin Laden, diffondendo l'idea che l'Iraq fosse coinvolto negli attentati dell'11 settembre. Queste due accuse, come  noto, si riveleranno false.
Inoltre, dopo una campagna bellica coronata dal successo, i mezzi militari dispiegati per gestire la vittoria si sono rivelati completamente inadeguati, sia in Libano sia in Iraq. In entrambi i casi, l'errore di calcolo sulla forza militare necessaria per raggiungere l'obiettivo politico prefissato ha costituito la chiave del disastro.
Truppe con effettivi insufficienti e addestramento inadeguato sono state mandate in Iraq, come vent'anni prima in Libano, per affrontare una resistenza nazionale determinata e radicata nella popolazione, che utilizza anche metodi solitamente appannaggio dei terroristi.
Altra difficolt incontrata dagli Stati Uniti e da Israele: la costituzione di un governo conciliante. Essendo scelto dagli occupanti, la popolazione non potr far altro che considerarlo come un governo collaborazionista e quindi lo rifiuter pi o meno rapidamente.
Inoltre, le due operazioni sono state macchiate da derive morali che screditano due Stati che si pongono come esempio sulla scena internazionale. Sabra e Chatila, Khiam, Abu Ghraib, le torture, gli eserciti di mercenari: questi episodi portano a giustificare l'opinione di tutti coloro che, nel mondo arabo e non solo, considerano gli Stati Uniti e Israele due potenze arroganti e dominatrici. Eppure queste immagini nascondono la realt di due nazioni democratiche, nelle quali una larga parte della popolazione ha saputo ribellarsi alle storture di governi mossi da ideologie settarie.
Quello che Sharon e Bush hanno tentato di fare con queste due guerre "preventive"  stato rimandare una soluzione politica alle crisi in Libano e in Iraq. Hanno preferito invece l'uso della forza: cos sia il problema della collocazione dei palestinesi in Medio Oriente sia quello dell'Iraq sullo scacchiere strategico della regione sono rimasti insoluti.
Dal 1982 al 1991, il Libano  stato un campo chiuso dove le potenze, grandi e meno grandi, hanno regolato i propri conti, uno Stato di non-diritto, un santuario per tutti i trafficanti e i terroristi. Ma era "soltanto" il Libano, la cui sola ricchezza  costituita dalla bellezza dei paesaggi e dalla formidabile vitalit degli abitanti. Se l'Iraq, sotto la guida dell'America, diventer uno di quegli Stati fuorilegge di cui parlano spesso Bush e i suoi amici, bisogner che il mondo si rassegni a rinunciare, almeno per qualche tempo, all'accesso alle immense riserve di petrolio di cui l'umanit ha bisogno.
Dal marzo del 2003 l'Iraq  sprofondato nel caos e le opzioni proposte da Washington per risollevare il Paese si sono fortemente ridotte: quella che andava per la maggiore era la creazione di uno Stato laico, una democrazia costituzionale, in mano a un'elite affidabile. E` troppo tardi ormai. Un'opzione meno piacevole ma che potrebbe comunque favorire gli interessi americani sarebbe l'organizzazione di un regime autoritario filo-occidentale con un certo grado di rispetto dei diritti dell'uomo. E` quello che l'esperienza Allawi sta cercando di fare con dubbio successo. La soluzione per gli Stati Uniti inaccettabile  la nascita di una repubblica islamica, all'iraniana. Non  una fatalit, ma  ci che rischia di uscire dal rischioso esperimento iracheno se gli americani si ostineranno a voler imporre la loro strategia.

CAPITOLO 12. HEZBOLLAH E FADLALLAH: GIANO E LA SFINGE.

LA VIOLENZA E` STATA IL CUORE dell'azione di Hezbollah, la sua ragione d'essere. E mentre percorro con Maatuk e Jacques le stradine della periferia sud di Beirut, mi tornano in mente gli episodi pi tumultuosi e controversi dell'azione del Partito di Dio. Ovviamente, come per conoscere Giano, il dio dalle due facce, l'una rivolta verso la pace e l'altra verso la guerra, sar necessario andare oltre le apparenze.
Entriamo nel quartiere Moawad. E` qui che risiede la maggior parte dei capi di Hezbollah, tra misure di sicurezza discrete che si suppone siano efficaci. Durante la guerra, miliziani con la fronte cinta dalla fascia verde montavano la guardia in un edificio in costruzione noto con il nome di "caserma Fathallah". Era una carcassa di cemento con le uscite chiuse da blocchi di calcestruzzo. La sua vista ispirava una paura assolutamente legittima in tutti coloro che vi si avvicinavano: era la prigione di Hezbollah. Era stata soprannominata "l'Hilton degli ostaggi" perch alcuni giornalisti ancora presenti a Beirut sospettavano che dietro i suoi muri grigi languissero in celle malsane alcuni degli stranieri rapiti. Non avevano torto: sicuramente alcuni ostaggi hanno soggiornato in questo lugubre edificio. Gli altri erano distribuiti in carceri meno appariscenti o marcivano in prigioni improvvisate nella valle della Bekaa.
Oggi, non  facile nemmeno per Maatuk che conosce a menadito il quartiere ritrovare le vestigia di quel terribile passato. Infatti al posto della "caserma Fadlallah"  stato costruito un centro commerciale ultramoderno.
Hezbollah ha sempre sostenuto di non aver avuto nulla a che vedere con i sequestri, ma nessuno ci crede. In realt, il partito islamico e i suoi responsabili politici rifiutano di compromettersi commentando operazioni losche, come gli attentati o la cattura di ostaggi. Possono in questo modo sostenere la loro ignoranza dei fatti, ci che gli americani chiamano la plausible deniability: la smentita verosimile. L'unica cosa certa  che le tante organizzazioni che hanno rivendicato i rapimenti o gli attentati contro gli occidentali o gli israeliani hanno difeso obiettivi di Hezbollah. Inoltre, esse non avrebbero potuto agire senza l'avallo dei due Paesi che dominavano il regno dell'ombra in Libano durante tutti quegli anni: la Siria e l'Iran. Jacques mi ricorda che quando lavorava l tutti erano concordi nel sostenere che occorresse far girare due chiavi per liberare un ostaggio: una siriana e una iraniana.
Tre Paesi hanno inserito Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche: gli Stati Uniti, Israele e il Canada. L'Europa fa distinzione tra Hezbollah, partito politico, e le sue unit combattenti.
Washington ha anche messo una ricompensa di 25 milioni di dollari sulla testa del sospetto capo delle operazioni clandestine di Hezbollah: Imad Mughniyeh. Poich piove sempre sul bagnato, oggi si attribuiscono a Mughniyeh alcune delle azioni terroristiche pi sanguinose, in Libano e all'estero: dagli attacchi contro la forza multinazionale nel 1983 agli attentati contro le rappresentanze diplomatiche israeliane in Argentina nel 1992 e nel 1994. Alcune teorie diffuse in Israele lo legano anche ad al-Qaida e avanzano l'ipotesi di un incontro tra Mughniyeh e Osama bin Laden avvenuto in Sudan nel 1993. La cosa certa  che ai servizi segreti americani o israeliani piacerebbe molto acciuffare questo libanese di 42 anni che si  fatto le ossa nella Forza 17, l'unit d'elite dell'Olp alla fine degli anni Settanta. In seguito, ha fatto parte dei primi combattenti di Hezbollah e ha servito come guardia del corpo dello sceicco Muhammad Hussein Fadlallah, il capo spirituale degli sciiti libanesi. Poi  stato ritenuto il responsabile di attentati, rapimenti e dirottamenti aerei. Washington sospetta che sia stato lui a rapire e torturare a morte William Buckley, il capo della sezione della Cia a Beirut nel 1985. Gli israeliani hanno cercato di eliminarlo facendo esplodere una bomba alla periferia sud di Beirut, ma  stato suo fratello Fuad a rimanere ucciso.
Oggi, quella zona della capitale ha assunto un volto assolutamente innocente. A Haret Hreik, i dipendenti dell'impresa di pulizie Sukleen, in uniforme verde e rossa, spazzano le strade. Di fronte all'Istituto di studi della sharia, la vetrina del negozio Idylle espone l'ultima moda femminile. Davanti al cantiere della nuova moschea, "la moschea dei due imam Hussein e Hasan", passeggiano senza alcun imbarazzo ragazze con l'ombelico in bella mostra.
Eppure  stato poco lontano da qui che l'8 marzo 1985 un'autobomba imbottita con decine di chili d'esplosivo ha spazzato via diversi edifci, uccidendo 80 persone e ferendone 200. Il bersaglio dell'attentato, lo sceicco Fadlallah, ne  uscito sano e salvo e Hezbollah ha subito accusato la Cia di aver tentato di uccidere il leader religioso pi rispettato della comunit sciita.
Poi, nel 1987, le strade di questo immenso quartiere che ha ospitato fino a 800.000 abitanti, hanno echeggiato combattimenti fratricidi tra Hezbollah e il movimento Amai, un'organizzazione pi tradizionale, diventata lo strumento d'influenza di un uomo, Nabih Berri, che avrebbe voluto essere l'unico rappresentante degli sciiti del Libano. Ma non  mai riuscito a ispirare il rispetto che i capi di Hezbollah si sono guadagnati in anni di lotta. Solo una sanguinosa lezione impartita dall'esercito siriano ha costretto i miliziani di Hezbollah a limitare le loro ambizioni e li ha convinti a non cercare di attaccare la tutela di Damasco.
In riva al mare, il quartiere di Uzai sembra abbandonato.
Prima che venisse costruita l'autostrada di Saida, la sua arteria principale separata dal Mediterraneo da una fila di piccole costruzioni decrepite, era conosciuta per i suoi giganteschi ingorghi. Oggi Uzai mette in mostra uno straordinario miscuglio di mobili, biciclette o articoli da spiaggia che debordano dai negozi sui marciapiedi polverosi. Il ristorante pi famoso del quartiere che non ha mai chiuso durante la guerra, il Miami, offre sempre le sue squisite triglie fritte. I giocatori di pallacanestro, diventati veri e propri eroi nazionali in Libano, vengono a sedersi a questi tavoli, nell'attesa che i garage della zona mettano a punto i loro bolidi che si regalano come se gi giocassero nella Nba americana.
Lo sceicco Hasan Ezzedin, portavoce di Hezbollah, ci riceve nel suo moderno ufficio sotto lo sguardo imperioso dell'imam Khomeini. E` un uomo snello, con una barba ben curata, come la portano spesso i diplomatici iraniani. Indossa un abito scuro e risponde con convinzione alle mie domande. "Il nemico sionista ha dovuto lasciare il Libano dopo una sconftta politica e militare. E` la prima volta che accade nel mondo arabo. E questa esperienza appartiene a tutto il mondo musulmano, che sia il Libano, l'Iraq, l'Iran o il Pakistan" dice.
Quello che voglio capire da lui e dagli interlocutori che incontrer nei prossimi giorni  se si stia realizzando la creazione di un asse politico tra Beirut e Baghdad, che rinsalder la collaborazione tra i due grandi poli dello sciismo arabo.
Lo sceicco Ezzedin  molto cauto: "Non abbiamo nessuno in Iraq. Non c' personale di Hezbollah in Iraq" ripete. "Il popolo iracheno non ha bisogno di un aiuto esterno che gli dica cosa fare."
Nutro seri dubbi sul disinteresse di Hezbollah a regolare tra le rive del Tigri e dell'Eufrate i suoi conti in sospeso con gli Stati Uniti. Mi risulta che esistano contatti tra il Libano e l'Iraq, tenuti da intermediari di fiducia.
Ci troviamo in un anonimo edifcio nella periferia sud, sorvegliato con discrezione da telecamere e guardie. Il Partito di Dio ha distribuito le sue strutture in diversi caseggiati, alcuni dei quali protetti da blocchi di cemento e barriere di acciaio.
In questo periodo, il segretario generale di Hezbollah, Hasan Nasrallah, non  disponibile per la stampa. La sua vita  in pericolo. Gli israeliani non hanno mai fatto mistero della loro intenzione di liquidarlo alla prima occasione. Alcuni analisti pensavano addirittura che Hezbollah sarebbe stato il bersaglio di un attacco in grande stile degli israeliani, prima che l'avventura irachena degli Stati Uniti si trasformasse in un disastro. Sulla sca di una campagna vittoriosa in Iraq, spezzare Hezbollah avrebbe in effetti eliminato l'ultima minaccia esterna ancora attiva contro lo Stato ebraico e tolto un'arma eccezionale dalle mani della Siria e dell'Iran.
Ma pochi giorni dopo il mio passaggio, un luned mattina una forte esplosione risuoner nel quartiere. Ghaled Mohammed Awali verr dilaniato da una bomba di 500 grammi posizionata sotto la sua macchina. E dire che Ghaled era prudente ed esperto, era uno dei comandanti della Resistenza islamica, il braccio armato di Hezbollah, incaricato del coordinamento con i combattenti palestinesi nei territori occupati. Il messaggio dei servizi segreti israeliani non poteva essere pi chiaro: "Siamo qui e, al minimo errore, colpiremo".
"La storia del popolo iracheno  piena di esempi della sua capacit di opporsi alle occupazioni straniere: nel 1920 ha combattuto l'occupazione britannica" prosegue lo sceicco Ezzedin. "Gli israeliani sono rimasti nel Sud del Libano per 22 anni, poi se ne sono andati. Gli iracheni non dovranno aspettare tutto questo tempo per vedere gli americani lasciare il loro Paese."
Si rifiuta di esaminare le possibili opzioni per accelerare la fine dell'occupazione o addirittura di parlare delle differenze tra Moqtada al-Sadr, che predica le maniere forti, e l'ayatollah al-Sistani, che sembra essere pi prudente: "La comunit sciita non accetter alcuna occupazione e il clero non la legittimer mai" mi assicura. Secondo lui, quello sulla tattica  un falso dibattito nel quale i responsabili sciiti non si lasceranno trascinare: "Per secoli, le guide religiose, compresa oggi quella iraniana, non sono mai entrate nel gioco politico, nemmeno in Iraq". Affermazioni decisamente poco credibili.
Lasciando l'ufficio dello sceicco Ezzedin, passiamo davanti alla piccola moschea di Bir al-Abed, dove l'ayatollah Fadlallah  solito predicare. E` un edificio d'angolo dalla cui facciata si capisce a malapena che ospita un luogo di culto. E nessuno potrebbe immaginare che qui, ogni venerd, si alza una voce che viene ascoltata con venerazione dall'intera comunit sciita mondiale, e, in generale, da una larga parte di musulmani.
Nella complicata sfera delle personalit religiose sciite, Fadlallah occupa un posto a parte. Promosso al rango di marja, cio di fonte di imitazione,  allo stesso tempo una guida spirituale e una personalit politica. I suoi legami con la citt santa di Najaf, dove  nato nel 1935 e ha trascorso i primi anni di studi all'universit coranica, gli rendono estremamente familiare il contesto storico e politico dell'Iraq. La sua stretta amicizia con le due grandi famiglie religiose irachene, gli al-Hakim e gli al-Sadr, ne fanno anche un uomo spesso interpellato come "arbitro". E` con Muhammad Bakr al-Sadr, il prozio di Moqtada al-Sadr, che ha fondato negli anni Cinquanta il primo partito clandestino islamico in Iraq, al-Dawa - "la chiamata".
Ha anche assunto un peso considerevole nel conflitto arabo-israeliano ispirando la lotta degli sciiti libanesi contro l'occupazione. Difendendo il Sud del Libano, d'altronde, non faceva altro che battersi per la terra di origine della sua famiglia: viene dal villaggio di Ainata, vicino a Bint Jbeil. Il padre aveva lasciato il villaggio nel 1928 per andare a continuare gli studi religiosi a Najaf. In un certo senso, Fadlallah si pone come intermediario spirituale e temporale, tra il destino del Jabal Amel, il "Sud", culla del fervore degli sciiti libanesi e fronte della lotta contro l'invasore israeliano, e Najaf, culla dello sciismo iracheno e centro di gravit della lotta contro l'occupazione americana.
E` tornato in Libano all'et di trentanni e si  sistemato in un quartiere povero, quello di Nabaa, prima che la guerra civile lo costringesse a traslocare verso la periferia sud. Ha deliberatamente rotto - proprio come gli al-Sadr in Iraq - con la tradizione delle lite religiose sciite, le quali ritenevano che l'azione politica non fosse di competenza del clero. Per i suoi appelli alla rivolta  stato ben presto considerato da Israele e dagli Stati Uniti un capo terrorista. I suoi costanti contatti con la Siria, lo Stato protettore del Libano, e con l'Iran, il protettore degli sciiti, gli hanno permesso di cogliere lucidamente il peso che le "circostanze", come lui le definisce, ovvero l'ambiente politico regionale, hanno nel determinare l'esito di una crisi: sconftta o vittoria. E` ascoltato con rispetto dal giovane presidente siriano Bashar el Assad e mantiene buone relazioni con l'ala pi liberale del regime iraniano, guidata dal presidente Mohamed Khatami.
Per anni,  stato il rappresentante in Libano dei due fari della comunit sciita nel mondo: l'ayatollah Ruhollah Khomeini, il capo della rivoluzione iraniana, e l'ayatollah Abul Qassem al-Khui, il dignitario sciita iracheno pi rispettato. Oggi, sono entrambi morti e hanno lasciato un vuoto. Il vecchio saggio, l'uomo che ha dato voce ai diseredati ed  uscito dall'ombra predicando la resistenza, ha tutte le qualit per diventare colui che unir gli sciiti dal Mediterraneo alla Mesopotamia.
Fadlallah  un uomo molto protetto. Si accede ai suoi uffici attraverso uno stretto vicolo dove si pu infilare solo una macchina per volta. Una sbarra presidiata da un giovane in uniforme nera chiude il passaggio. Si apre solo quando l'identit dei visitatori  stata verificata. In caso di necessit, un cancello che scorre dentro un muro pu sigillare ermeticamente questa uscita. Maatuk lascia la sua macchina in un parcheggio esterno e proseguiamo a piedi. In un piccolo cortile interno del complesso di edifci che ospitano gli uffici dell'ayatollah, c' una Mercedes nera, i finestrini posteriori chiusi protetti da tende. Sicuramente  blindata.
Mi siedo un momento con uno degli assistenti dell'importante dignitario, Hani Abdallah. Indossa l'uniforme dei collaboratori civili di Fadlallah, giacca beige e pantaloni neri. Ama i poeti francesi, e cita volentieri Victor Hugo e Paul Valry.
"All'inizio del Novecento gli Stati Uniti erano considerati una zona di libert. Invece l'Europa era il simbolo del potere coloniale. Oggi avviene il contrario: gli Stati Uniti sono diventati un impero che capisce solo il linguaggio della forza" esordisce questo giovane dirigente.
Ma, come tutti i miei interlocutori in Libano,  preoccupato soprattutto per la situazione irachena: "Gli sciiti in Iraq sono rimasti per 35 anni in un tunnel politico. Avranno un ruolo storico adeguato al loro status ma devono tener conto dell'ambiente sunnita".
Hani parla pacatamente, come tutti i membri dell'ufficio di Fadlallah che tengono rapporti con la stampa straniera, come per smentire l'impressione pi diffusa in Occidente, ovvero che siano tutti degli esaltati. "L'obiettivo non  l'instaurazione di una repubblica islamica in Iraq" mi assicura. "Il primo obiettivo  quello di ottenere un ritiro effettivo delle truppe americane, non soltanto geografico, ma anche politico."
Il giovane rimane pessimista sul futuro. Come la maggior parte degli arabi, non crede nemmeno a una parola degli americani: la democrazia, la prosperit, la libert per le donne... E poi la rapida fine della loro presenza militare. "Non crediamo che gli americani vogliano andarsene. Ma non fanno pi tanta paura come quando hanno invaso l'Iraq; hanno perduto ogni rispetto nel mondo arabo" mi garantisce.
Hani ci lascia per un attimo e io mi volto verso una donna seduta l gi da un po'. E` vestita in modo sobrio, un velo marrone a coprire i capelli. Ha le mani di una che ha lavorato senza tregua. Un misto di forza e dolcezza. Le dita sono forti ma la pelle  cos sottile che da quasi l'impressione di essere consumata.
"Il sayyed  un uomo semplice" mi confida, come se cercasse di rassicurarmi prima del mio incontro con Fadlallah. "E` una persona con cui ci si sente subito a proprio agio. Il venerd, bisogna arrivare due ore prima dell'inizio della sua predica se si vuole entrare nella moschea."
Continuo a parlare con la mia nuova amica. Si chiama Wafa Ali Abu Taleb. E` egiziana e vive in Libano da 25 anni. E` vedova e ha perso suo marito Ali Mohamed due anni fa. Ha cinque figli di cui tre dipendono ancora da lei. Ma ovviamente non ha un soldo e ha bisogno di aiuto. E` per questo che si trova qui. "Mio marito sapeva fare tutto" dice asciugandosi una lacrima. "Riparava i televisori. E` morto per una crisi cardiaca. In realt aveva un'arteria chiusa e l'hanno lasciato morire."
Da quel giorno ha dovuto trovare il sistema per allevare il figlio e le due figlie che vanno ancora a scuola. Una delle maggiori  gi infermiera e un'altra lavora in un asilo. Proprio dal servizio di assistenza dell'ufficio di Fadlallah ha ottenuto un sussidio di 20 dollari al mese per bambino. E la loro iscrizione gratuita a scuola. Le piacerebbe ora trovarsi un lavoro.
"E lo Stato?" le chiedo.
"Lo Stato libanese non esiste" mi risponde Wafa senza esitare.
La sala di ricevimento di Fadlallah  una grande stanza tappezzata di grigio. Ci sediamo sui divani dello stesso colore che si trovano ai lati di una poltrona sulla quale prender posto il sayyed. Dei fiori ravvivano la severa atmosfera. Un ritratto dell'ayatollah Khomeini, appeso al muro, ci squadra. Poi si apre una porta e l'ayatollah si avvicina. Porta il turbante nero dei discendenti di Maometto. Indossa un mantello nero sopra un vestito grigio. Ha la barba bianca e gli occhi sembrano sorridere.
Come spesso fa nei suoi sermoni, molto apprezzati per le loro qualit retoriche, apre il nostro incontro con una considerazione generale di carattere mistico: "Ogni giorno  un santo giorno se un essere umano rispetta i suoi obblighi nei confronti di Dio e dei suoi simili. Spero che tutto il mondo sia capace di adempiere ai propri doveri, in modo che possa vivere in pace".
Un incipit veramente spiazzante, degno di una sfnge come Fadlallah, venerato e rispettato da milioni di musulmani ma anche accusato di voler distruggere Israele e diffondere il terrore in America.
Parliamo ovviamente dell'Iraq: "Saddam era un agente degli Stati Uniti. Lo  stato durante la guerra contro l'Iran. Lo  stato durante la guerra contro il Kuwait, poich ha permesso di legittimare la presenza americana nella regione. Gli Stati Uniti lo hanno in seguito aiutato ad annientare la ribellione curda e quella sciita. Poi hanno iniziato a pianificare la sua eliminazione visto che non avevano pi bisogno di lui".
Per Fadlallah, l'ex presidente iracheno ha sempre rappresentato un grande pericolo. Anche fisico. Quando  scoppiata la guerra tra Baghdad e Teheran, Beirut  diventata teatro di regolamenti di conti tra gli iracheni e gli iraniani. Le fazioni libanesi hanno dovuto scegliere con chi schierarsi, e lo sceicco Fadlallah non poteva che prendere posizione per il suo maestro religioso e politico: l'imam Khomeini. Nel novembre del 1980, agenti iracheni hanno addirittura aperto il fuoco contro la sua macchina, e la leggenda vuole che una pallottola si sia conficcata nel suo turbante. Se da una parte non pu non apprezzare l'eliminazione del dittatore, vero macellaio degli sciiti, dall'altra vi vede solo un'ulteriore manovra americana per conservare e rafforzare il proprio controllo sulla regione.
"Per quanto riguarda gli iracheni, in particolare gli sciiti e i curdi, sono stati felici di assistere alla caduta di Saddam Hussein" spiega "ma oggi sono delusi dall'occupazione. Stanno nascendo sentimenti anti-americani tra gli sciiti e i sunniti perch ritengono che non sono stati in grado di risolvere i loro problemi. Ora sanno che gli Stati Uniti non sono arrivati per il bene della popolazione ma per il loro tornaconto. Tutto questo spiega la crescente opposizione alla loro presenza."
Secondo lui, il "movimento avviato da Moqtada al-Sadr ha permesso di creare forti legami tra sunniti e sciiti. Ha smentito le voci secondo le quali gli sciiti erano alleati degli americani e solo i sunniti resistevano. Ha spazzato via il falso argomento di un rischio di guerra civile".
"Gli Stati Uniti" prosegue "hanno invocato il pretesto delle armi di distruzioni di massa per scatenare la guerra. Sapevano perfettamente di cosa stessero parlando visto che erano stati loro a venderle a Saddam. Poi hanno assicurato agli iracheni che li avrebbero liberati dal dittatore e sono entrati in Iraq come gli inglesi all'inizio del Novecento, con la promessa di liberare il Paese dagli ottomani."
Nell'ideologia di Fadlallah, i temi terzomondisti dell'oppressione politica da parte delle grandi potenze e dello sfruttamento economico delle masse sono, accanto ai temi religiosi, argomenti fondamentali. Ha saputo adattare il suo discorso alle esigenze dei giovani e dei diseredati, dei disoccupati e di ogni sorta di insoddisfatti. Ha conferito alla crociata lanciata da Khomeini in nome dell'Islam una dimensione di lotta di classe e di lotta anti-coloniale pi in sintonia con il livello di istruzione delle truppe che vuole mobilitare.
Inoltre, Fadlallah ha sempre considerato l'alleanza strategica tra Stati Uniti e Israele come una macchina da guerra diretta contro gli arabi e contro i musulmani. E nessuno potr convincerlo della buona fede dei dirigenti americani che affermano di essere venuti in Mesopotamia per instaurarvi la democrazia. "Bush ha annunciato che rimarranno fino a quando la missione sar portata a termine: noi sappiamo che la loro missione  prendere il controllo dell'Iraq, della sua ricchezza, delle sue risorse, dei suoi mercati e di trasformare il Paese in una nuova base americana nella regione."
Lo sceicco sospetta il peggio: "Alcuni assicurano che gli americani alimentano la violenza contro le forze di polizia irachene e contro i civili per avere un pretesto per prolungare la loro presenza. Se la situazione si stabilizza, non avranno pi alcuna ragione di rimanere nel Paese".
In questo contesto, lo scontro in Iraq tra gli americani e gli sciiti appare inevitabile. I loro obiettivi sono antitetici, assolutamente inconciliabili, proprio come lo erano gli obiettivi degli israeliani e della comunit sciita nel Libano degli anni Ottanta: "Immagino che gli americani vogliano un go verno alle loro dipendenze. Sar una specie di facciata e loro dietro tireranno le fila. E l'occupazione continuer nel Paese con il pretesto che sono gli iracheni a volerlo. Elezioni libere non sono dunque nel loro interesse perch gli iracheni esprimeranno il loro desiderio di libert e di indipendenza" spiega il settantenne ayatollah.
"Gli sciiti non vogliono uno Stato sciita. O che il Paese sia diviso. Vogliono uno Stato in cui tutti gli iracheni siano uguali nei diritti e nei doveri. Anche se costituiscono la maggioranza, non hanno intenzione di schiacciare le minoranze, ad esempio i sunniti. Vogliono vivere con loro in un Iraq unito."
Gli chiedo se rifiutando l'istituzione di uno Stato sciita, egli escluda la costituzione di uno Stato islamico, le cui leggi fondamentali siano ispirate ai rigidi insegnamenti del Corano: "Non ho detto che non vogliono una repubblica islamica" mi corregge. "Ho detto che non vogliono una repubblica sciita, governata sulla base del confessionalismo, e che opprima le altre comunit. E` normale che ogni gruppo creda in un'ideologia."
Per lui, il futuro dell'Iraq deve uscire dalle urne: "Chiediamo dunque che gli iracheni abbiano la possibilit di scegliere il loro destino con una consultazione elettorale" dice.
Le immagini si sono accumulate in questi ultimi giorni. Ho percorso centinaia di chilometri sulle tracce del passato. Ho ascoltato dai testimoni il racconto di quella storia recente che volevo capire. Importanti protagonisti mi hanno aperto le loro porte. Adesso sento il bisogno di sedermi in compagnia di qualcuno che possa aiutarmi a fare una cernita dei frutti di questo interessante raccolto.
"Sei la benvenuta" mi risponde Jamil Mroue quando al telefono gli dico che ho intenzione di passare da lui in ufficio.
Jamil  il proprietario e il direttore dell'unico giornale in lingua inglese di Beirut, il "Daily Star", diffuso anche fuori dal Libano, in particolare nei Paesi del Golfo, con il titolo di "Gulf Star". Jamil ha anche firmato un accordo di partnership con l'"Herald Tribune", che distribuisce nella regione. Ecco dunque un uomo che simboleggia perfettamente il matrimonio di due culture: il mondo arabo e il mondo occidentale. Guarda con particolare interesse agli sviluppi della crisi irachena:  sciita e se questa appartenenza confessionale non gli ispira alcun partito preso, n religioso n politico, conferisce particolare spessore alla sua analisi, alimentata da profonda cultura e sensibilit.
E` il degno erede di una stirpe di giornalisti, visto che suo padre, Kamel Mroue,  stato il fondatore del "Daily Star" ma soprattutto del giornale di riferimento in lingua araba, "Al-Hayat", con base a Londra. Conosce bene i rischi di questo mestiere in Medio Oriente e in particolare i pericoli che si corrono a interessarsi troppo da vicino all'Iraq: Kamel Mroue  stato assassinato il 16 maggio 1966, e alcuni sospettano che le sue critiche al partito Baath iracheno (e ai massacri a cui gi partecip Saddam Hussein dopo la rivoluzione del 1963) gli siano costate la vita.
Jamil mi riceve nel suo ufficio del Marine Building che ospita la redazione del giornale. E` un bell'uomo dagli occhi chiari e i capelli brizzolati. Sono sicura che fa battere il cuore a pi di una libanese. Attraverso le vetrate, scorgo sotto di noi in lontananza il porto di Beirut e all'orizzonte le montagne. Mi siedo su una poltrona di pelle e Jamil prende posto dall'altra parte della scrivania, carica di libri e documenti. Ho portato con me un piccolo registratore: conosco Jamil, un raffinato intellettuale chiamato spesso a consulto a Washington, che parla bene, in fretta e a lungo. Non voglio correre il rischio di perdere il filo del suo discorso.
"Spara" mi dice, quando mi vede pronta a partire.
"Perch gli sciiti iracheni hanno dimostrato per gli Stati Uniti un atteggiamento simile a quello degli sciiti libanesi per gli israeliani?"
"La comunit sciita in Iraq  stata vittima di uno dei peggiori episodi di pulizia etnica della storia contemporanea, dopo l'insurrezione del 1991 all'indomani della guerra del Golfo. Per loro,  questa l'esperienza pi dura da accettare e da assimilare. Quindi, almeno per un certo periodo di tempo e malgrado ci che alcuni dicono sul colonialismo americano, li hanno considerati come liberatori dai loro torturatori. I curdi hanno sofferto a causa del nazionalismo arabo per 30 anni, e hanno sofferto molto, ma non si trattava di pulizia etnica, salvo forse a Halabja. Per gli sciiti, parliamo di centinaia di migliaia di vittime dei massacri, parliamo di intere regioni che sono state svuotate. Per gli sciiti, gli americani hanno dunque rappresentato una brillante opportunit, che per sta svanendo per due ragioni. La prima  che loro stessi non sono stati capaci di definire la loro identit irachena; la seconda  che gli americani, con stupefacente incompetenza, hanno contribuito a questa incertezza: che cosa sono venuti a fare? Che cosa vogliono dagli sciiti? Che tipo di sciiti vogliono? La situazione si  dunque trasformata in un vortice che prende velocit e diventa sempre pi pericoloso."
"Qual  l'errore pi grande commesso dagli americani?" "Non ci sono libretti di istruzioni per costruire una nazione. Bisogna quindi essere innovativi. Qual  l'elemento principale che manca in quella che io chiamo la no maris land diplomatica degli ultimi cinquantanni? Una regione che corrisponde grosso modo all'area geografica dei Paesi musulmani, Repubblica islamica compresa. Vista dall'esterno da l'impressione di essere islamica, ma dall'interno di islamico non ha proprio niente. E` abitata da una popolazione numerosa, giovane, a forte crescita demografica perch grazie ai progressi della medicina il tasso di mortalit infantile diminuisce. Ma  una popolazione che non ha pi legami con la "tradizione", cio con una fonte di disciplina e di rispetto dell'ordine stabilito. In questo contesto, ci che pi manca perch queste societ funzionino  una risposta all'estremo bisogno di giustizia. Gli Stati Uniti devono instaurare una "diplomazia della giustizia". Hanno chiesto e ottenuto che i sauditi investano somme enormi nella sicurezza. Ora devono ottenere che i Paesi arabi investano nella giustizia. Non possiamo operare senza lo Stato di diritto."
"L'Occidente non ha ben chiara la gerarchia religiosa e politica sciita: come si pu descriverla in parole semplici?"
"Credo che il modo migliore per descrivere la divisione dei ruoli nella gerarchia sciita sia quello di prendere a esempio la presidenza e la Corte suprema americana, fonte ultima dell'autorit ed estremo bastione contro l'arbitrio. Il ruolo della Corte suprema, che non si avverte nella vita di tutti i giorni, costituisce tuttavia la colonna vertebrale della societ americana. Il presidente cambia a seconda delle oscillazioni politiche. Fadlallah e Hezbollah rivestono questi due ruoli in Libano. Fadlallah  la Corte suprema. E` passato dalla vita politica attiva al ruolo di detentore del diritto. E` il mujtahid che interpreta l'Islam per milioni di credenti in tutto il mondo. Hezbollah viene considerato il condottiero, il combattente, la fonte di fierezza. Nasrallah impersona molto bene questo ruolo ma come qualunque altro politico viene giudicato certe volte bene, altre male."
"L'Occidente fa per fatica a conciliare i tanti volti di Hezbollah:  un movimento di resistenza,  un'organizzazione terroristica,  un partito politico, un ufficio di assistenza sociale?"
"Per circa 25 anni, siamo stati occupati dagli israeliani. La realt di questo periodo si traduce in migliaia di incursioni militari, di prigionieri, di scontri con l'esercito israeliano, migliaia di case distrutte... Conducendo la loro missione di occupazione, gli israeliani hanno fatto il classico errore di ripartire abbondantemente il dolore e le devastazioni. I danni collaterali sono quindi entrati nell'esperienza collettiva dei libanesi. Adesso immagina un gruppo di militanti, non pi di 300 all'inizio, che per anni fanno di tutto per combattere Israele: diventano i liberatori. E` molto semplice. Tutto il resto, i turbanti, la retorica,  solo la facciata. Cos Hezbollah  l'unico partito politico ad aver conservato un certo appeal sulla popolazione. E` un'istituzione attiva, dinamica, profondamente radicata nella societ. Gli altri hanno perso la loro ragion d'essere. Tuttavia Hezbollah ha necessit di rispondere rapidamente alle tante domande che la gente si pone, deve proporre riforme, suggerire metodi pratici per combattere la disoccupazione e la corruzione. Se in tempi rapidi non saranno capaci di partecipare al processo politico, diventeranno inadeguati come gli altri. Per quanto riguarda le attivit sociali di Hezbollah, sono in primo luogo filantropiche. Non si tratta di politica,  semplice tutela. Ma non basta. La popolazione smetter di prendere sul serio Hezbollah se il movimento continua a parlare di liberazione quando la gente comune ha bisogno di un lavoro. Dove sono i posti di lavoro? Non potete riempirmi la testa con i discorsi sulla liberazione se poi sono disoccupato! Inoltre, Hezbollah non  riuscito a coinvolgere tutta la comunit sciita, anche perch viene percepito come un circolo chiuso. Per entrarci bisogna essere pronti a cambiare vita. E le persone disposte a fare questo sacrifcio non sono poi cos tante."
"E` possibile tradurre concretamente in Iraq l'esperienza di Hezbollah e di Fadlallah?"
"Due sono gli aspetti importanti quando si parla dell'Iraq. Il primo  riconoscere che l'elite sciita  stata composta per gli ultimi 75 anni da religiosi di origine libanese. Basti pensare a Fadlallah, nato, cresciuto ed educato a Najaf. Per questo  naturale che gli iracheni li considerino dei loro. Il secondo aspetto fondamentale  che gli sciiti in Iraq sono la maggioranza e aspirano a governare. Per c' un aspetto in cui sono carenti: le idee. Come agire con le forze in campo, con gli americani, i sauditi, l'Iran e gli altri? Hanno bisogno di consigli. Se vengono da parte dei libanesi, da Fadlallah o da Nasrallah saranno ascoltati, tanto pi che non si tratta solo di figure locali. Ma questa connessione libanese va anche oltre: Chalabi, ad esempio,  legato alla famiglia di un ex presidente della Camera dei deputati libanese. Iyad Allawi ha cugini e zii che vivono in Libano. I rapporti tra i due Paesi sono capillari."
"Pu scoppiare un conflitto tra gli sciiti iracheni, che sono arabi, e quelli iraniani, che sono persiani?"
"In effetti il problema si pone. Najaf  sempre stata il Vaticano degli sciiti. A causa della persecuzione di Saddam e dell'ascesa al potere di Khomeini in Iran, il massimo centro spirituale  diventato la citt santa iraniana di Qom. A questo punto  evidente che gli sciiti iracheni vogliono che il primato torni a Najaf. E Fadlallah  d'accordo. Ma tutto questo far sicuramente sorgere una competizione con i mullah iraniani."
Lascer il Libano qualche giorno dopo il mio incontro con Jamil con un forte desiderio di tornare in Iraq, e di raggiungere il centro del processo che si  messo in moto dopo la caduta di Saddam Hussein. Voglio tornare a Najaf. Ma prima di arrivarci, nella mia vita ci sar una svolta che non avevo previsto.

CAPITOLO 13. BYE-BYE BREMER.

TORNO A BAGHDAD a giugno per capire se dobbiamo parlare di "libanizzazione" della crisi irachena. Sembrano susseguirsi inesorabilmente le stesse tappe: la perdita di controllo della situazione da parte degli occupanti, lo scatenarsi di forze interne con obiettivi incompatibili con gli scenari dei protagonisti stranieri, lo sfaldarsi di qualunque potere centrale, la frantumazione della societ in schieramenti definiti da alleanze religiose, politiche, etniche, tribali o pi semplicemente da gruppi di interesse.
Ritrovo Yussef, senza il quale, lo so bene, non potrei fare nulla in Iraq. E lui mi presenta Latif, uno dei suoi amici che mi far da interprete. Anche Jacques fa parte della spedizione: non si vuole perdere il nuovo episodio della saga irachena con quello che gli americani hanno chiamato il "passaggio di sovranit" a un governo nazionale. L'operazione  prevista per il 30 giugno.
Baghdad  gi immersa nella canicola dell'estate. La colonnina di mercurio sfiora i 50 gradi. Ma sembra non voler mai andare oltre. Yussef mi spiega che i termometri in Iraq sono sempre stati manomessi per impedire che la colonnina salisse oltre quella temperatura, superata la quale i dipendenti delle amministrazioni pubbliche avevano il diritto di tornarsene a casa. Non sono mai riuscita a capire se questa storia fosse vera. L'unica cosa certa  che, atterrando un'altra volta nella capitale irachena, ho l'impressione di entrare in un forno. Capisco come, messi di fronte agli eccessi della natura, gli uomini di questo angolo del mondo siano tentati dall'estremismo.
Pochi giorni prima di questo nuovo viaggio in Iraq, nella mia vita c' stato un cambiamento molto importante: sono stata eletta al Parlamento europeo. Vivo questa metamorfosi senza ansie, ma con una grande determinazione a continuare da deputato quello che ho voluto fare da giornalista. Vedo in questa nuova scelta una forte linea di continuit con quello che ho fatto per oltre vent'anni. E d'altronde  proprio per questo motivo che ho deciso di andare a Baghdad subito dopo le elezioni: per capire e poi rendere testimonianza, non pi davanti a una telecamera ma in un'aula politica e plurinazionale, nella speranza che l'Europa abbia il coraggio di assumersi le sue responsabilit.
Questa missione era, come la mia candidatura, indipendente, ovvero senza un mandato ufficiale. Ne ho tuttavia informato il capo dello Stato Ciampi, il presidente della Commissione europea Prodi, che mi hanno entrambi incoraggiata, e ovviamente il governo italiano. Non tutti l'hanno trovata di loro gradimento e mi hanno presto accusata di occuparmi di cose che non mi riguardano. Ma sono abituata alle critiche e non bastano certo a farmi cambiare idea. Al contrario. Sono andata in Iraq perch sono convinta che nella politica, come nello sport, le partite non si giochino negli spogliatoi. Bisogna mettersi in gioco, entrare in campo.
Davanti alla situazione confusa ed esplosiva che regna in Mesopotamia, nella regione pi strategica del mondo, l'Europa, un'entit politica di 25 Paesi e di 450 milioni di cittadini, pu scegliere di aspettare e di vedere gli sviluppi della situazione. E` un atteggiamento prudente e segnato dal ricordo di precedenti tentativi multilaterali in Medio Oriente e in particolare in Iraq, un Paese dal quale l'Onu  dovuta andarsene dopo un sanguinoso attentato. Si pu anche immaginare invece che il Vecchio Continente, alla ricerca di un ruolo sulla scena mondiale, decida di fare tabula rasa delle sue passate discordie e di dotarsi dei mezzi per intervenire e prevenire il caos annunciato. Per cercare di spezzare un nefasto faccia a faccia tra americani e iracheni. Per evitare proprio che la "libanizzazione" dell'Iraq lo trasformi in uno Stato fuorilegge.
Arrivo a Baghdad mentre Paul Bremer, il governatore americano,  in partenza. Lascer il Paese il 28 giugno, due giorni prima della data fissata per il passaggio di sovranit. Partir in punta di piedi. Con discrezione, diranno alcuni. Come un ladro, diranno altri. Secondo il mio amico Samy Ketz dell'Afp, era "un diplomatico dalle idee semplici per un Iraq complicato". Parte dopo aver trasmesso il potere agli iracheni e dopo aver sciolto l'Autorit provvisoria della coalizione che ha presieduto per 13 mesi. Si imbarca su un aereo militare diretto negli Stati Uniti, due ore dopo la cerimonia ufficiale, breve e quasi clandestina, che insedia il nuovo primo ministro iracheno Iyad Allawi.
Specialista del rischio politico, laureato a Yale, a Harvard e all'Istituto di studi politici di Parigi, Bremer  un perfetto "studente modello" al quale Bush ha affidato la difficile missione di riportare l'ordine in Iraq, dove il suo predecessore Jay Garner si era smarrito fin dall'arrivo. A 62 anni, questo personaggio vicino a Henry Kissinger, il vecchio guru della diplomazia americana, vede nella campagna irachena una possibilit per ottenere un posto di rilievo: alla fine della strada per Baghdad si profila il dipartimento di Stato. Arrivando sulle rive del Tigri il 12 maggio 2003 sogna di prendere possesso, in una nuova amministrazione Bush, dell'austero edifcio che ospita a Washington sulle rive di un altro fiume, il Potomac, gli ingranaggi della diplomazia americana.
Bremer si serve del suo fisico da playboy, a met strada tra il cocktail e la battaglia, abbonato al blazer blu con cravatta ma equipaggiato con scarponi militari beige da cui non si separa mai. E con la sufficienza tipica delle persone molto sicure di s, si lancia a testa bassa nella trappola irachena, il cui deserto ha inghiottito pi di un ambizioso conquistatore. E` autoritario, dicono quelli che lo avvicinano, sordo ai consigli ma costantemente all'ascolto di ci che si dice nei meandri del potere a Washington. Il 2 giugno viene addirittura definito un "dittatore" dall'inviato speciale dell'Onu Lakhdar Brahimi.
Attaccato al telefono con il Pentagono, da cui dipende, viene alla fine tagliato fuori dalla consigliera di Bush per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, che gli affianca un suo uomo: Robert Blackwill, ex ambasciatore in India, noto per essere tanto autoritario e poco incline al compromesso quanto lo stesso Bremer. Blackwill assume, nell'ombra, il controllo delle operazioni fin dal novembre 2003: a un anno dalle presidenziali negli Stati Uniti, soffia in effetti un vento carico di panico nei corridoi della Casa Bianca e lui ha il compito di far uscire il pi in fretta possibile il presidente dal pantano nel quale si  cacciato. La sua soluzione  l'"irachizzazione" a ogni livello. In particolare la formazione di un governo di transizione a cui sar affidato a giugno l'incarico di organizzare le elezioni, di garantire la sicurezza ai cittadini e di dare loro un lavoro. Un programma decisamente complesso. Ma l'America, almeno in apparenza, non sar pi responsabile di nulla.
Tuttavia nel novembre del 2003  gi troppo tardi: il danno  fatto. Qualche giorno dopo aver messo piede in Iraq, Bremer ha commesso l'errore che suggella fin dall'inizio il fallimento della sua missione. Ha sciolto l'esercito iracheno, mettendo potenzialmente 400.000 iracheni armati e addestrati a disposizione della guerriglia. Poi ha lanciato una campagna di "debaathificazione" portando alla disoccupazione 30.000 funzionari. Che sono diventati altrettanti nuovi nemici. Questo specialista dell'anti-terrorismo ha soppresso anche i servizi segreti, privando la coalizione di ogni fonte locale di informazioni. Seppellisce definitivamente, questa volta con Blackwill, la speranza di una transizione pacifica ordinando una dopo l'altra in aprile due operazioni militari disastrose: a Falluja, la cittadella sunnita ribelle, e nelle citt sciite del Sud.
Nessuno in Iraq verser lacrime per la sua partenza, ma molti rimpiangeranno che sia venuto.
Al suo ritorno negli Stati Uniti, Bremer viene ricevuto a pranzo da Bush in segno di gratitudine. "Il presidente vuole ringraziare personalmente il suo ambasciatore per il diffcile lavoro svolto in Iraq" spiega Scott McClellan, il portavoce della presidenza. Bremer fa anche il giro delle televisioni americane: "E` come se mi avessero tolto dalle spalle un pesante fardello" dice alla Abc. E poi fa questa confessione, di cui sicuramente non comprende appieno il significato: "Quello che volevo in primo luogo" afferma, quando il giornalista gli chiede che cosa ha provato sorvolando quello che fu il suo regno "era uscire dallo spazio aereo iracheno in tutta sicurezza. Andiamo via di qui in tutta sicurezza, mi sono detto". In un certo qual modo: dopo di me, il diluvio! Alla Cbs, riconosce che "ovviamente agli iracheni non  piaciuto essere occupati. A chi piacerebbe? E francamente, nemmeno noi eravamo molto a nostro agio nel ruolo degli occupanti". "Questo Paese rappresenter un successo e servir da esempio per altri Paesi della regione" prevede poi lo stretto collaboratore di Rumsfeld.
Spero solo che ancora una volta si sbagli. Nessun altro Paese della regione, infatti, merita di cadere nel caos che Bremer lascia dietro di s. Ovvero un Iraq nell'anarchia, dove sono gi stati piantati I` semi della parcellizzazione alla libanese: i curdi a casa loro a nord, i sunniti nel loro feudo a ovest e, a sud, l'affermazione del potere sciita.
Bremer se ne va e i dipendenti dell'ex Autorit provvisoria traslocano. Devono lasciare il posto al personale dell'enorme ambasciata americana che subentra nel perimetro fortificato della green zone, nel cuore di Baghdad. Questo rincorrersi di persone dietro le mura protette della cittadella lascia gli iracheni assolutamente indifferenti. "Ho fretta di andarmene" mi confessa un esperto della Cpa che incontro al bar del Palestine: "Non conosco pi nessuno. Ci sono molte facce nuove ora". Circa 800 dei 3000 impiegati della coalizione devono partire. Tutta una nuova squadra di diplomatici e di funzionari statunitensi  attesa al seguito del nuovo ambasciatore americano, John Negroponte. Avr il controllo della pi grande rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti nel mondo, con un personale di 1700 addetti di cui 1000 americani. Stessa cosa per gli inglesi. Ma fuori del perimetro sicuro non  cambiato nulla. I blocchi di cemento rimangono al loro posto e i soldati americani continuano a stare di guardia e a controllare i documenti. "Qui  sempre la stessa cosa, oggi  uguale a ieri" mi dice un soldato statunitense mentre faccio la fila per entrare.
Sono venuta nella green zone per incontrare l'italiano pi influente della Cpa, Lino Cardarelli, ex amministratore delegato della Montedison e oggi numero due del programma di ricostruzione dell'Iraq, posto sotto il comando dell'ammiraglio Dave Nash. Mi riceve all'Hotel Rashid, dove ritorno dopo la mia precipitosa partenza prima della guerra, nel marzo del 2003, e dopo il mio tentativo fallito di entrarci con Enrico Bellano nell'aprile scorso. Quasi nulla  cambiato in questa grande cattedrale di marmo, per anni luogo di residenza delle delegazioni ufficiali che venivano a far visita a Saddam Hussein. Mancano solo, dietro i banconi, gli impiegati iracheni vestiti con le loro indistruttibili giacche nere. Invece i negozi sono sempre l, lungo i corridoi che portano al ristorante e alla caffetteria. Vi si possono acquistare quegli stessi souvenir che c'erano prima, oltre ai vecchi dinari iracheni con l'immagine del rais destituito.
Mi siedo a uno dei tavoli dove tante volte mi sono ritrovata in passato con i colleghi che erano diventati, alla fine, i clienti pi assidui del mitico Rashid. E Cardarelli mi spiega come vede il seguito delle operazioni di ricostruzione: "La Cpa non esister pi, ma i fondi americani continueranno a essere gestiti da un ente diretto da un collaboratore del nuovo ambasciatore americano: l'Iraqi Reconstruction Management Office (Irmo). Tutte le societ capofila della ricostruzione sono americane". Come diceva il soldato all'ingresso: in effetti niente  cambiato.
Secondo Cardarelli,  importante che il nuovo governo si attivi quanto prima nei settori fondamentali per la rimessa in moto del Paese: "Il nuovo governo deve investire nella sicurezza, nella sanit, nell'istruzione, ma anche negli impianti per la produzione di energia elettrica e nelle reti di distribuzione dell'acqua, nelle stazioni di pompaggio del petrolio. E' un Paese praticamente morto!".
E non capisce come gli americani abbiano potuto permettere che la situazione si deteriorasse cos rapidamente dopo il loro arrivo nell'aprile del 2003: "Non capisco perch non abbiano immediatamente deciso di controllare i luoghi nevralgici del Paese piuttosto che lasciarli per settimane in mano ai saccheggiatori".
Per quanto riguarda le societ italiane, 80 hanno avviato trattative per ritornare in Iraq ma, secondo lui, manca una strategia nazionale che consenta di rimettere davvero piede in questo difficile Paese.
Non tutti sono riservati come Cardarelli, un uomo pieno di fascino. Come sempre al momento degli addii, si moltiplicano le confessioni di tutti i delusi, i demoralizzati che osano dire ora quello che hanno tenuto nascosto per mesi. Parlano anche perch la loro permanenza in Iraq  finita: hanno intascato il loro assegno e possono impunemente abbandonarsi alle critiche. "E` la struttura amministrativa pi inefficiente che io abbia mai visto nella mia lunga esperienza di aree di crisi e di missioni internazionali" ammette un ex dipendente. Dominata dagli americani, poco inclini ad ascoltare qualunque altra voce, compresa quella degli inglesi, la Cpa ha vissuto sotto una campana di vetro, con una totale incapacit di capire l'ambiente che in teoria doveva controllare. La concorrenza tra i diversi centri di potere statunitensi  stata accanita e paralizzante, mentre la velocit di rotazione degli impiegati ha fatto s che nessuno seguisse una pratica dall'inizio alla fine. "Nessuno sapeva chi era responsabile di cosa. Nessuno percepiva l'esistenza di una strategia globale. Abbiamo perso molto tempo per niente" mi assicura lo stesso funzionario.
La gestione del nuovo Iraq  stata affidata a civili americani poco esperti. E` stata data la priorit - nonostante tutti gli avvertimenti - alle operazioni militari a scapito della ricostruzione. Anthony Cordesman, uno dei maggiori esperti della questione irachena, analista del prestigioso Centro di studi strategici e internazionali di Washington, ha spiegato davanti al Congresso: "Gli sforzi per arrivare alla pace devono iniziare prima che vengano sparati i primi colpi e devono avere la priorit per tutta la durata dei combattimenti". I segni premonitori delle pecche della pianificazione del dopoguerra erano comparsi anche prima della caduta di Baghdad. Incaricato della ricostruzione, il Pentagono non ha infatti tenuto conto n dei pareri illuminati del dipartimento di Stato n degli avvertimenti dei suoi stessi ufficiali sul numero insufficiente di soldati dispiegati in Iraq.
Gli obiettivi di Washington, che si tratti di sicurezza, di democratizzazione o di ricostruzione, sono in giugno ancora molto lontani dall'essere raggiunti. Dei 18,4 miliardi di dollari di aiuti annunciati dagli Stati Uniti, sono stati spesi in realt meno di 400 milioni mentre si sta preparando la transizione. I ritardi pi allarmanti si riscontrano nel settore della formazione delle forze di sicurezza irachene, considerate la chiave di volta degli sforzi di stabilizzazione del Paese: degli 87.000 poliziotti in servizio o in formazione, solo 5857 hanno ricevuto una formazione completa e 57.000 non sono stati sottoposti a nessun addestramento. Dei 35.000 uomini ritenuti necessari per il nuovo esercito, solo 7116 sono in servizio, e 2600 in addestramento.
Se tanti iracheni hanno gioito della caduta di Saddam Hussein, il loro entusiasmo si  rapidamente raffreddato, trasformandosi prima in delusione e poi in collera. Col passare del tempo, le condizioni di vita non migliorano mentre la violenza sembra inarrestabile. Non a caso, un anno dopo, i sondaggi indicano che pi di nove iracheni su dieci considerano gli americani "occupanti" e non "liberatori".
A Baghdad il caldo  soffocante, cos ogni tanto vado a rifugiarmi nello storico Cafre Shabandar, vicino a Rashid Street. Non  che faccia molto pi fresco che in altri posti, ma le pale dei vecchi ventilatori che ronzano sul soffitto servono almeno a cullare i pensieri dei clienti. E` uno di quei rarissimi posti della citt in cui sembra essersi rifugiata la ragione. Il vecchio scrivano pubblico, che ha il suo ufficio vicino a una finestra, dorme allungato sulla sedia, le mani appoggiate sulla macchina per scrivere. Il padrone, la camicia aperta su una maglietta sporca, fa la spola tra i clienti e il fuoco su cui bolle il t sul fondo della sua bottega. Vengono ogni giorno a sistemarsi sugli sgabelli dalla vernice verde che si scrosta. Alle pareti le stesse foto del tempo in cui Baghdad aveva ancora una storia continuano a ingiallire. L'addetto alla cassa, seduto al suo posto davanti alla porta, manda via gentilmente un uomo vestito di stracci che sembra essere sprofondato nella follia molto prima di tutti gli altri. Mi siedo davanti a una Pepsi Cola gelata e ascolto il mio amico Amir Nayef al-Sayegh. E` un ometto paffuto e tondo, la cui testa bionda comincia a incanutire. Ha anche gli occhiali tondi e, dietro le lenti un po' sporche, gli occhi azzurri sono ancora pi tondi, in bilico tra l'irrisione e la tristezza.
Lo chiamano Abu Rifat, perch suo figlio di 16 anni si chiama Rifat. Non lo vede pi da anni. Se n' andato con la madre e suo fratello Nwaf, che ora ha 14 anni, a vivere in Canada. Abu Rifat non dice perch sua moglie lo ha lasciato, ma parla delle lettere che i figli gli mandano regolarmente.
Insegnante di inglese, ora disoccupato, questo cristiano colto e curioso sopravvive facendo traduzioni e venendo ogni giorno a sedersi ai tavolini del Caff Shabandar.
"Ero un grande ammiratore degli americani. Mi piacevano. Ma mi piacevano al cinema, nei film che guardavo in continuazione. Poi sono arrivati e non li ho riconosciuti. E allora dico ai giovani di non guardare pi quei film, perch dicono solo bugie."
Mi spiega che quando vedeva Bush parlare dell'Iraq come di un campo di battaglia contro il terrorismo, come di un esempio di democrazia e di sviluppo di cui tutto il mondo sarebbe stato invidioso, credeva alle parole del presidente statunitense.
"E` un bugiardo" dice oggi. "Gli iracheni pensavano veramente che volesse fare del bene, ma dopo 15 mesi, chiediamo: "Che cosa hai fatto per noi?"."
Si ferma e consulta un quaderno sul quale scrive pagine e pagine in una calligrafia minuta. "Ho 52 anni. Non ho mai preso un aereo, non so nulla del mondo, e ho avuto false illusioni e speranze sbagliate. Gli americani hanno mandato qui quanto avevano di peggio: animali che torturano, persone che hanno commesso gravi errori, errori che rimarranno per secoli nella nostra memoria. Come per esempio obbligare i prigionieri a spogliarsi. E` un'umiliazione di una gravit inaudita che non pu essere cancellata. Se adesso esci e chiedi a un iracheno di spogliarsi per 100 milioni di dollari, lui non lo far."
Ammiro la sua fiducia nel pudore e nella fierezza dei suoi concittadini, ma non ne sono cos convinta.
"Gli americani hanno il miglior esercito del mondo quando si tratta di distruggere, ma  il peggiore quando si deve ricostruire. Non hanno fatto niente in 15 mesi, quando potrebbero rifare mezzo mondo in tre mesi. E oggi non sanno cosa fare: se rimangono, muoiono; se partono, perdono la faccia."
Abu Rifat ha iniziato a tenere un diario con tutti i graffiti che ha trovato sui muri della citt. Tutte quelle scritte che da mesi ormai esprimono i sentimenti della gente nei confronti delle truppe di occupazione.
"Si vede bene come l'atteggiamento  cambiato. All'inizio, per tre o quattro mesi, le parole che ricorrevano pi spesso erano "benvenuti", "baci", "abbracci". Poi i messaggi si sono fatti molto pi duri con avvertimenti del tipo: "yankee, tornatevene a casa", "yankee, non vi vogliamo pi". Oggi,  anche pi chiaro: "Andatevene, ci fate schifo". E ovviamente la gente se la prende con Allawi: "Che cosa ti sei venduto per diventare primo ministro?"."
Tutto  l, registrato sul suo quaderno da scolaretto, come se Abu Rifat volesse seguire il lento avanzare del suo disincanto.
"Certo,  meglio di quando c'era Saddam" prosegue dopo un attimo di riflessione. "Quando parlo male degli americani non vengo arrestato. Se avessi fatto la stessa cosa sotto Saddam, sarei morto. Ma  un bitter betten mi dice, con un gioco di parole in inglese: un meglio amaro. "Non possiamo tornare indietro, non siamo fieri del nostro presente e non sappiamo cosa ci riservi il futuro..."
Abu Rifat non ha che un desiderio oggi: partire. Cercare con ogni mezzo di raggiungere i suoi due figli che lo aspettano in Canada. Sarebbe il solo modo di dare un senso alla sua vita. "Ho fatto otto anni di guerra contro l'Iran. Ho fatto la guerra in Kuwait. Ho vissuto 12 anni di embargo e ora un'altra guerra: la guerra della sopravvivenza. L'Iraq  il Paese della disperazione."
Ci ha raggiunto il dottor Imad al-Timimi. Questo medico sciita  ormai un vecchio amico. Durante la guerra lavorava per l'ambasciata italiana e mi  stato di grande aiuto quando ho avuto un incidente automobilistico nel traffico sfrenato di Baghdad. Anche lui  deluso, eppure qualche settimana prima dell'inizio delle ostilit mi diceva che solo con la guerra ci si poteva sbarazzare di Saddam Hussein. Anche lui ha aspettato gli americani con impazienza e li ha accolti come liberatori.
"Prima c'erano le esecuzioni di massa e oggi ci sono le bombe" sintetizza Imad. Mi confessa che lascer l'Iraq il prima possibile per raggiungere i fratelli in Inghilterra. "Gli iracheni sono sfiniti, non ne possono pi. La met della citt non  altro che un muro: gli americani hanno chiuso le strade, circondato gli edifici con tonnellate di cemento. Se si proteggono in questo modo, come possono proteggere noi?"
Mi racconta che due medici suoi amici hanno dovuto scappare dopo essere stati oggetto di minacce di rapimento. Alle loro richieste di aiuto, il ministro della Sanit ha risposto secco che non si erano lamentati all'epoca di Saddam e non era quello il momento di farlo.
Imad non trova parole abbastanza dure contro il primo ministro Allawi. Secondo lui non  altro che un burattino nelle mani degli americani ed  lui a organizzare la corruzione ai pi alti livelli.
"C' un altro problema ora, che non  solo capire che cosa hanno fatto gli americani di tutti i fondi destinati all'Iraq, ma anche sapere quanti soldi hanno speso veramente. Prima, Tareq Aziz se ne andava in giro con tre macchine, oggi ogni ministro ha un convoglio di 15 auto e 25 guardie del corpo ed  il popolo a pagare e a morire di fame..."
Imad crede che gli sciiti prenderanno il potere in Iraq, e pensa che l'ultima parola spetter ai religiosi. E` tutt'altro che rassicurante per lui e non gli piace l'idea di una repubblica islamica "all'iraniana". Ma osserva: "Ora quello di cui abbiamo bisogno  un senso di giustizia". Andrebbe d'accordo con il mio amico libanese Jamil Mroue.
Visito la pi antica universit di Baghdad, al-Mustansiriyya. All'interno dell'ateneo, nelle aule bisognose di restauri e nei giardini dove pochi alberi e cespugli hanno resistito all'arsura dell'afosa primavera, si muovono centinaia di studenti. Oggi le universit sono diventate un buon termometro per capire cosa accade nella societ irachena, in bilico tra rinascita democratica e oscurantismo religioso. Con la nuova libert arriva anche il nuovo settarismo: nei campus universitari si fanno le prove di forza tra le diverse correnti di pensiero che percorrono le giovani generazioni.
Sheima  una ragazza sciita di Qut che studia da due anni biologia. I genitori e uno zio sono stati uccisi da Saddam, ma lei durante il regime era nel partito Baath, per sopravvivere. Non rimpiange certo il rais, semmai la sicurezza che almeno c'era. Ha una lunga chioma di riccioli color rame che incorniciano un volto dai lineamenti un po' duri e pesantemente truccato. Non porta il velo, contrariamente a molte altre sue colleghe. "Odio il hijab, anche perch fa troppo caldo. Le altre lo mettono perch sono musulmane credenti. Anch'io ho la fede, ma il velo non mi piace. Certo, anche qui all'universit ricevo molte pressioni da parte degli studenti fondamentalisti per portarlo, ma  una decisione che voglio prendere io. Paura di rappresaglie? No, ho paura solo di Dio. Noi non siamo come gli iraniani: qui da sempre convivono sciiti, sunniti, cristiani..."
Lo pensa anche la cristiana Ines - occhi chiari e capelli biondo scuro - appena uscita da una lezione nel grande edificio della facolt di scienze. Anche lei viene ripetutamente invitata a mettere il velo; per tutta risposta rivendica il suo diritto di libera scelta. A riprova della pacifica convivenza tra i vari gruppi religiosi, mi presenta la sua amica del cuore, Dalia, sunnita. Sullo sfondo campeggiano i ritratti dell'ayatollah al-Sistani, si vede anche qualche foto pi piccola del ribelle Moqtada al-Sadr, un po' dappertutto sono appese bandiere nere con scritte religiose in arabo.
Ma le due ragazze si sentono pi minacciate dai pericoli fuori dall'universit. "Certo, ci sono alcune teste calde che vorrebbero chiudere le donne dentro casa e farle uscire solo coperte e in compagnia di un uomo, padre, fratello o parente che sia. Ma non sono loro quelli che ci fanno pi paura. E` la totale mancanza di sicurezza fuori di qui. Rischiamo tutti i giorni di essere rapite o stuprate o derubate. Per questo tutte le mattine veniamo accompagnate in macchina, e poi qualcuno viene a prenderci. Non sar mica vita, questa." Faccio notare che comunque oggi in Iraq c' la libert, a cominciare da quella di espressione. Dalia mi interrompe con i suoi grandi occhi neri che mi fissano severi: "Ma quale libert, se non posso nemmeno uscire di casa da sola!".
A conferma dei timori delle due studentesse, la mattinata all'universit era cominciata con un movimentato intervento della polizia: l'arresto di un giovane, volto coperto per non farlo riconoscere, reo di aver tentato di rapire una ragazza che aveva respinto le sue avance.
Davanti alla facolt, un gruppo di giovani raccoglie le firme per cacciare il preside, accusato dagli estremisti di aver fatto togliere le foto di al-Sistani e di aver picchiato uno studente. Ali, barbuto sciita alto e magro, spiega in poche parole la sua filosofia. "Il velo obbligatorio per le ragazze sarebbe una soluzione. Cos almeno non ci sarebbero pi discussioni sull'abbigliamento adatto all'universit. Alcune vengono qui non per studiare ma per mettersi in mostra! Siamo islamici, loro pensano di essere attrici pronte per esibirsi in un night-club." Mi guarda con aria provocatoria, il giovane Ali. Leggo nei suoi occhi un rimprovero costante, perch sono donna e per di pi occidentale. "Noi non vogliamo uno Stato laico. Perch dovremmo imitarvi? Noi avevamo una grande civilt quando voi stavate ancora nella foresta!" Gli fanno eco gli altri ragazzi che nel frattempo si sono uniti alla discussione. E su questi temi, cos come nei giudizi sugli americani, le differenze tra sciiti e sunniti si annullano. Karem viene da Falluja, nel famigerato triangolo sunnita, e dice di odiare gli americani quanto odiava Saddam, "un loro agente, al soldo della Cia".
La scena viene seguita a distanza da un giovane che invece dissente profondamente dai coetanei tanto invasati di fervore politico-religioso. Muhammad ci tiene a distinguersi. "Questa  un'universit e qui dobbiamo studiare e non pregare. Non siamo mica in una moschea!"
Intanto si commemora la morte di Abdul Latif al-Maiya, il direttore del dipartimento di studi arabi, recentemente assassinato. A Baghdad sono gi stati uccisi almeno venti professori, quattro in questa sola universit. Vendette, rese dei conti, criminalit comune, terrorismo, chiss. Con il licenziamento di 6000 insegnanti dopo il decreto di Paul Bremer che ha epurato i membri del partito Baath, i casi si sono moltiplicati. La giovane vedova di al-Maiya evita di rispondere alla domanda su chi possano essere i colpevoli e si avvia a grandi passi verso l'uscita. Nemmeno le parole del ministro per i diritti umani, Abdul Basit al-Hadithi, arrivato per la cerimonia, la possono consolare. Secondo lui i professori uccisi hanno pagato il prezzo della democrazia dopo quarantanni di feroce dittatura. "Al-Maiya  stato assassinato perch credeva nel nuovo Iraq libero e democratico, e ancora oggi c' chi non lo vuole." Al-Hadithi difende la laicit dello Stato anche se ribadisce pi volte che sar il popolo iracheno a dover decidere.
Un altro americano  in partenza in quello stesso periodo: infangato dallo scandalo di Abu Ghraib, il generale Ricardo Sanchez, capo delle forze statunitensi in Iraq, viene sostituito dal generale George Casey. I responsabili a Washington sostengono che questo cambiamento rientra nella normale rotazione e non rappresenta una sanzione. Sanchez  tuttavia nel mirino: si deve capire se la catena di comando abbia autorizzato gli abusi contro i prigionieri iracheni. "Vedrete ci che ha di meglio la democrazia. Risulter chiaro agli occhi del mondo che noi siamo rispettosi della giustizia e che trattiamo le persone con dignit, con umanit e con rispetto" afferma davanti alla stampa. Aggiunge alcune dichiarazioni a dir poco fuori dalla realt: "Credo che si siano fatti enormi progressi dal mio arrivo, 14 mesi fa: la qualit della vita, le libert di cui gode la popolazione. Non c' paragone. E` un Paese sovrano che ha le sue forze di sicurezza e i suoi dirigenti politici".
Il generale Casey ha fatto una carriera folgorante. Ha comandato truppe di ogni livello, dal plotone alla divisione, e ha occupato posti chiave a Washington, abbastanza esposti politicamente. Gode della fiducia del generale John Abizaid, il capo del Comando centrale (Centcom), la cui area di competenza include l'Iraq. Davanti al Congresso come numero due delle forze di terra aveva definito le sevizie inflitte nel carcere di Abu Ghraib "un totale fallimento della disciplina". Ha frequentato la Scuola di affari esteri all'universit di Georgetown, e ha una laurea in relazioni internazionali conseguita a Denver nel Colorado. Avr sicuramente bisogno della diplomazia quanto delle sue quattro stellette per uscire, senza bruciarsi, dalla fornace irachena.
Il passaggio del testimone avviene mentre negli Stati Uniti le nubi si addensano sulla testa di Bush, che fa sempre pi fatica a sostenere, con un'ostinazione ormai patologica, che tutto va per il meglio nel migliore degli Iraq possibili. "Sono una persona ottimista. Immagino che se cercate un pessimista, lo troverete" proclama Bush riferendosi al suo avversario democratico John Kerry, che sta guadagnando terreno.
Bush  ostinato, chiuso in un discorso che non pu rinnegare se non vuole ammettere il suo disastro: "I terroristi cercheranno di far vacillare la nostra volont e la nostra fiducia, di costringerci ad abbandonare i nostri impegni in luoghi come l'Afghanistan e l'Iraq. E non ci riusciranno" afferma. Il "presidente di guerra" far sempre pi fatica a convincere gli americani che vedono rientrare i morti e i feriti di un conflitto di cui non capiscono pi il senso. La percentuale degli americani che pensano che la guerra in Iraq sia stata un errore  salita dal 41 per cento di inizio giugno al 54 per cento del 21-23 giugno; secondo un sondaggio Cnn/Usa Today, il 55 per cento crede che la minaccia terrorista contro gli Stati Uniti sia pi grande rispetto a prima della guerra. Un'indagine del "Washington Post" e della Abc rivela inoltre che il 71 per cento, una cifra record, ritiene "inaccettabile" il numero di vittime americane della guerra, che sfiora gli 850 morti dall'inizio del conflitto nel marzo del 2003.
Ma Bush non cede: "Penso veramente che il mondo sia pi sicuro e diventi pi sicuro" dichiara in quel periodo. "Il regime di Saddam Hussein rappresentava una minaccia per il popolo americano e per il resto del mondo. L'Iraq sta meglio e l'America  pi sicura oggi che Saddam Hussein  in prigione." Il presidente si rivela il campione dell'autosuggestione. E` anche specialista di tautologie: "La ragione per la quale continuo ad affermare che c' stato un legame tra l'Iraq, Saddam Hussein e al-Qaida,  perch c'era un legame tra l'Iraq e al-Qaida". Tuttavia, una commissione indipendente incaricata dell'inchiesta sugli attentati dell'11 settembre 2001 ha rivelato che non c'erano "prove credibili" che Saddam avesse collaborato con la rete di Osama bin Laden.
Bisogna dire che in questo mese di giugno a Washington l'amministrazione sta cercando, senza trovarla, una formula magica per uscire dal pantano iracheno. I golden boys della guerra preventiva, i piccoli geni dell'esportazione della democrazia si sono ridotti alla vecchia ricetta dell'"irachizzazione", la consegna delle chiavi a un governo locale. Trent'anni dopo la fine della guerra del Vietnam, tornano in mente i brutti ricordi della "vietnamizzazione" sostenuta all'epoca per la difesa locale, preludio alla partenza dei G e alla sconfitta. Ma anche questa soluzione  piena di incertezze: una cosa che n i militari n gli elettori apprezzano.
Il processo di trasferimento delle responsabilit agli iracheni non pu essere n troppo lento n troppo veloce: come disimpegnarsi senza dare l'impressione di scappare? Come restare senza esporsi a continue perdite? Lo sfavillante gran sacerdote dei neoconservatori americani, Paul Wolfowitz, teorico dell'uso della forza per rendere il mondo pi sicuro, ha perso il suo smalto: l'avventura rischia di essere pi lunga del previsto e non c' data di partenza in vista. "Non posso dire quanto tempo occorrer. Vedremo la fine della missione quando gli iracheni saranno in grado di difendere da soli il loro Paese" dichiara davanti al Congresso. Un'idea poco rassicurante per i 140.000 soldati americani che pensavano di tornare a casa rapidamente. E non  molto rassicurante nemmeno se si pensa che mancano quattro mesi alle presidenziali americane.
Ovviamente Bush e il suo amico Blair possono stringersi la mano davanti alle telecamere al vertice della Nato a Istanbul, il giorno del passaggio di sovranit. Possono stringersi la mano sull'Iraq, ma "lavarsene le mani" sar pi difficile. "Dopo decenni di governo brutale di un regime di terrore, il popolo iracheno ha ritrovato il suo Paese. E` un giorno di grande speranza per gli iracheni e un giorno che i nemici terroristi speravano di non dover mai vivere" assicura Bush che non ha paura del giudizio della Storia. Va addirittura oltre: "La gente comincia a capire che eravamo, in realt, dei liberatori" assicura. Mi chiedo chi pensi di convincere.
Blair  pi prudente e pi scaltro: scarica gi il problema sul povero governo iracheno appena nato: "E` certo che se il nuovo governo iracheno vorr prendere misure draconiane sul piano della sicurezza, dovr farlo: deve affrontare una situazione in cui i terroristi sono pronti a uccidere degli innocenti".
La manovra dei due soci  chiara: per contrastare il calo della sua popolarit negli Stati Uniti e la crescente disaffezione degli americani per le operazioni in Iraq, Bush non pu che sperare che l'Iraq esca dalle prime pagine e dai telegiornali americani. Ma sar difficile, tanto pi che i giornalisti hanno accantonato le loro prudenze patriottiche per aprire gli occhi sulle menzogne, le manipolazioni e gli errori di valutazione dell'amministrazione. E si stanno dedicando a un'autocritica che render molto pi complesso il lavoro di disinformazione della macchina di propaganda repubblicana.
Michael Massing, che conosco fin dalla guerra del Golfo nel 1991, mi colpisce sempre con i suoi articoli sulla "New York Review of Books". Questa volta picchia duro sui suoi colleghi: "I media si danno da fare per svelare gli errori dell'amministrazione Bush: L'arsenale dell'Iraq esisteva solo sulla carta, titola il "Washington Post", Che cosa  andato storto? chiede "Time"... Vedendo tutto questo, viene la tentazione di chiedersi: dove eravate prima della guerra? Perch non ne abbiamo saputo di pi su queste menzogne?". Secondo lui, il "New York Times", ad esempio, ha cominciato a porsi domande sull'affidabilit delle informazioni di Ahmad Chalabi, il protetto di Rumsfeld, solo a partire dal settembre 2003, mentre era gi apertamente contestato prima della guerra negli ambienti dello spionaggio. "Pi la guerra si avvicinava e meno i giornalisti avevano voglia di fare domande scomode" prosegue Massing, prima di elencare alcune ragioni: volont di controllo del governo, clima politico e mancanza di dibattito, democratici che non osano criticare un presidente popolare, contrattacchi e minacce delle voci conservatrici, omologazione da parte dei mezzi di informazione. Oggi hanno imparato la lezione e i bollettini di vittoria ufficiali sono sempre meno considerati.
E ovviamente la stampa ha gioco facile con le preoccupanti rivelazioni sul fiasco dei servizi segreti americani nel periodo precedente alla guerra. Per l'opinione pubblica, cos fiera delle sue "spie",  una terribile delusione. Per una nazione che si sente assediata da un nemico implacabile,  una spaventosa ossessione. La Cia  accusata, in un devastante rapporto del Senato americano, di essersi sbagliata sull'Iraq e di aver esagerato la minaccia delle armi di distruzione di massa. Oltre 400 pagine, 117 conclusioni, il documento costituisce un attacco in piena regola contro la centrale di Langley. L sar tutto un affilare coltelli per preparare la rivincita. "La maggior parte delle conclusioni chiave dei servizi segreti nell'ottobre del 2002 sulla prosecuzione dei programmi di armi di distruzione di massa in Iraq erano esagerate o non suffragate da prove" concludevano le inchieste parlamentari. "Una serie di errori, in particolare di analisi, ha portato a un'interpretazione sbagliata delle informazioni" sull'Iraq anteguerra, aggiungono.
Il repubblicano Pat Roberts, presidente della Commissione, assicura che "i servizi segreti hanno detto al presidente, al Congresso e al pubblico che Saddam aveva riserve di armi chimiche e biologiche e che avrebbe avuto bombe nucleari entro questo decennio, ma ora sappiamo che era tutto falso". I democratici vogliono comunque andare fino in fondo in questa storia. Per loro, la Cia non deve fungere da capro espiatorio e una nuova inchiesta dovr stabilire l'utilizzo e addirittura l'"esagerazione" delle notizie provenienti dallo spionaggio. Per il candidato democratico alla Casa Bianca, John Kerry, la squadra del presidente Bush  chiaramente responsabile, anche se essa si nasconde dietro gli errori della Cia.
Ma un altro duro colpo si abbatte su Bush e sui suoi ambiziosi progetti di mettere il Medio Oriente sulla strada della pace e della democrazia dopo l'elettroshock iracheno: alcuni ex diplomatici americani, tra i quali numerosi ambasciatori, denunciano la sua politica nella regione. In una lettera, 58 ex membri del corpo diplomatico, ex militari o membri di altre agenzie governative che hanno avuto incarichi all'estero, deplorano il sostegno dato dal presidente alla politica di Ariel Sharon. "L'inqualificabile sostegno da Lei offerto [...] costa al nostro Paese la sua credibilit, il suo prestigio e i suoi amici" sostengono i firmatari, che protestano anche contro la politica americana in Iraq. Un ex ambasciatore americano in Nepal e specialista per molto tempo del Medio Oriente al dipartimento di Stato, Carleton Coon, ha denunciato il "disastro dell'intervento americano in Iraq". "Non si pu democratizzare un Paese e volerne fare un faro per il resto del Medio Oriente occupandolo e uccidendone gli abitanti" ha rincarato la dose Owen Roberts, ex ambasciatore in Togo.

CAPITOLO 14. LA SOVRANITA` MUTILATA.

E' UN DIPLOMATICO che ha la fama di duro quello che Bush manda a Baghdad per limitare i danni durante il periodo di transizione. John Negroponte, a 64 anni, non manca n di esperienza n di polso. Lo ascolto parlare alla radio Pbs che a Baghdad si prende molto bene: "In termini di grandezza,  la sfida pi imponente che abbia mai dovuto accettare" confessa. Tuttavia la guerra e le cospirazioni non gli fanno certo paura: era consigliere politico nel 1964 all'ambasciata americana di Saigon, e ambasciatore in Honduras all'epoca della guerra in Nicaragua e in Messico durante la rivolta zapatista del Chiapas. E` noto soprattutto per aver interpretato tra il 1981 e il 1985 la strategia americana di destabilizzazione del governo sandinista in Nicaragua, finanziando e armando dall'Honduras i famosi Contras. Alcune organizzazioni di difesa dei diritti dell'uomo lo hanno anche accusato di aver coperto le attivit di tortura e di detenzione illegale della polizia politica in Honduras.
Negroponte sar a capo di un'enorme ambasciata, che dovr convivere con il contingente americano. Avr sicuramente problemi a cancellare l'immagine di occupanti che gli Stati Uniti si sono guadagnati, e ancora di pi a far credere che il governo ad interim non prende ordini dal suo ufficio. Era il rappresentante di Washington alle Nazioni Unite dal 2001, e quando Bush l'ha nominato, il 19 aprile, ha salutato in lui "l'uomo dall'immensa esperienza e dalle grandi capacit". Parla correntemente lo spagnolo, il greco, il francese e il vietnamita, ma non ha alcuna conoscenza del Medio Oriente.
Nel suo primo incontro con la stampa, Negroponte sembra rivolgersi a scolaretti in difficolt, ai quali si deve ripetere molte volte la stessa cosa perch arrivino alla fine a capire. Ribadisce semplicemente quello che da mesi costituisce il nucleo centrale di una politica americana nel migliore dei casi paralizzata, nel peggiore defunta: "Le sfide che ci attendono in Iraq riguardano in primo luogo la sicurezza, la politica e l'economia" dice. "Tenere le elezioni prima della fine dell'anno o all'inizio di gennaio prossimo  una tappa fondamentale per sviluppare la democrazia in questo Paese" aggiunge.
Il "politichese" ufficiale non impressiona le vecchie volpi della diplomazia internazionale. Tra i commenti che si moltiplicano sulla stampa, mi colpisce quello di Richard Holbrooke, ex ambasciatore americano all'Onu durante la presidenza di Bill Clinton, diventato consigliere di John Kerry. Per lui, il periodo che si apre " un tuffo fatto senza sapere se nella piscina c' l'acqua". Per l'ex consigliere del presidente democratico Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski: "Stiamo trasferendo un'autorit limitata a un governo-satellite che deve ancora fondare la sua legittimit. E pi restiamo, pi gli sar difficile guadagnarsi questa legittimit".
Le manovre che hanno preceduto il passaggio di potere illustrano il carattere temerario dell'operazione. In poche settimane l'erede designato, il controverso Ahmad Chalabi,  caduto in disgrazia e il suo vecchio rivale, Iyad Allawi, si  ritrovato al primo posto. Nessuno dei due ha un profilo da capo di Stato, n gode della fiducia degli iracheni, n ha la levatura necessaria per rimettere sui binari un Paese spezzato. Gli americani lo sanno perfettamente.
Da maggio, Chalabi non  pi in odore di santit a Washington. Considerato l'uomo del Pentagono, questo sciita laico, figlio di una ricchissima famiglia di banchieri, aveva saputo tessere strette relazioni con i falchi dell'amministrazione Bush, in particolare con il vice presidente Dick Cheney. Tutti avevano fatto fnta di non vedere la condanna per frode bancaria inflittagli in Giordania. Si  beccato 22 anni di prigione per la bancarotta fraudolenta nel 1989 della Petra Bank che aveva fondato 12 anni prima. Era anche l'esiliato tipo, nato nel 1945 in Iraq, ma partito all'et di 13 anni, quando era dovuto scappare con la famiglia dalla rivoluzione del 1958 che rovesci la monarchia e depose il re Faisal II. Dotato di rara eleganza, di una perfetta conoscenza dell'inglese, a suo agio in tutti gli ambienti, sempre in viaggio tra Londra e Washington, ha approfittato della fiducia di coloro che volevano destabilizzare Saddam Hussein, inclusi, per un certo periodo di tempo, i signori della Cia. E` stato il suo attivismo nei corridoi del potere a Washington a dare una patina arabeggiante, una garanzia nazionale ai progetti di "cambio di regime" in Iraq accarezzati dai neoconservatori e dalla destra israeliana.
Con l'aiuto finanziario degli Stati Uniti, riunisce nel 1992 diversi movimenti iracheni all'interno di un partito, il Congresso nazionale iracheno (Cni). Trasferitosi nel 1993 nel Kurdistan iracheno, che godeva allora di un'autonomia di fatto, e sostenuto dalla Cia, organizza nel 1995 un complotto contro Saddam, che si chiude con un vero e proprio disastro. La Cia in quel periodo lo abbandona. Ma egli continuer a godere dell'appoggio di Wolfowitz e del Pentagono e alimenter tutto il dibattito sulla presunta esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, presentando in particolare alla stampa alcuni pseudo-disertori, testimoni dei progetti segreti di Saddam. Quando comincia l'invasione dell'Iraq, sbarca dai convogli dell'esercito americano con la sua milizia privata di 700 uomini, i "combattenti dell'Iraq libero".
Bremer l'aveva subito messo a capo della potente Commissione di "debaathificazione", che avrebbe portato al licenziamento di 30.000 funzionari, di cui 6000 insegnanti. Chalabi aveva condotto negli Stati Uniti un'intensa campagna contro il generale Jay Garner, il predecessore di Bremer, che aveva preferito rimettere rapidamente in moto la macchina amministrativa piuttosto che lanciarsi in una caccia alle streghe. Chalabi ha anche approfittato dell'occasione per lanciarsi nella sua epurazione privata: un giudice iracheno del tribunale criminale centrale, Hussain al-Moathin, ha accusato il capo delle sue guardie del corpo di trattenere e torturare iracheni innocenti con il pretesto della "debaathificazione". Eppure per Chalabi, quest'uomo, Aras Habib, era "la personalit pi importante nella lotta contro il terrorismo e i baathisti".
Nell'aprile del 2004, alla fine, Bremer  stato costretto a riconoscere che quella politica ha alimentato la collera degli iracheni e gonfiato le file della resistenza. Viene messo un freno alle purghe e alla folgorante ascesa di Chalabi, che si vendica imperversando sulle televisioni americane con un giudizio definitivo: "La liberazione  stata un facile successo, ma l'occupazione  un fallimento".
Viene dunque sostituito da Iyad Allawi. E` lui che diventa il capo del governo ad interim a cui  stato trasferito il potere il 28 giugno. E` un ex baathista diventato oppositore di Saddam Hussein e anche lui ha ricevuto l'appoggio della Cia. Pure lui sciita laico, originario di una famiglia coinvolta da tempo nella politica, questo chirurgo di 58 anni ha lasciato l'Iraq nel 1971 per rifugiarsi a Beirut e Londra. Nel 1975, esce dal partito Baath ed  vittima di un tentativo di omicidio il 4 febbraio 1978 a Londra. I detrattori dicono che deve i suoi diplomi alle pistole pi che agli esami superati e che quanto a brutalit non ha nulla da invidiare al suo ex maestro. I sostenitori affermano che l'Iraq ha bisogno di un uomo di polso e che gliene servir parecchio per ristabilire l'ordine.
Ha iniziato fin dai primi anni Ottanta a costruire una rete di oppositori e dopo l'invasione del Kuwait nel 1991 fonda insieme ad altri ex baathisti il Movimento per l'Accordo nazionale iracheno (Ina). Nel 1995, si trasferisce ad Amman e, nel 1996, tenta un colpo di Stato con il finanziamento e l'appoggio della Cia. Il suo complotto era talmente infiltrato da agenti dell'ex dittatore che fallisce anch'esso miseramente. Allawi  noto negli ambienti dello spionaggio anche per essere stato all'origine dell'affermazione che Saddam era pronto a lanciare missili con testate chimiche nel giro di 45 minuti. Blair ha fatto ampio uso di questa minaccia. Ovviamente era una menzogna.
Gli americani lasciano ad Allawi una situazione catastrofica sul fronte della sicurezza: gli attentati suicidi, gli assassini di alti funzionari, i rapimenti di stranieri si sono moltiplicati all'avvicinarsi del passaggio di potere.
Fin dagli esordi come primo ministro, il 1? giugno, Allawi aveva deciso di lanciare le poche unit militari e i membri delle forze di sicurezza di cui dispone nella battaglia contro la guerriglia. Ripete la favola americana che gli insorti sono nostalgici dell'ex regime e terroristi stranieri appoggiati da Paesi vicini decisi a danneggiare l'Iraq. In altre parole: la Siria e l'Iran. "Il mio governo ha la ferma intenzione di affrontare questi elementi e di creare forze capaci di garantire al popolo la sicurezza" assicura Allawi alla stampa.
Sa che  su questo che verr giudicato: secondo un sondaggio della fine di aprile del Centro di ricerche e studi strategici dell'Iraq, la sicurezza  il problema pi importante per la maggioranza degli iracheni, pi della disoccupazione e della povert. Traumatizzati dall'ondata di violenza che si  abbattuta sul Paese, alcuni si ritrovano addirittura a rimpiangere la stabilit del deposto regime. Attaccato alle vecchie ricette, Allawi pensa subito di ricorrere a leggi eccezionali. In particolare alla famosa "legge numero quattro" del 1965, che limita le libert pubbliche, autorizza il governo a sciogliere le associazioni e i partiti, a trattenere in custodia cautelare le persone senza mandato, a impedire la loro libera circolazione e a espellere gli stranieri. Si parla anche di ripristinare la pena di morte che Bremer aveva abolito.
Allawi si arrogher subito i pieni poteri con un decreto che gli permette di imporre il coprifuoco, di arrestare i sospetti e di vietare le associazioni. Pu anche controllare la corrispondenza, ordinare intercettazioni telefoniche, chiudere circoli, sindacati e societ. Ma l'applicazione di queste misure presuppone l'esistenza di forze irachene capaci di imporle, cosa che non  scontata. A New York, Sarah Leah Whitson, responsabile del dipartimento Medio Oriente e Africa settentrionale di Human Rights Watch, dichiara: "Non possiamo sostenere misure che infrangono i diritti dell'uomo, come la libert di movimento. Il governo iracheno ha l'obbligo di instaurare la democrazia per dare un senso alla guerra".
Queste prime misure del governo Allawi hanno provocato un fuoco di sbarramento nelle moschee sunnite e sciite. Nemmeno una delle azioni dell'esecutivo ad interim ha incontrato il favore dei predicatori dei due principali rami dell'Islam iracheno, che gli hanno rimproverato gli stretti legami con le autorit di occupazione. "O la sovranit  totale oppure che si dimettano tutti" proclama l'imam della moschea sunnita Umra al-Qura a Baghdad.
Raggiungo il mio amico Robert Fisk, giornalista del quotidiano di Londra "The Independent". Era decisamente contrario alla guerra ed  stato violentemente attaccato dalla stampa conservatrice. Ama il Libano per averci vissuto a lungo e Jacques mi racconta che spesso lo incontrava per le strade del quartiere Hamra, nel cuore di Beirut ovest, quando tutti gli altri giornalisti anglosassoni avevano lasciato la citt spaventati dai rapimenti. Prendiamo un tavolo nel ristorante dell'Hotel Hamra, un nome che sembra un segno del destino. Robert, che conosce benissimo e a fondo la regione, mi parla a lungo dei rischi di quella che lui chiama la "cantonizzazione" del Paese, questa frantumazione in zone controllate da gruppi che rifiutano l'autorit di un potere centrale. E` quello che era accaduto in Libano e che aveva portato il Paese dei cedri a essere letteralmente cancellato dalla carta geografica negli anni tra il 1983 e il 1991.
Yussef si  seduto con noi nella moderna sala da pranzo e ci racconta un aneddoto che permette di capire la situazione meglio di cento analisi di specialisti. Era al volante della sua Bmw verde quando  stato fermato a uno dei posti di blocco. In questi giorni di passaggio di sovranit, Allawi vuole sottolineare la differenza ed  convinto che dispiegare per le strade uomini in uniforme basti a rassicurare la gente. Un poliziotto con la sua bella divisa blu, al braccio la fascia delle forze di sicurezza interne, gli chiede la patente. Yussef gliela da e dopo qualche minuto il funzionario ritorna dicendo che dovr passare al commissariato per ritirarla. Yussef cade dalle nuvole. L'altro non cede ma aggiunge che gliela pu restituire subito dietro versamento della modica cifra di 30.000 dinari, ovvero 20 dollari. Non serve altro a Yussef per capire che la nuova polizia ha fatto presto a riprendere le vecchie abitudini. Ci spiega che mercanteggiando alla fine se l' cavata versando 10.000 dinari. "Gli iracheni sono perduti" conclude perentorio Yussef.
Ci ritroviamo pi tardi da un suo amico. Muhammad Hafith vive nel cuore di al-Rahmania. E` il quartiere dei ferrivecchi: su due chilometri di strade polverose sono ammassati scarti di lamiera, parti di automobili, pezzi di carrozzeria. E` qui che arrivano i catorci e le macchine rubate per essere spolpate e rivendute sotto altre forme. Muhammad  il capo di una piccola trib locale che conta, mi dice, esattamente 1180 persone, famiglie sia sunnite sia sciite. Quando parla di "persone" - lo capir pi tardi nel corso della nostra conversazione - intende i membri maschi del clan e pi precisamente coloro che hanno l'et per combattere. Mi spiega anche che fa di tutto per evitare che i pi focosi dei suoi uomini si uniscano alla resistenza e confessa di fare sempre pi fatica a trattenerli.
"Invito la gente a non sparare contro gli americani" mi assicura. E` seduto davanti a me nel suo vestito grigio, con accanto il padre Hafith Khatim, che ha un'aria da patriarca stanco. La stanza nella quale mi riceve  povera e senza mobili, con solo un paio di materassi sottili e qualche cuscino posato direttamente per terra, come in molte altre case irachene.
"La cosa pi importante" prosegue il mercante di ferraglie " la sicurezza. Ne abbiamo discusso con gli anziani e abbiamo chiesto ai giovani di ricorrere solo a mezzi pacifici."
Tuttavia, dietro questa moderazione, le frustrazioni sono enormi: "Le nostre finanze, le nostre societ sono sotto il controllo degli americani, possono prendere quello che vogliono. Ma il governo che abbiamo  il nostro governo: dobbiamo sostenerlo e dobbiamo sperare che agir nel nostro interesse".
Chiaramente Muhammad Hafith non rimpiange gli anni della dittatura: "Saddam era un uomo molto giusto: nel distribuire con equanimit la sofferenza a tutti quanti! E` vero che avevamo la sicurezza e l'unit, ma a prezzo dell'oppressione: eravamo governati con la forza".
Suo padre approva annuendo e fumando una sigaretta. E` un po' sordo ma segue la conversazione e suo figlio alza la voce quando vuole farsi sentire. A 80 anni, Hafth Khatim  praticamente nato con questo Paese e ricorda con nostalgia i cinque anni di presidenza di Abdel Karim Qassem, estromesso dai baathisti con un colpo di Stato nel 1963. "Quei cinque anni valevano come vent'anni di felicit" interviene il vecchio.
Secondo il figlio, gli occupanti devono andarsene ma non possono essere affrontati come lo furono in aprile a Falluja o a Kufa: "Gli americani perderanno: agiscono male, vogliono sfruttare gli iracheni. Affonderanno in Iraq. Siamo rimasti in silenzio quando sono arrivati, ma oggi chiediamo che se ne vadano alla svelta. Vedo che gli americani ci calpestano, ma che cosa possiamo fare? Tutti siamo nazionalisti ma prima di ribellarci dobbiamo avere i mezzi per farlo".
Muhammad Hafth e suo padre fanno parte degli iracheni che oggi si esprimono liberamente, ma mi chiedo se abbiano veramente voce in capitolo. Se qualcuno li ascolti, esclusi i giornalisti di passaggio. Sono cos tanti, da quando sono arrivata, a parlarmi di questo senso di sovranit mutilata, di un governo che serve a dare un nuovo volto a un'occupazione che non vuole pi mostrarsi come tale ma continua a imporre la sua legge.
E hanno ragione: gli Stati Uniti manterranno nel corso dei prossimi mesi un ruolo predominante in Iraq, in tutti i settori, militare, economico e politico. Le forze americane hanno una totale libert di manovra, poich Washington ha lottato con le unghie e con i denti all'Onu per respingere qualunque tentativo di stabilire un diritto di veto iracheno sulle loro attivit. Come scrive il "Financial Times": "L'Iraq fallir nella prova pi importante, quella della sovranit: il Paese non avr il monopolio dell'uso della forza all'interno delle sue stesse frontiere".
Un altro controverso aspetto di questo passaggio riguarda l'immunit di cui beneficeranno i militari e i civili americani e inglesi che rimarranno in Iraq: saranno intoccabili per le leggi irachene. Proprio come lo erano nel loro status di forze di occupazione. Il documento che regola la loro permanenza  stato messo a punto e promulgato da Bremer stesso prima della sua partenza. Fatti sufficienti a provare che l'occupazione continua sotto altre vesti:  un'extraterritorialit che ricorda le pratiche coloniali pi riprovevoli.
L'Iraq continua a essere sotto tutela anche grazie ai 150 membri dell'ambasciata americana che hanno l'incarico di "consigliare" le nuove autorit ad interim. Questi "consulenti tecnici" sono in carica presso i ministeri, compresi quello del Petrolio e degli Interni. Lavorano sotto l'ala dell'Iraqi Reconstruction Management Office, un ramo dell'ambasciata.
La fragilit della situazione nel momento del trasferimento di sovranit  illustrata dalla straordinaria confusione che regna nelle finanze del Paese. Nel mese di giugno, l'Iraq  privato della manna petrolifera, che rappresenta la quasi totalit delle sue entrate finanziarie oltre agli aiuti internazionali. Un duplice attentato a due oleodotti ha completamente interrotto il trasporto del petrolio per l'esportazione attraverso il Sud, mentre al Nord il moltiplicarsi degli attacchi ha impedito il regolare passaggio del greggio verso il porto turco di Ceyhan. E` la prima volta dalla caduta di Saddam che le esportazioni dal Sud, che oscillano tra 1,65 e 1,8 milioni di barili al giorno, sono totalmente ferme per diversi giorni. L'oleodotto del Nord non funziona pi in modo regolare dall'agosto del 2003. Il petrolio costituisce, con 15,1 miliardi di dollari, la quasi totalit delle entrate del bilancio dello Stato per il 2004. Il resto, cio 520 milioni di dollari,  il frutto delle diverse tasse, mentre l'imposta sul reddito non  ancora stata ripristinata. Questi introiti coprono quasi il 70 per cento delle spese, che ammontano a 21,3 miliardi di dollari. Gli aiuti internazionali dovrebbero in teoria colmare il disavanzo. Ma le cose non sembrano cos semplici con il moltiplicarsi delle inchieste ufficiali che tentano di spiegare ai contribuenti americani e agli iracheni come  stato speso durante l'era Bremer il denaro stanziato dal Congresso americano e dall'Onu.
Stando a un recente rapporto americano, per la ricostruzione dell'Iraq  stato speso solo il 2 per cento dei 18,4 miliardi di dollari assegnati dagli Stati Uniti nel 2003. Questo dossier, stilato dall'ufficio bilancio della Casa Bianca, indica che dello stanziamento totale dell'Iraq Relief and Reconstruction Fund (Irrf) sono stati sborsati 366 milioni di dollari alla data del 22 giugno. Invece la Cpa di Paul Bremer ha usato 19 miliardi di dollari prelevati dai redditi petroliferi iracheni, secondo un'ispezione dello studio internazionale Kpmg. Come dire che gli iracheni si stanno autofinanziando la ricostruzione.
Negli Stati Uniti, la stampa si fa portavoce della crescente controversia sui contratti di appalto. Ogni giorno, nuove rivelazioni vengono a confermare che il nepotismo, i conflitti di interesse, la totale mancanza di trasparenza, le fatture gonfiate sono la regola nel nuovo eldorado iracheno. I beneficiari di questo assalto capitalistico sono un pugno di societ che hanno stretti legami con la squadra Bush.
Per comprendere l'orientamento del nuovo gruppo che in teoria dovrebbe rimettere in piedi l'Iraq, incontro la ministra Pascale Warda, che si occupa della questione degli emigrati e dei rifugiati. La sua ambizione  di far tornare nel Paese milioni di iracheni che sotto Saddam sono andati a vivere all'estero, e di evitare che altri milioni partano durante l'occupazione americana.
Mi riceve nel suo ufficio della green zone, seduta a una grande scrivania. La stanza  ampia, l'arredamento  fnto stile Impero e la nuova ministra  piuttosto rilassata. E` piena di determinazione e di entusiasmo. Piccola, i capelli neri corti, indossa un tailleur rosa e porta al collo una croce, quasi volesse affermare la sua religione:  una cristiana di rito caldeo. Si  rifugiata in Francia vent'anni fa e ha studiato filosofia e diritti umani all'universit di Lione. E` stata raggiunta dalla sua famiglia grazie all'aiuto di Danielle Mitterrand, la moglie dell'ex presidente francese. La nostra conversazione si svolge in francese.
Difende il nuovo governo accusato dagli iracheni di essere formato da esiliati scelti dagli americani. "Questo  il governo degli iracheni" mi assicura. "Io ho un passaporto francese, e non sono l'unica. Non sono stata n formata n scelta dagli americani. Per poterci opporre a Saddam eravamo obbligati a vivere all'estero. Che cosa volevano gli iracheni? Che restassimo qui per finire come tanti altri nelle fosse comuni?"
E` quasi arrabbiata mentre pronuncia queste parole, come molti iracheni che lavorano per gli americani e che si infuriano quando si mettono in discussione il loro patriottismo o la loro correttezza. D'altronde lei  stata personalmente scelta dall'inviato speciale dell'Onu Lakhdar Brahimi.
La violenza politica la conosce bene: aveva sette anni quando i poliziotti di Saddam Hussein vennero ad arrestare suo padre nel Nord del Paese. Lo accusavano di aiutare i combattenti curdi, i peshmerga. E` stato torturato per sei mesi, poi  tornato a casa: gli avevano strappato le unghie delle mani. Suo fratello minore Dominique ha chiesto chi aveva ridotto cos suo padre. Alla risposta che erano stati "i baathisti", ha fatto il diavolo a quattro per avere una pistola e andare a uccidere chi aveva fatto tanto soffrire il suo pap. Un episodio che segner per sempre la piccola Pascale.
"Non mi importa nulla delle relazioni che Allawi ha avuto con la Cia o con i servizi segreti britannici. Ci che conta  che  stato all'opposizione contro il regime di Saddam. Oggi abbiamo cominciato a recuperare la nostra sovranit e questo  fondamentale. Ma non ci sono formule magiche e nemmeno Allawi pu fare miracoli."
Nella situazione in cui si trova, la ministra pu difficilmente parlare male del suo premier e ancora meno di coloro che nell'ombra continueranno per molto tempo a decidere del destino degli iracheni. E di quello dei ministri.
"Gli iracheni volevano questa guerra per sbarazzarsi di Saddam. Era l'unico modo. Tutti i precedenti tentativi erano falliti. Lui era arrivato al potere con la violenza ed  stato abbattuto con la violenza. E' vero che siamo in uno stato di occupazione, ma  necessaria:  il prezzo della nostra libert. Gli americani ci hanno liberato dalla dittatura e ora gli iracheni vogliono che se ne vadano, ma devono capire che non pu che essere un processo graduale, graduale..."
Pascale Warda, che parla velocemente con una voce roca gesticolando in continuazione, ammette che le cose non sono andate bene dall'arrivo trionfale dei soldati: "Gli americani hanno commesso il grave errore di non migliorare la situazione economica e la sicurezza. E di aver lasciato le frontiere senza controllo, mentre hanno costruito barriere separando le citt irachene. E` certo che questo non si chiama libert, si chiama caos. Si tratta dunque di ristabilire l'ordine seguendo una strategia che noi iracheni dobbiamo definire. Gli americani non sanno nulla della nostra mentalit, della nostra cultura: la ricostruzione deve essere quindi affare nostro...".
Si dice convinta che il sistema federale sar quello pi efficace per gestire le differenze che esistono tra le regioni e le etnie irachene. Anche se la comunit maggioritaria, gli sciiti, sembra non fidarsi troppo.
"Gli sciiti iracheni sono arabi e nessuno vuole uno Stato iracheno in cui la religione controlli il governo. Ci sono sciiti laici e altri religiosi. Ma il vero problema resta lo stesso: gli americani non hanno dato aiuti concreti alla popolazione. Perch, ad esempio, non hanno risarcito le famiglie perseguitate da Saddam? Glielo abbiamo detto diverse volte, ma non ci hanno ascoltato."
Pascale Warda  dunque decisa a fare di tutto perch i quattro milioni di iracheni all'estero ritornino nel loro Paese e contribuiscano alla sua rinascita. Ma sar difficile convincerli: lei stessa deve andare in giro con un convoglio di sette automobili blindate e una scorta di 25 guardie del corpo armate fino ai denti. Cambia percorso ogni giorno e non dice a nessuno quali saranno i suoi impegni per il giorno successivo. Il marito William Warda dirige una televisione per la comunit turcomanna e i loro due bambini vivono per precauzione nel Nord del Paese. Ma non ha paura: si considera in missione in nome del popolo iracheno.
Poco prima dei saluti, suona uno dei suoi due cellulari. Lei prende il telefono e risponde in inglese. Poi mi spiega che era la sua "consigliera", Jennifer Johnson, una diplomatica del dipartimento di Stato, che  stata messa a sua disposizione per aiutarla. La ministra si dice assolutamente contenta di avere questo sostegno: "Ho bisogno di un consigliere, sono nuova del mestiere". Non sono sicura che possa decidere di farne a meno.
Nessuno nel mondo arabo si fa ingannare da questo trucco istituzionale: "L'unico cambiamento  stata la sostituzione di Bremer con Negroponte" sottolinea Makram Mohamed Ahmed, noto editorialista della stampa egiziana. "La situazione sarebbe stata totalmente diversa se gli americani avessero fissato un calendario per il ritiro delle loro truppe prima del passaggio di sovranit." Secondo l'analista del Qatar Mohammad Mesfir, il passaggio di potere "non  altro che una grossa menzogna dell'amministrazione americana": "Gli americani continueranno a dirigere l'Iraq ma invece di governare direttamente si sono nascosti dietro al cosiddetto governo che essi hanno formato, e invece di presentarsi apertamente come forze di occupazione, si sono dati un nuovo nome, forze multinazionali".
A Baghdad, il tono  tanto pessimista quanto disincantato: "Gli americani scrivono la partitura e i nostri ministri suonano come burattini" mi spiega Yussef.
Vado a visitare il giornale "Azzaman", il pi diffuso quotidiano iracheno, che ha i suoi uffici in una piccola casa del quartiere al-Mansur. Mi stupisco per le scarse misure di sicurezza: c' una sola guardia davanti al portone di acciaio, un vecchio armato di kalashnikov. All'interno, riconosco l'atmosfera tipica di un'attivit giornalistica: gli andirivieni, la fretta, e ovviamente un po' di disorganizzazione. Mi metto ad aspettare senza sapere bene se qualcuno ha capito che vorrei incontrare il direttore, Saad Abbas.
Alla fine un piantone viene a prendermi e mi ritrovo in un minuscolo ufficio, dove la temperatura  quella di una cella frigorifera, grazie a un condizionatore che va a pieno regime. Saad Abbas indossa una camicia azzurra, il colletto slacciato, con la cravatta allentata attorno al collo. Ho l'impressione che reciti la parte di un giornalista coraggioso in un film americano degli anni Cinquanta. Abbas alla fine si rivela un analista serio e molto informato della situazione irachena, nonostante i suoi modi un po' disinvolti.
Durante il nostro colloquio, sorveglio le mosse di un altro uomo che divide l'ufficio con lui. E` il ragioniere del giornale, che distribuisce gli stipendi agli impiegati sotto forma di grossi fasci di dinari iracheni.
"Gli iracheni hanno pagato un prezzo pi alto rispetto agli americani o agli inglesi per sbarazzarsi di Saddam. Volevano la fine del dittatore, ma in modo pacifico. Per non si sono volute utilizzare tutte le armi della diplomazia: gli americani si sono semplicemente gettati a capofitto nella guerra" inizia Abbas.
Il suo giornale viene pubblicato a Baghdad ma  distribuito anche a Bassora, nel Sud del Paese, a Londra e in Bahrein. Abbas  stato arrestato nel 1991 dopo la rivolta degli sciiti. "Sono sopravvissuto per miracolo" mi dice. Quando  uscito,  scappato in Giordania, poi a Londra dove  arrivato nel 1999.
"Gli americani avranno la riconoscenza degli iracheni solo se troveranno la soluzione ai nostri problemi."
E per lui, non hanno imboccato la strada giusta. "Ufficialmente ci hanno restituito il potere, per poi riprenderselo sotto banco" commenta Abbas.
Secondo lui, la squadra di governo ha una base di consenso troppo ristretta e dovr essere rapidamente allargata ad altri settori della societ: "Le vere lite irachene non includono solo i dirigenti politici ma anche i religiosi e gli intellettuali. Sono loro le forze vive del Paese".
Contesta anche l'applicazione di un criterio etnico-confessionale nella designazione dei membri del governo. Secondo lui significa introdurre nel dibattito politico una dimensione che non  mai esistita in modo esplicito in Iraq. Gli americani hanno scelto questa opzione fin dall'inizio instillando cos il veleno del settarismo che potrebbe portare dritto agli scontri fratricidi "alla libanese".
"Quando sento parlare di maggioranza sciita, non sono d'accordo" protesta Abbas. "E` solo un'illusione: bisognerebbe allora parlare anche di maggioranza delle donne, dei bambini, delle vittime e tra gli sciiti troverete baathisti, comunisti, religiosi, laici. La sola maggioranza che esiste oggi in Iraq  formata da coloro che vogliono l'unit del Paese: ecco la vera battaglia da vincere."


CAPITOLO 15. SADDAM E LA CIA: UN'AMICIZIA PARTICOLARE.

UN'ALTRA BATTAGLIA  cominciata dietro le quinte del passaggio di potere: quella del processo a Saddam Hussein.
Il problema della consegna dell'ex dittatore agli iracheni era stato sollevato all'inizio di giugno. Il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) a Baghdad, l'unico autorizzato ad avere contatti con Saddam, aveva fatto notare che non poteva pi rimanere nell'incertezza giuridica salvo violare il diritto internazionale. A questo punto, o veniva incriminato o doveva essere liberato... L'ex presidente, che aveva festeggiato in carcere i suoi 67 anni, aveva ottenuto dagli americani lo status di prigioniero di guerra, ovvero doveva essere trattato umanamente, poteva scrivere lettere e ricevere le visite della Croce Rossa. Con la fine legale dell'occupazione toccava al sistema giudiziario iracheno farsi carico di Saddam.
Si era fatto sentire anche il collegio di 20 avvocati della difesa nominati dalla famiglia. I legali avevano accusato gli americani di impedire l'accesso al proprio cliente e avevano addirittura minacciato di fare causa all'amministrazione.
Alla fine di giugno, i giornalisti a Baghdad continuano a chiedersi dove sia detenuto il presidente destituito: le forze americane assicurano semplicemente che si trova "in Iraq"; si sospetta che sia incarcerato nella prigione dell'aeroporto di Baghdad, a Camp Cropper, insieme alla maggior parte dei dignitari del vecchio regime; ma il quotidiano inglese "The Independent" riferisce che  prigioniero in una base americana in Qatar.
Il giorno successivo alla partenza di Bremer veniamo a sapere che  stato raggiunto un accordo tra gli americani e il governo di Iyad Allawi. E` un giovane magistrato ad annunciarlo alla stampa. E` stato designato a capo del Tribunale speciale iracheno (Tsi) creato per giudicare Saddam. Il suo nome  Salam Chalabi: altri non  che il nipote di Ahmad Chalabi. Il giudice Chalabi precisa che anche 11 responsabili del regime baathista detenuti dagli americani saranno consegnati agli iracheni. Quarantaquattro dei 55 gerarchi ricercati del vecchio regime, tra cui l'ex vice presidente Taha Yassin Ramadan e l'ex vice primo ministro Tareq Aziz sono stati arrestati o uccisi. Ma il numero due del regime baathista, Izzat Ibrahim al-Douri,  ancora a piede libero.
Alla fine, il 30 giugno, Saddam Hussein passa sotto la giurisdizione delle autorit irachene. L'illustre prigioniero  stato consegnato al giudice Chalabi, venuto a notificargli un mandato d'arresto. Alcune fughe di notizie alla stampa riferiscono di un breve dialogo: "Sono Saddam Hussein al-Majid, presidente della Repubblica d'Iraq" avrebbe detto l'ex dittatore. Vestito con una dishdasha grigia, il tradizionale abito maschile arabo, dimagrito, avrebbe chiesto ai giudici: "Mi interrogate oggi?".
Lo stesso giorno il presidente Ghazi al-Yawar fa un annuncio che non pu essere considerato una coincidenza: "Abbiamo tenuto una riunione, poco dopo il passaggio di potere, nel corso della quale abbiamo preso alcune decisioni tra cui la reintroduzione della pena di morte" dichiara. "Se le prove che verranno esaminate confermeranno i crimini gravissimi di cui  accusato, il Tribunale speciale avr la possibilit di condannare Saddam Hussein alla pena di morte" aggiunge il ministro della Giustizia Malek Dohane in un'intervista rilasciata a "la Repubblica".
Il Tsi  stato creato il 10 dicembre 2003, ovvero tre giorni prima della cattura dell'ex dittatore. Istituito da Bremer, deve giudicare i crimini commessi dagli iracheni tra il 17 luglio 1968, data del colpo di Stato baathista, e il 1? maggio 2003. E` formato da un tribunale di prima istanza composto da cinque giudici permanenti nominati per cinque anni e da una corte d'appello che comprende nove magistrati. Il Tsi ha giurisdizione per i genocidi, i crimini contro l'umanit, i crimini di guerra e le violazioni della legge irachena, in particolare la prevaricazione e l'uso di una posizione di potere per condurre una politica "che possa portare alla guerra o l'impiego dell'esercito iracheno contro un altro Paese arabo". Il Tsi emette il suo giudizio a maggioranza dei magistrati. L'accusato ha il diritto di ricorrere in appello se si verifica un errore di procedura o un errore materiale. Se la corte d'appello giudica il ricorso ammissibile, dovr tenersi un nuovo processo.
Sono stati pronunciati sette capi d'accusa contro Saddam Hussein: l'uccisione dei curdi con il gas a Halabja nel 1988, la repressione della ribellione sciita nel 1991, le esecuzioni di massa che ne sono seguite, la guerra contro l'Iran (1980-1988), l'invasione del Kuwait nel 1990, il massacro dei membri della trib del capo curdo Barzani negli anni Ottanta e le esecuzioni dei dignitari religiosi sciiti nel 1980 e nel 1999.
Il 1? luglio mi trovo nella mia camera dell'Hotel Palestine. Jacques e io abbiamo evitato le strade di Baghdad durante le ore pi calde della giornata. Il comfort dell'albergo  migliorato rispetto al periodo della guerra: l'aria condizionata funziona e la televisione via satellite ci permette di vedere la Bbc, la Cnn e al-Jazeera. All'esterno, gli enormi generatori dei tre alberghi vicini al Palestine fanno un baccano infernale e sputano fuori torrenti di fumo viscoso che annerisce le facciate degli edifici. Le interruzioni di corrente elettrica sono all'ordine del giorno e tutta la citt si  dotata di generatori di ogni dimensione e capacit.
Sto scorrendo i miei appunti per fare un po' d'ordine, quando sento Jacques che mi chiama: "Vieni, presto" mi dice. "C' Saddam in televisione!" Non credo alle mie orecchie: scatto in piedi e sullo schermo compare il volto di colui che avevo visto l'ultima volta il 13 dicembre, con la barba e i capelli lunghi, stravolto, finalmente catturato, dopo dieci mesi di fuga.
Mi siedo per seguire affascinata lo straordinario spettacolo. La televisione da piena dimostrazione della sua potenza:  l'unico strumento che possa proporre in diretta, in tempo reale, un evento storico, in tutte le stanze d'albergo del mondo, in tutte le case. Anche il pericolo per  altissimo: chi controlla e manipola questo strumento, controlla il messaggio.
La mia prima impressione  che Saddam abbia perso molti chili. Lui che, all'epoca della sua onnipotenza, ordinava ai generali e ai soldati di dimagrire, ha dovuto mettersi a dieta per affrontare la battaglia che lo aspetta. Indossa un abito grigio e una camicia bianca, senza cravatta. Non ha tagliato la barba brizzolata: nel mondo arabo  un segno di lutto. E` seduto dietro una sbarra di legno che simboleggia il suo status di accusato e le telecamere rimangono puntate sul suo volto, senza mostrare gli altri partecipanti a questa prima udienza di un processo che rischia di essere molto lungo.
I primi minuti mostrano un Saddam che sembra stupito di essere l. Forse preoccupato. Ma ben presto si rassicura e la sua natura autoritaria riprende il sopravvento e assistiamo alla scena piuttosto impressionante di un dittatore che si ribella. Pi tardi, John Burns, del "New York Times", unico giornalista della carta stampata a essere stato ammesso all'udienza, mi racconter di aver avuto anche lui l'impressione che Saddam recuperasse in breve tempo il suo sangue freddo. "Credo che non sapesse cosa aspettarsi" mi spiega John. "Poi deve aver capito che non gli avevano preparato un plotone di esecuzione ma un processo, e ha immediatamente riacquistato fiducia in se stesso."
Oltre a John, Christiane Amanpour, della Cnn, e Peter Jennings, della Abc, saranno i soli ammessi nella sala dell'udienza, che durer 30 minuti. L'unico giornalista arabo sar congedato prima dell'inizio della seduta. Quanto al resto della stampa internazionale, si dovr accontentare delle immagini diffuse spesso senza sonoro e, alla fine della giornata, di un breve resoconto.
Dopo quel momento di esitazione iniziale, Saddam appare sorprendentemente combattivo: risponde al giudice, prende appunti su un foglio di carta giallo, sottolinea le sue frasi con un gesto della mano che ricorda l'epoca in cui regnava da signore assoluto sul destino del suo popolo. Si prende il tempo necessario per sviluppare le sue idee e alla fine definisce il tribunale un "teatrino" al servizio della rielezione di Bush. Il suo sguardo duro rimane fisso su quello del giudice che gli sta di fronte.
Siamo lontani dall'uomo smarrito che i marine esibivano dopo averlo snidato da una "tana per topi", nella sua regione natia vicino a Tikrit.
Avevo seguito come tutti in televisione fin dalla sera di sabato 12 dicembre le peripezie di quell'arresto. La preparazione mediatica era stata lasciata alle cure della Cnn, che in occasione di questa guerra si  rivelata una televisione militante. Ha trasmesso in continuazione le immagini notturne dei soldati che rientravano da una missione in una base vicina a Tikrit. Sembravano festeggiare un importante successo, stando ai commenti del giornalista Alphonso Van Marsh. Descrive ci che paragona a una scena di vittoria dopo una partita di calcio: gli abbracci, le urla di gioia, i flash delle macchine fotografiche nella notte. "E` chiaro che stanno festeggiando una missione portata a termine con successo. Ma quale?"
La messa in scena funziona e i telespettatori del mondo intero passano la domenica davanti alla tv assistendo a ci che viene presentato come un grande giorno per la storia dell'Iraq. Poi, colpo di scena, vengono trasmesse le prime immagini dell'ex dittatore: appare con la barba e i capelli lunghi, disorientato. "L'abbiamo preso" annuncia Bremer alla stampa.
Le storie sul suo arresto si moltiplicano: fonti americane spiegano che  il risultato di una lunga operazione condotta da un'unit supersegreta dell'esercito. Altri assicurano che sono stati i curdi a localizzarlo e poi ad arrestarlo insieme ai soldati americani. La prima informazione era stata data dall'agenzia di stampa iraniana Ima che citava il capo curdo Jalal Talabani, grande amico dei servizi segreti inglesi. Ma nessuno si preoccupa di questo genere di dettagli. Sicuramente non Bush e il pubblico statunitense.
"Che sollievo" dice Bush con un sorriso soddisfatto durante una conferenza stampa. "Il mondo  migliore senza di te, Saddam Hussein!" E aggiunge: "Io mi sono fatto un'idea su come andrebbe trattato, ma non sono un cittadino iracheno. Saranno gli iracheni a decidere". Stando ai sondaggi realizzati dopo la cattura, una percentuale non trascurabile di americani afferma che questo evento rende pi probabile un loro voto per Bush a novembre del 2004.
Nel mondo musulmano le reazioni sono tiepide. Ovviamente i governi dei Paesi vicini si dicono soddisfatti, in particolare l'Iran e la Siria, nemici storici del dittatore. Ma le umilianti immagini della sua cattura rischiano di fomentare il disagio della folla, se non addirittura il desiderio di vendetta, avvertono gli analisti.
In Iraq gli sciiti si sentono sollevati. Scene di giubilo popolare riempiono le strade: finalmente Saddam non fa pi paura. Il 13 dicembre viene proclamato "giornata mondiale della pace" da Moqtada al-Sadr. Forse era in vena di scherzare, dato che nei mesi successivi Moqtada sar uno dei motori dell'azione violenta contro gli americani.
Ma il 1? luglio, l'uomo che riempie il televisore nella mia camera del Palestine sembra ben deciso a vendere cara la pelle. "Sono il presidente della Repubblica d'Iraq e sono iracheno" proclama quando il giudice gli chiede di presentarsi.
"Quando dico presidente della Repubblica d'Iraq, non  per attenermi al protocollo o per attaccarmi alla mia poltrona, ma per confermare al grande popolo iracheno che rispetto la sua volont e la legge" dir pi tardi.
Prende rapidamente il sopravvento sul giovane magistrato - che non  Salam Chalabi - incaricato di notificargli le accuse. Saddam lo mette addirittura in imbarazzo, ponendo in discussione la legittimit del tribunale.
"Quale legge, quale risoluzione ha istituito questa corte?" chiede.
"Le autorit della coalizione" risponde il magistrato.
"Questo significa che Lei  un iracheno che rappresenta le forze che occupano il suo Paese."
"No, sono un iracheno che rappresenta l'Iraq. Sono stato nominato da un decreto presidenziale pubblicato dal vecchio regime."
"Allora non deve lavorare in base a un ordine dato dalle forze che chiama di coalizione, perch sono forze di invasione."
"Vorrei spiegarle un punto importante. Ero un giudice sotto il vecchio regime."
"Quindi conferma che la legge istituita in precedenza rappresenta la volont del popolo?"
"SI. Per grazia di Dio."
"Allora non faccia mai appello alle forze di occupazione che il suo popolo considera forze di invasione" conclude Saddam. E` chiaramente deciso a battersi come un leone.
L'ex presidente continua a giustificare l'invasione del Kuwait: "Il Kuwait  un territorio iracheno. Non l'ho invaso. Sono entrato in Kuwait perch i kuwaitiani compravano le donne irachene per 10 dinari. Come pu difendere quei cani che avrebbero trasformato le irachene in prostitute?".
Sull'uccisione dei curdi con il gas nervino nel 1988 a Ha-labja, dichiara: "Ne ho sentito parlare ma non ne sono al corrente".
"Giusto per l'aspetto legale, spero che Lei si sia assicurato che avessi degli avvocati" chiede.
"S" risponde il giudice.
"Non ho quindi il diritto di incontrare i miei avvocati prima di comparire davanti a Lei?" fa notare.
Alla fine, si rifiuter di firmare l'atto di accusa: "La prego, mi permetta di non firmare visto che il mio avvocato non  presente" dir al giudice. Di fronte all'insistenza del magistrato, aggiunge: "Non voglio fare nulla che possa essere considerato un atto precipitoso".
Dopo aver osservato la spudorata sicurezza con cui ha raccontato le sue menzogne nell'udienza preliminare, mi chiedo quale show potrebbe mettere in scena Saddam in un dibattimento pubblico.
Saddam non  comparso davanti al Tsi. Lui e i suoi 11 coimputati si sono presentati davanti a un giudice della corte penale irachena, anche questa istituita dalle forze di occupazione. Il Tsi non aveva ancora proceduto alla nomina dei suoi nove giudici, necessari per l'avvio dell'istruttoria.
Per gli sciiti questa procedura  inutile: "Chiediamo l'esecuzione di Saddam Hussein e crediamo di rispecchiare l'opinione dei partigiani di al-Sadr e della totalit degli iracheni" dichiara alla stampa lo sceicco Awas Khafaji, uno dei luogotenenti del capo radicale a Sadr City.
"Non era necessario processare Saddam Hussein, ma se lo si vuole fare, allora bisogna giudicare anche coloro che gli hanno suggerito o reso pi semplice l'esecuzione dei crimini che ha commesso: in primo luogo l'amministrazione del male, l'amministrazione americana" ha detto.
Ad Amman, gli avvocati di Saddam Hussein hanno nuovamente definito "illegale" il Tsi.
C' un aspetto del passato di Saddam Hussein sul quale i suoi difensori dovrebbero concentrarsi: gli stretti rapporti che ha avuto con i Paesi che oggi l'accusano. Nel desiderio di scagionare il loro cliente, faranno domande imbarazzanti -come gi fa il francese Jacques Vergs. Che cosa sapeva l'Occidente? Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna erano al corrente? Hanno fatto fnta di non vedere? Sono suoi complici? E se s, perch?
Tutti ricordano la foto in cui Saddam Hussein stringe la mano a un emissario americano nel 1983. Inviato dal presidente Ronald Reagan, doveva assicurarsi che l'Iraq in guerra fosse in grado di resistere al pericolo rappresentato dall'Iran di Khomeini. L'inviato della Casa Bianca si chiamava Donald Rumsfeld, oggi segretario alla Difesa e artefice dell'invasione dell'Iraq.
Ma Washington e il regime di Saddam hanno intrattenuto molto pi che semplici rapporti protocollari. Numerose testimonianze dimostrano che fin dal suo arrivo sulla scena politica irachena, e poi regionale, Saddam Hussein  stato strettamente associato alle ambizioni statunitensi in questa zona strategica. Il petrolio e la religione hanno creato un cocktail esplosivo e le potenze occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno sempre cercato di avere una certa influenza. E di assicurarsi i servizi di uomini pronti a tutto.
C' chi denuncia addirittura quelle che appaiono sempre di pi come amicizie molto particolari tra il signore di Baghdad e l'organizzazione che per decenni  stata incaricata di fare e disfare i regimi in Medio Oriente: la Cia.
Insieme a Jacques, che lavora a un film su questo argomento, chiamiamo un uomo che pare conoscere tutti i segreti di Saddam, lo scrittore di origini palestinesi Said Abu-rish. Oggi vive a Nizza e ha avuto modo di conoscere da vicino l'ex dittatore anche come intermediario per l'acquisto di materiale militare. Ha scritto alcuni libri scottanti, in particolare Saddam Hussein: th Politics ofRevenge e A Brutal Friendship: th West and th Arab Elites, nei quali denuncia la collusione tra Saddam e le amministrazioni americane: "Quando Saddam  stato catturato, sono rimasto stupito per due motivi: in primo luogo per il fatto che non si sia sparato un colpo in testa, e poi per il fatto che gli americani non l'abbiano ucciso. Ecco perch sono convinto che si sia trattato di un caso fortuito, perch se quell'operazione fosse stata sotto il controllo degli alti comandi, avrebbero dato l'ordine di ucciderlo".
Per questo esperto di fama mondiale, l'arresto dell'ex dittatore creer problemi agli Stati Uniti: Saddam sa troppe cose. "Non credo che Washington possa trarre vantaggio dalla testimonianza di Saddam. Se uno come me conosce cose compromettenti, posso immaginare che Saddam ne conosca cento volte di pi: credo che gli americani abbiano pi da perderci che da guadagnarci."
Un altro esperto, un iracheno che vive attualmente a Londra, aveva sottolineato questo tipo di problemi. Adel Darwish ha rivelato il primo episodio dell'alleanza tra Saddam e Washington: il fallito attentato contro il presidente Qassem, il 7 ottobre 1959.
Il generale Abdel Karim Qassem aveva appena preso il potere. Nel 1958, dopo aver rovesciato il regime di Faisal II, aveva fatto giustiziare il suo primo ministro Nouri Said, scelto dagli inglesi, corrotto e detestato dagli iracheni. L'arrivo al potere di Qassem era stato tuttavia accolto con favore a Londra e a Washington. Infatti era stata poco apprezzata l'iniziativa di Nouri Said, che pretendeva il ritorno sotto l'ala irachena di una provincia meridionale trasformata in uno Stato indipendente dagli inglesi, il Kuwait.
Ma in seguito Qassem comincia a dare del filo da torcere. Le decisioni che prende non possono far altro che inasprire le relazioni con l'ex potenza coloniale britannica e il Paese in procinto di diventare l'unico arbitro regionale, gli Stati Uniti.
Nel 1959 Qassem ritira l'Iraq dal Patto di Baghdad, un'alleanza voluta da Londra per lottare contro l'influenza sovietica. Nel 1961 nazionalizzer una parte delle concessioni petrolifere britanniche.
Gli Stati Uniti si preoccupano soprattutto per i legami che Qassem sembra voler allacciare con Mosca. Egli si rivolge all'Urss per comprare armi e fa entrare alcuni comunisti nel governo. Ce n' abbastanza perch il direttore della Cia, Allen Dulles, definisca pubblicamente l'Iraq come "il luogo pi pericoloso del mondo". Washington  decisa a sbarazzarsi di quel seccatore. E la Cia per la prima volta si affida a un giovane iracheno che comincia a far parlare di s all'interno di una formazione politica marginale e clandestina: il partito Baath.
Saddam Hussein ha allora 22 anni. Si trasferisce in un appartamento di Rashid Street con cinque compagni. Sorvegliano gli spostamenti di Qassem i cui uffici si trovano nei locali del ministero della Difesa. Il suo contatto con la Cia  un dentista iracheno che lavora anche per i servizi segreti egiziani. Il 7 ottobre 1959 passa all'azione. E` ancora un principiante ed  un po' nervoso. La sua mano trema. Qassem viene ferito ma sfugge all'attentato. I cospiratori devono lasciare il Paese. Raggiunto a una gamba dai colpi di uno dei membri del commando, Saddam si rifugia a Tikrit, poi raggiunge la Siria, il Libano e infine Il Cairo.
Fatto espatriare dai servizi segreti americani ed egiziani, Saddam affitta un appartamento nel quartiere di Dokki. Frequenta i corsi alla scuola di Qasr al-Nil, poi all'universit del Cairo. Gioca a tric-trac al Caff Indiana e si reca regolarmente all'ambasciata degli Stati Uniti per incontrare il rappresentante locale della Cia. Aspetta il suo momento, che arriver nell'inverno del 1963.
L'8 febbraio 1963, il presidente Qassem viene rovesciato e ucciso da alcuni giovani ufficiali affiliati al partito Baath. Nelle settimane successive, vengono eliminati centinaia - se non addirittura migliaia - di militanti della sinistra irachena, "comunisti", ma anche pensatori laici favorevoli allo sviluppo nei Paesi arabi di regimi nazionalisti con tendenze socialiste. Pochi giorni dopo il colpo di Stato, Saddam rientra a Baghdad e assume le sue funzioni nella spietata polizia segreta.
"La Cia era coinvolta in quel colpo di Stato" spiega l'ex ambasciatore americano in Arabia Saudita James Akin, che all'epoca era un giovane addetto d'ambasciata a Baghdad e ora vive nella periferia di Washington.
"Abbiamo creduto che l'arrivo dei baathisti fosse un modo per sostituire un governo filo-sovietico con un governo filo-americano ed  un'occasione che non si presentava poi cos spesso. E` vero che alcune persone vennero arrestate, ma erano principalmente comunisti. E questo non poneva alcun problema."
E` la Cia che fa rientrare Saddam a Baghdad e che fornisce le liste delle persone da eliminare: i loro nomi vengono da una radio che trasmette dal Kuwait.
All'epoca - siamo in piena Guerra Fredda - gli Stati Uniti ritenevano che Qassem e i suoi rapporti con i comunisti fossero divenuti il pericolo pi grave per la stabilit della regione. Ed  vero che Mosca appoggiava il regime iracheno e vedeva nel partito comunista, di gran lunga il pi potente e il meglio organizzato del Medio Oriente, uno strumento per la sua politica di espansione.
Il progetto di rovesciare Qassem  stata una delle operazioni pi complesse della centrale americana. Venne messa sotto il controllo dell'uomo della Cia a Baghdad, William Lakeland. E i nomi delle personalit eliminate vennero forniti da un agente americano che rispondeva al nome di William McHale e operava da Beirut.
Qualche mese dopo, i golpisti vengono allontanati dai militari e il presidente Abdel Salam Aref prende le redini del potere. Muore in un incidente aereo e viene sostituito dal fratello Abdel Rahman Aref.
In seguito, gli Stati Uniti cominciano a preoccuparsi per gli incerti tentativi del governo Aref di avvicinarsi ai francesi e ai sovietici, al fine di sviluppare le attivit legate al petrolio e allo zolfo. Washington  ben decisa a impedire quelle alleanze: come scrive Aburish, per l'America perdere il petrolio significa perdere l'Iraq. Si stabiliscono contatti segreti tra il partito Baath e la Cia, e viene citato addirittura un documento datato 1966 nel quale Saddam chiede agli americani di aiutarlo a rovesciare il governo.
Il 17 luglio 1968 il responsabile degli affari militari del Baath, il generale Hardan al-Tikriti, entra di buon mattino nel palazzo presidenziale, alza la cornetta del telefono e annuncia ad Aref, il quale stava ancora dormendo, che non  pi presidente. Il giorno dopo, verr messo su un aereo per Londra, e poi raggiunger la Turchia dove vivr in esilio per 11 anni. Il capo del partito Baath, Ahmed Hasan al-Bakr, prende la guida del regime, Saddam diventa il numero due.
Anche questo colpo di Stato, stavolta incruento, viene appoggiato dalla Cia. I responsabili della centrale americana - come Archibald Roosevelt - hanno ammesso gli stretti legami con il partito Baath. Anche altri ne hanno parlato apertamente, in particolare Chalabi, amico intimo degli ufficiali del Pentagono.
"Per capire le relazioni tra la Cia e Saddam  fondamentale ricordare che dopo il 1967 i rapporti diplomatici tra l'Iraq e gli Stati Uniti si interruppero. Dunque, questo spalancava la porta al coinvolgimento di altre persone" mi spiega Aburish. Bisogner aspettare il 1984 perch riapra l'ambasciata a Baghdad.
Nel luglio del 1979 Saddam estromette al-Bakr. Anche in questo affare la Cia ha la sua parte. Il primo uomo che Saddam incontra per metterlo al corrente delle sue intenzioni  il re Hussein di Giordania, che intrattiene strette relazioni con la Cia. Durante il suo soggiorno ad Amman, Saddam incontra alcuni agenti americani. A quell'epoca gli interessi di Saddam e degli Stati Uniti coincidono ancora: nessuno vuole che si realizzi il progetto di al-Bakr che prevede l'alleanza e addirittura l'unione tra l'Iraq e la Siria. Il patto  semplice: Saddam avrebbe fatto saltare quell'accordo se Washington non si fosse opposta all'eliminazione di al-Bakr.
Gli Stati Uniti erano ben lieti di sostenere Saddam, tanto pi che lo sci di Persia era caduto sotto i colpi della rivoluzione iraniana. Aveva lasciato il potere il 16 gennaio, aprendo un periodo di straordinaria incertezza in un Paese considerato uno dei migliori alleati degli Stati Uniti nella regione. Il nuovo regime teocratico iraniano appariva come una minaccia decisamente inquietante, in particolare per l'Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo, oltre che per il "mondo libero" e il suo approvvigionamento di petrolio. A novembre l'ambasciata americana a Teheran viene assalita dai militanti islamici. Questo spettacolare sequestro durer 444 giorni.
La Cia apre un ufficio a Baghdad alla fine del 1979, con la benedizione di Saddam, assicura Aburish. Secondo lui, quella che  iniziata come una convergenza di interessi, culmina in un incontro tra Saddam e Zbigniew Brzezinski, allora consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, nel luglio 1980 ad Amman. Un'altra riunione avrebbe avuto luogo nello stesso periodo nella capitale giordana tra Saddam e tre emissari della Cia. Qualche tempo dopo, nel settembre 1980, comincia la guerra tra l'Iran e l'Iraq. Saddam diventa, agli occhi di Washington e delle capitali occidentali, il nuovo gendarme del Golfo.
Per un lungo periodo, la Cia fornisce regolarmente a Saddam Hussein informazioni militari che dovrebbero aiutarlo nell'aspro conflitto con gli iraniani. La centrale approva - o quanto meno fa fnta di non vedere - le forniture a Baghdad di materiale militare e di sostanze che possono essere utilizzate per la fabbricazione di armi chimiche e biologiche.
"Non voglio dire con questo che non avesse contatti con la Cia quando era un giovane esiliato al Cairo, ma allora erano piuttosto sporadici" commenta Aburish. "Invece i contatti pi importanti hanno avuto luogo durante la guerra contro l'Iran. Ecco perch si  sentito tradito e colpito alla schiena dallo scandalo Iran-Contras" mi dice riferendosi al finanziamento di gruppi anti-sandinisti in Nicaragua, i Contras, appoggiati da Washington, con i fondi ricavati dalla vendita segreta di armi agli iraniani. "Due parole riassumono il carattere delle relazioni tra Saddam e la Cia: collaboravano ma non si fidavano."
L'aiuto di Washington, segreto e a volte in contraddizione con le posizioni ufficiali di neutralit e di opposizione al conflitto sbandierate sia da Carter sia da Reagan, diventa un asso fondamentale nella guerra tra Iran e Iraq. Questo sostegno viene offerto con la concessione di prestiti, la vendita diretta o indiretta di materiale militare e informazioni sulla capacit bellica dell'Iran.
Tra il 1982 e il 1989 il dipartimento americano dell'Agricoltura garantisce cinque miliardi di dollari di crediti all'Iraq, che sono stati utilizzati per i suoi programmi di armamento. Dal 1980, Washington ha chiuso gli occhi di fronte alla vendita di armi all'Iraq da parte di Paesi occidentali e appoggiava la creazione di reti di finanziamenti. Coinvolti, oltre agli Stati Uniti, sono principalmente Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia. E a partire dal 1981 gli aerei di sorveglianza Awacs venduti all'Arabia Saudita dagli Stati Uniti e pilotati da americani cominciano a raccogliere informazioni sui movimenti delle forze terrestri e navali iraniane.
Le relazioni pericolose tra il tiranno di Baghdad e la Cia durano fino al 1991. Poi alcune inchieste di giornalisti americani, in particolare Thomas Friedman, rivelano il coinvolgimento delle amministrazioni Reagan e Bush durante tutto questo periodo. L'affare venne allora battezzato "Iraqgate".
L'alleanza di fatto tra gli Stati Uniti e l'Iraq e il sostegno dato dalla Cia a Saddam Hussein sembrerebbero essersi conclusi con l'invasione del Kuwait nell'agosto del 1990. Tuttavia la centrale non riuscir mai a sbarazzarsi di lui, almeno fino al suo arresto nel 2003. Qualcuno si chiede se le operazioni per rovesciare il regime, organizzate dagli agenti della Cia infiltrati nel Kurdistan dal 1993 al 1996, siano state condotte con la seriet necessaria.
A Washington ci si interroga sull'esistenza di questi legami dopo la guerra del Golfo. Anche se non  ancora emerso nulla,  sicuro che per molti anni Saddam Hussein non  certo apparso, agli occhi delle varie amministrazioni americane, il feroce dittatore che George W. Bush oggi denuncia con tanta veemenza.
"Credo che l'amministrazione Bush padre pensasse che le relazioni con l'Iraq sarebbero state rapidamente riallacciate. Dispongo di informazioni secondo le quali i contatti con la Cia sono ripresi un mese dopo la guerra del Golfo, solo un mese dopo, e sono continuati per molto tempo. Conosco addirittura la persona che era incaricata di tenere questi contatti e che faceva rapporto direttamente a George Bush senior" assicura Aburish che si rifiuta di svelarmene il nome.
"Le relazioni non si sono quindi mai veramente interrotte e non mancavano certo gli intermediari, ma il vero problema  sapere cosa accadesse davvero e a chi tutto questo giovasse."
Nel periodo che si  aperto dopo la guerra in Kuwait, Aburish ritiene che due punti di vista - riconciliazione e ostilit - si siano scontrati a Washington. E avrebbero in qualche modo impedito l'emergere di una strategia coerente.
Gli uni volevano conservare Saddam come elemento di stabilit della regione, gli altri volevano distruggerlo. Nel vuoto creato da questa indecisione, personaggi come Ahmad Cha-labi hanno potuto assumere una straordinaria importanza, suggerendo all'amministrazione Bush junior un piano ambizioso per sbarazzarsi di Saddam.
"Chalabi  sicuramente l'unico arabo della storia ad aver intrattenuto relazioni cos strette con il Congresso americano" mi spiega Aburish. "Per raggiungere questo risultato ha collaborato con la lobby filo-israeliana. Le relazioni di Ahmad con quel gruppo di potere risalgono a molti anni fa. Oggi il cinismo di tutta l'operazione  stato svelato: l'unica cosa che si pu dire  che  tutto molto inquietante."

CAPITOLO 16. NAJAF: L'EQUAZIONE SCIITA.

DOPO   IL   PASSAGGIO  di sovranit, preparo la tappa senza dubbio pi importante del mio viaggio: una visita a Najaf, la citt santa degli sciiti iracheni e il cuore del loro nuovo potere. E` il Vaticano degli sciiti. Il loro destino e quello dell'Iraq si decideranno qui tanto quanto a Baghdad o alla Casa Bianca. La strada tra la capitale irachena e Najaf non  affatto sicura: nessuno la controlla pi, certamente non le forze della coalizione. Ho chiesto a Yussef di trovare una soluzione al problema e so che ci sta lavorando.
Nell'attesa decidiamo di andare nel quartiere sciita di Khadimiyya, sovrastato dalle cupole dorate della sua grande moschea, al-Khadum. Un ampio viale chiuso al traffico conduce al sagrato del luogo di preghiera. E` tutto un susseguirsi di botteghe, in particolare di gioiellerie dalle vetrine che traboccano di ori. Da una parte e dall'altra, stretti vicoli creano un dedalo confuso che si stende intorno alla moschea. Ci addentriamo in questa rete e i passanti ci fissano senza ostilit ma con una punta di sospetto. Sono pochi gli stranieri che si avventurano in questa zona e le donne sono ancora di meno. Passiamo da una strada all'altra, da un mercato all'altro, quello della frutta e della verdura, quello della carne. Pi oltre, minuscoli ristoranti propongono spiedini alla griglia.
E` un continuo spintonarsi e faccio fatica a evitare le pozzanghere che tagliano le strade dissestate.
Mi accompagna una fotografa americana, Dana, che sta cercando il posto migliore per fare delle foto in cui si vedano sullo sfondo i minareti della moschea. E` una buona idea, ma sembra difficile da realizzare, tanto pi che il sole sta tramontando e presto non avremo luce a sufficienza. Ci ritroviamo dietro alla moschea, sopra un grande parcheggio scoperto che dovrebbe accogliere le macchine dei fedeli e gli autobus dei pellegrini. E` vuoto e in un angolo gli abitanti del quartiere hanno improvvisato una discarica a cielo aperto che emana un tanfo terribile. Yussef chiede al custode di una palazzina che si annuncia pomposamente come albergo se c' la possibilit di salire sul tetto. Un ragazzo interviene nella conversazione e si offre di aprirci le porte di un edifcio vicino, la cui terrazza superiore ci sembra perfetta per dare libero sfogo al talento di Dana.
Una volta aperto il lucchetto e spinta la miserabile porta di legno scopriamo un vero gioiello: una grande casa di epoca ottomana, con un cortile interno e dei soppalchi tutto intorno. Una struttura in legno lavorato di tre piani, ornata qua e l da mosaici smaltati e da vetrate colorate rese iridescenti dai raggi del sole al tramonto. La nostra guida  contenta di vederci cos sorpresi e ci spiega che la casa serve da punto di ritrovo per un piccolo gruppo di riflessione che si riunisce regolarmente. Ci porta sul tetto da dove in effetti la vista sulla moschea  straordinaria. Dana si mette al lavoro e cerca di scattare una serie di foto che cancellino dal mio viso la fatica degli ultimi mesi decisamente pesanti. E` soddisfatta e ringraziamo la nostra guida, che nel frattempo  stata raggiunta dalla sua famiglia. Veniamo a sapere che lavora per la conservazione dei beni della fondazione al-Khui, dal nome del grande ayatollah Abul Qassem al-Khui, morto durante il regime di Saddam in domicilio coatto. E` un'organizzazione molto ricca che  passata ora sotto il controllo dell'attuale capo spirituale della comunit sciita, l'ayatollah al-Sistani. E` anche una fonte di reddito non trascurabile, grazie alla quale vengono portate avanti iniziative sociali all'interno della comunit.
Ci dirigiamo poi verso l'ufficio di Moqtada al-Sadr per fissare un appuntamento con il responsabile del quartiere. E` un uomo potente, i cui sermoni gridano alla massa dei fedeli. Si chiama Khaed al-Kadhemi e l'ho gi incontrato. E` alto e la tradizionale corona di barba dei religiosi incornicia il suo volto autoritario. E` costantemente circondato da una schiera di persone che gli fanno richieste di ogni tipo: un aiuto finanziario, la soluzione di una controversia, un lavoro per un figlio disoccupato... qualunque cosa. Lui fa del suo meglio: si destreggia con il cellulare, scribacchia un appunto su un pezzetto di carta, chiama un assistente e gli sussurra qualcosa a un orecchio. Ci chiede di tornare il giorno seguente per parlarci prima della preghiera di mezzogiorno. Mi sta benissimo:  un'ottima occasione per entrare nella moschea durante la funzione religiosa.
Il giorno dopo affronter con lui la prima vera discussione politica sul movimento di al-Sadr da quando ho iniziato a interessarmi a questo fenomeno. Mi render conto di quanto siamo lontani da un discorso di esaltati e di fanatici. Lo sceicco Khaed e i suoi amici sono saldamente ancorati alla realt irachena e fanno un'analisi pragmatica della situazione, dei rapporti di forza e dei mezzi per raggiungere il loro obiettivo: un'adeguata rappresentazione di un gruppo politico la cui popolarit  indiscutibile.
Lo sceicco parla in primo luogo della tregua raggiunta tra il movimento di al-Sadr e gli americani dopo gli incidenti di aprile e maggio. Intravede gi i rischi di una ripresa delle ostilit, e in effetti gli eventi del mese di agosto gli daranno ragione. "Perch la tregua regga,  necessario che gli americani rispettino i loro impegni, ovvero che non entrino a Najaf, a Karbala, a Sadr City, e che evitino di insultare o di arrestare i nostri partigiani. Se non rispettano questi obblighi, riprenderemo la battaglia."
Spiega anche perch il suo movimento non vuole partecipare al processo politico messo in moto dagli americani e che dovrebbe portare alle elezioni in Iraq prima della fine di gennaio 2005. Prevede in particolare la nomina di un'assemblea provvisoria di un centinaio di persone tramite una conferenza nazionale che vedr riuniti un migliaio di delegati all'inizio di agosto. Questo sistema, secondo Khaed,  in primo luogo minato dal confessionalismo - cio dall'attribuzione di una quota di potere in funzione della consistenza numerica o politica di ogni comunit etnica o religiosa - che fin dall'inizio gli americani hanno introdotto nella loro ricerca di una soluzione in Iraq. Questa dimensione viene respinta dagli sciiti che reclamano la supremazia del suffragio universale. Il movimento di al-Sadr si rifiuta di venire associato a un sistema che gi in partenza sar votato al fallimento in un Paese che, al contrario del Libano, non ha mai avuto occasione di sperimentarlo.
"Ci rifiutiamo di partecipare a questo processo ma non ne respingiamo il principio, ne respingiamo i meccanismi. Lascia troppo spazio a movimenti politici che non hanno n legittimit n sostenitori. Presto o tardi gli occupanti se ne andranno e le istituzioni precostituite dovranno sottoporsi al giudizio dei cittadini."
A ogni modo, gli uomini di al-Sadr si limitano a porre una condizione imprescindibile: le truppe americane devono lasciare l'Iraq o quanto meno fissare un calendario chiaro per il loro ritiro, che deve avvenire entro sei mesi. "Poi, possiamo discutere di qualunque cosa: ma fino a quando durer l'occupazione, non ci sar n giustizia n uguaglianza. E combatteremo con ogni mezzo gli agenti, le spie e le marionette che chiedono il mantenimento dell'occupante. Comunque gli iracheni presto o tardi rimarranno da soli e questi qui dovranno rendere conto delle loro scelte."
Lo sceicco Khaed parla anche del desiderio di unit tra sunniti e sciiti che si  rafforzato in occasione degli scontri di Falluja e nelle citt sciite del Sud. Tocca poi il problema della necessit di coordinamento con l'autorit religiosa rappresentata dai saggi dell'universit teologica di Najaf, i signori della Hawza.
"La Hawza  la guida di tutti gli sciiti nel mondo, ed  vero che esistono divergenze tra noi e la Hawza. Ma quando l'interesse superiore della nostra comunit richiede di comporre i contrasti, noi lo facciamo ed  per questo che recentemente sayyed al-Sistani e sayyed Moqtada si sono incontrati."
Cerca anche di cancellare l'impressione che il "sadrismo" sia un movimento di novellini, incapace di cogliere tutte le sottigliezze di una situazione complessa.
"Il movimento di al-Sadr non  un fenomeno recente. Il padre di Moqtada, Muhammad Sadiq al-Sadr,  stato l'ispiratore di tutta una generazione di sciiti e ha creato una vasta rete di supporto fin dall'inizio degli anni Novanta. E` quella stessa generazione a essere al comando oggi e noi siamo l'unico partito che ha fronteggiato Saddam Hussein qui in Iraq. Abbiamo subito la peggiore delle repressioni: gli arresti, le torture, le esecuzioni, mentre gli altri oppositori ci guardavano dalle loro tranquille vite all'estero. Oggi contrastiamo l'occupazione americana e molti sciiti che seguono altri leader religiosi, come al-Sistani, sono al nostro fianco in questa battaglia per la libert e per l'unit dell'Iraq."
Finita l'intervista, lo sceicco Khaed si alza e si dirige verso la moschea circondato da un pugno di guardie del corpo. In questo quartiere interamente votato alla guerra contro gli americani, non rischia nulla ma ho la sensazione che qualche uomo armato serva a sottolineare il suo alto rango.
Muniti di un lasciapassare firmato da lui, ci avviciniamo anche noi al sagrato della moschea. Ci si pu trovare di tutto: dal venditore di bibite fresche, alle bancarelle di souvenir, chador, gioielli... A tratti ho l'impressione che nel Medioevo le piazze delle nostre grandi cattedrali avessero lo stesso aspetto di mercato caotico e variopinto.
Nel cortile della moschea, intorno al mausoleo centrale, i fedeli srotolano i tappeti da preghiera. Il sole cade a picco sulla distesa di marmo bianco. Devo socchiudere gli occhi, tanto  forte il riverbero. Per proteggersi dal caldo, alcuni gruppi si rifugiano in piccole sale ricavate nel muro di cinta. E` in una di queste sale che ci sistemiamo per ascoltare la predica. Donne in lunghi abiti neri accompagnano i bambini. Gli uomini si sistemano in file serrate davanti a un pulpito dotato di microfono. Mi chiedo come possano resistere, a capo scoperto, alla lava cocente che si abbatte dal cielo.
Lo sceicco Khaed si avvicina al microfono. Ha indossato la cappa bianca dei martiri, gettata sulle spalle come fanno ormai da settimane i responsabili del movimento di al-Sadr. La folla intorno a lui canta il nome del giovane capo che sembra cristallizzare tutte le speranze di giustizia e di indipendenza. Non ascolto la sua predica e Latif, sfinito dal caldo, non si offre di tradurre. Suppongo, dopo la conversazione che abbiamo avuto, che il religioso denunci l'occupazione, sbeffeggi i collaboratori e prometta la vittoria a coloro che rimarranno fedeli ai princpi di libert.
Yussef mi annuncia di aver trovato il modo migliore per farmi arrivare senza problemi a Najaf: una scorta! Di fronte alla mia espressione abbattuta, capisce che non sono molto soddisfatta. Non credo nell'utilit di andarmene in giro con angeli custodi armati fino ai denti. E` sicuramente il modo migliore per attirare l'attenzione. Ma Yussef mi ha preparato una sorpresa. La mia scorta si presenta sotto forma di un religioso che ho immediatamente soprannominato "il mio piccolo sayyed". Si chiama Hattab Ziak al-Mussawi. Sfoggia il turbante nero dei discendenti di Maometto. Ha il volto rotondo incorniciato da una barba grigia relativamente corta. Sulla fronte ha il segno scuro che lascia il ripetuto contatto con la piccola pietra sulla quale gli sciiti si prostrano cinque volte al giorno per pregare. Ha un'andatura fiera con quel suo abito grigio e il mantello marrone. I suoi occhi lasciano trasparire bagliori di scherno, come se lo divertisse l'eccezionale agitazione di cui il suo Paese  da mesi protagonista. E gode dell'improvviso rispetto che tutti sembrano nutrire per i seguaci di Allah. Scoprir poi che  un ghiottone, che fuma come un turco e che delle due mogli, una  giovanissima. Si affezioner molto a Jacques, al quale regaler un tappeto da preghiera: sicuramente  stato tratto in inganno dal piccolo zucchetto bianco che Jacques usa per proteggere la testa dalle scottature, ma che lo fa passare per un hajji, ovvero un musulmano che ha fatto il pellegrinaggio alla Mecca.
Ci ritroviamo all'alba davanti a uno dei posti di guardia dell'Hotel Palestine. Yussef ha previsto due macchine: la prima, che guider personalmente,  una grossa Gmc e saremo noi a fare strada sotto l'illustre protezione di sayyed Hattab, che troneggia sul sedile anteriore. La seconda  la bella Bmw verde e al volante c' il figlio maggiore, Alaa. Vi hanno preso posto Dana, la fotografa, e la troupe di una televisione locale ingaggiata da un produttore francese per seguirmi in questi giorni. Le due macchine sono in contatto tramite walkie-talkie. Non ci resta altro da fare che affidarci alla nostra buona stella.
Najaf si trova a 160 chilometri a sud di Baghdad e la strada  una delle pi trafficate del Paese. Giusto per dare il via alla nostra impresa, incrociamo appena usciti dalla capitale un convoglio logistico americano. E` sorvolato da due piccoli elicotteri d'assalto che ronzano sopra la strada, sorvegliando i campi e i palmeti tutto intorno. Alcuni blindati sono disposti tra i semi-rimorchi e un carro armato chiude la colonna. Le automobili e i camion che non possono sorpassarla formano un immenso ingorgo e alcuni automobilisti, spazientiti, si lanciano contromano sulla nostra corsia.
Dopo una mezz'ora, Yussef rallenta e parcheggia sul ciglio della strada. Davanti a lui le auto tornano precipitosamente indietro. Alcuni minibus carichi di passeggeri si fermano. Gli autisti si chiamano l'un l'altro. In lontananza vediamo uomini armati che sparano all'impazzata. Sembra che la circolazione sia bloccata anche nell'altro senso. Cominciamo a capire qualcosa grazie ai frammenti di informazioni raccolti da Yussef: il posto di controllo della polizia irachena recentemente istituito sulla strada all'altezza di Mahmudia  stato attaccato dai ribelli. Ci sono stati sei morti. I poliziotti hanno chiamato i rinforzi che vediamo spuntare sui pickup Toyota, i fucili d'assalto puntati in tutte le direzioni. Esitiamo sul da farsi. Come spesso capita in questo tipo di situazioni, la cosa migliore  non fare nulla. Il sayyed, impaurito, vorrebbe tornare indietro. Decidiamo di aspettare che ritorni la calma. Vedremo passare di nuovo, ma in direzione opposta, i rinforzi della polizia, con la stessa aria determinata. Poi le macchine si rimetteranno in marcia e noi passeremo lentamente davanti ai sacchi di sabbia che indicano la posizione del posto di controllo che non  sopravvissuto al suo primo attacco.
Ci metteremo cinque ore a raggiungere Najaf, tra indescrivibili ingorghi, immersi in una polvere cos sottile che finisce per entrare anche nelle macchine meglio sigillate, sotto un sole che diventa sempre pi torrido e pu creare problemi ai motori surriscaldati. Durante il tragitto, il "piccolo sayyed" cerca inizialmente di convincermi che le donne sono felici, protette dalle rigorose leggi dell'Islam.
"Le donne sono completamente libere" mi dice "a condizione che rispettino pienamente l'onore dei loro mariti, che non si vendano per denaro e che non si offrano per il piacere sessuale. Ad esempio, mia moglie non deve intervenire nei miei affari e non deve insinuare che io possa sbagliarmi."
Gli chiedo: "Perch la donna dovrebbe obbedire?".
"L'uomo  pi istruito, pi intelligente, ed  responsabile di tutti gli aspetti della vita della donna. Io devo rispettarla, onorarla, in particolare per la sua capacit di mettere al mondo dei figli, e lei pu godere dei miei beni, ma io non accetto che lei sia pi forte di me e che mi dia ordini."
Si rivolge a Jacques e lo prende a testimone: "Io e Jacques non potremmo mai obbedire alle nostre spose. Non  vero, Jacques?".
Jacques sorride, un po' imbarazzato, e mi fa segno di non continuare la discussione. E` evidente che su questo punto non sar mai d'accordo con il "piccolo sayyed". Ma mi guardo bene dal dirglielo: non voglio contrariare un discendente del Profeta che deve non solo condurmi sana e salva a Najaf ma anche farmi entrare nel cuore del misterioso Vaticano sciita. Mi rassegno quindi a non rispondere e passiamo a un altro argomento di conversazione.
Sayyed Hattab vive a Sadr City dove predica in una piccola moschea, ma va regolarmente a Najaf per seguire l'insegnamento dei suoi maestri della Hawza, questa specie di scuola islamica aperta che forma i religiosi sciiti. Ha iniziato i suoi studi nel 1992 e prevede di continuarli finch avanzer nella gerarchia religiosa. La sua assiduit gli ha gi procurato tre soggiorni in prigione sotto Saddam Hussein, nel 1997, nel 2000 e poi qualche settimana prima della guerra nel 2003. L'ultima volta era stato accusato di "fazionismo", ovvero di difendere gli interessi di un gruppo - in questo caso gli sciiti - contro quelli dello Stato. Era un'accusa grave in Iraq, dove i legami con l'Iran hanno fatto s che gli sciiti venissero sospettati di complicit col vicino persiano per minare l'integrit della nazione irachena. Ci spiega che  potuto uscire di prigione un mese e mezzo prima della caduta di Baghdad pagando ai suoi carcerieri quattro milioni di dinari (cio quasi 1500 dollari al cambio di prima della guerra).
Ci spiega anche che la Hawza conta circa sei-settemila studenti, venuti non solo dall'Iraq ma dal mondo intero, suddivisi in diverse scuole dove insegnano stimati maestri. "Che Dio protegga la nostra Hawza" ripete spesso.
Cominciamo poi una discussione sul ruolo dei religiosi nella politica. Mi dice di non essere favorevole all'ingerenza religiosa negli affari dello Stato. Tutto il contrario dei mullah iraniani che raccomandano il controllo diretto della vita pubblica da parte della guida suprema.
"I religiosi in Iran controllano l'intera esistenza dei cittadini ma alla gente questo non piace. Noi non vogliamo una nuova dittatura in nome dell'Islam. La sharia non deve essere la legge dello Stato altrimenti le altre comunit ne soffrirebbero. In Iraq  diverso, la gente ci ama, i religiosi sono un'ispirazione per gli iracheni."
E` ovviamente contrario all'occupazione del suo Paese, ma non vede come si possa cacciare con la forza l'esercito statunitense. "Sappiamo che gli americani vogliono aprire delle basi in Iraq e che vogliono il petrolio, ma noi non abbiamo i mezzi per mandarli via. Dobbiamo quindi trovare un modo per arrivare al loro ritiro attraverso il negoziato. Sappiamo che vogliono impedire agli sciiti di accedere al potere, ma ci siamo ormai lasciati alle spalle i nostri giorni pi cupi: dobbiamo trattare il problema con pazienza."
Ed espone apertamente un'ipotesi che trovo interessante da quando a Beirut il mio amico Jamil mi ha chiarito il rapporto tra il potere temporale dei politici sciiti e quello spirituale dei loro capi religiosi. L'esempio della Casa Bianca e della Corte suprema. "C' un coordinamento tra al-Sistani e al-Sadr. Con il suo movimento Moqtada sostiene e rafforza la Hawza" mi assicura il "piccolo sayyed" che si presenta come uno studente di al-Sistani ma anche un partigiano di Moqtada.
Sayyed Hattab dalle due mogli ha avuto sette figli. Una delle due lavora,  insegnante, mentre la pi giovane rimane a casa. E` in qualche modo il consigliere spirituale di Yussef e della sua famiglia. Viene spesso invitato a casa loro, viene regolarmente consultato sugli affari di famiglia e, in particolare, sul matrimonio ormai prossimo della figlia maggiore. Di fronte al mio stupore nel vedere un sunnita che prende uno sciita come guida spirituale, Yussef mi ripete ci che molti iracheni mi dicono ogni volta che faccio questa domanda: che non ci sono differenze tra sunniti e sciiti, che le famiglie e le trib sono molto spesso miste, che questa divisione  artificiosa e favorisce gli interessi di coloro che vogliono dividere il Paese per controllarlo meglio.
"Siamo sciunniti" scherza Yussef.
Sayyed Hattab  d'accordo.
"In Iraq non ci sono differenze. Non ci sono sunniti e non ci sono sciiti. Viviamo tutti insieme."
Vorrei poterci credere.
Alla fine arriviamo a Najaf, rovente citt di 500.000 abitanti, dominata dalla cupola dorata del pi sacro tra i mausolei: la tomba dell'imam Ali, genero del Profeta, assassinato a Kufa nel 661.
Lasciamo la macchina in un parcheggio di terra battuta all'ingresso della citt vecchia. Mi fermo un attimo per far correre lo sguardo sull'immenso cimitero di Wadi al-Salam, la Valle della pace. E` il pi grande cimitero islamico e copre pi di 15 chilometri quadrati. Milioni di sciiti, provenienti da tutto il mondo, sono sepolti qui, accanto alle spoglie di Ali.
Questa terra  percorsa da una storia che risale all'origine dell'uomo. Bisogna avventurarsi con rispetto e prudenza. La leggenda narra che la regione fosse conosciuta gi al tempo di No: uno dei suoi figli si era rifiutato di salire sull'Arca e si era seduto su una montagna vicina aspettando l'arrivo del diluvio. Un terremoto fece crollare la montagna e il giovane imprudente mor. Nel punto in cui si trovava il monte si apr un fiume che poi si secc, da qui il nome di Nahr-Jaff, il "fiume prosciugato". Poi i profeti Abramo e Isacco vennero qui a comprare terre da pascolo. All'epoca, Abramo aveva gi predetto che un sepolcro avrebbe attirato decine di migliaia di fedeli che si sarebbero cos guadagnati un posto in Paradiso. Pi tardi, Ali avrebbe ricevuto questo messaggio sulla Valle della pace: "Poich nulla su questa terra pu sfuggire al mio sguardo, vedo tutti i fedeli seduti qui che parlano insieme".
Seguendo sayyed Hattab ci addentriamo nel labirinto di stradine che circondano la moschea e il mausoleo dell'imam. Le case sono basse, alcune costruite con mattoni di argilla, altre con materiali pi resistenti. I balconi in legno con le persiane chiuse sembrano appesi alle facciate. Minuscole porte si aprono sui cortili interni. Sotto queste case sono scavati profonde grotte e sotterranei dove gli abitanti si rifugiano per difendersi dal calore del sole. Ho la sensazione di essere spiata in questo dedalo di viuzze tagliate ad angolo retto. Incrociamo alcuni uomini vestiti con abiti lunghi e turbanti. Il sole penetra tra i tetti e camminiamo tra spicchi di luce torrida e zone d'ombra quasi fresche. Sayyed Hattab  felice di guidarci senza esitazioni attraverso questo groviglio inestricabile fino a quando arriviamo sull'immensa spianata della moschea.
Vengo colpita in pieno viso da una bufera di vento rovente che proviene da un ampio varco aperto sul deserto. Mi fermo un momento: ho davanti agli occhi uno dei luoghi pi santi dell'Islam sciita. Qui  sepolto Ali, il genero ma anche il cugino pi amato di Maometto. E` lui che ha dato vita a quella dissidenza dell'Islam che  lo sciismo. Il suo mausoleo, la cui cupola  ricoperta da 7777 mattonelle d'oro puro,  circondato da una cinta rettangolare a due piani che ospita una serie di sale di riunione e di preghiera.
Secondo la leggenda, il califfo abbaside Harun al-Rashid venne a caccia in questa regione nel 791. Inseguiva un capriolo che si rifugi su una collinetta di terra battuta. I cani della muta lo circondarono ma, con grande stupore del califfo, si rifiutarono di avvicinarsi. Allo stesso modo, il cavallo del potente imperatore si impenn quando egli fece per spingerlo verso la bestiola spaventata. Stupito, Harun chiese il perch di quel fenomeno alle trib della regione. Gli rivelarono che l'imam Ali, la cui tomba era stata tenuta segreta durante il regno degli Omayyadi, era sepolto in quel luogo. Fu allora che il califfo diede ordine di edificare un mausoleo. La moschea vera e propria venne costruita nel 977, poi riedificata nel 1086 dopo un incendio. Venne saccheggiata dai wahhabiti dell'Arabia nel 1802, poi ricostruita ancora una volta. Nella primavera del 1991, la guardia repubblicana di Saddam Hussein la strinse d'assedio e massacr centinaia di sciiti che vi si erano rifugiati.
Prima di iniziare le mie visite "ufficiali", devo procurarmi un accessorio indispensabile: un vero chador. La tunica nera e il foulard che indosso non sono sufficienti, mi ha fatto notare sayyed Hattab e, per quanto mi costi, devo seguire i suoi consigli se voglio accedere ai luoghi santi della citt. Le stradine intorno al mausoleo formano un immenso mercato dove si trova di tutto. Vengo assalita da profumi di cannella e carne alla griglia. Mi fermo per bere un succo di carota fresco. Quindi, entro in un negozio di abbigliamento dove Yussef mi aiuta a scegliere e poi a infilare una rigorosa uniforme islamica: prima una specie di cappuccio per trattenere i capelli e incorniciare il viso, poi un foulard che scende fino alle spalle e infine un lungo abito che nasconde tutto ci che possa essere in qualche modo considerato una "forma". So che questo sacrificio  necessario, ma ho la sensazione di soffocare sotto il mio nuovo abbigliamento.
Quando esco dal minuscolo negozio, mi imbatto in un gruppo di giovani armati che sembrano preoccuparsi della presenza di stranieri accompagnati da una fotografa e da una troupe televisiva. Yussef mi spiega che sono guardie del corpo dell'ayatollah al-Sistani che ha l'ufficio non lontano da qui. Uno stretto passaggio conduce a una casa molto semplice che sorge pi all'interno rispetto alla strada. Sayyed Hattab  gi entrato per chiedere se possiamo incontrare il figlio di al-Sistani che gli fa da portavoce. Ci viene per spiegato che  appena arrivato un ospite di riguardo, un altro grande ayatollah di Najaf, Muhammad Said al-Hakim.
Il grande ayatollah Muhammad Ali Hussein al-Sistani  considerato la suprema autorit spirituale degli sciiti. Vive recluso nella sua abitazione, non organizza mai conferenze stampa, non tiene mai grandi discorsi n udienze pubbliche, ed esiste un solo video che lo mostra seduto per terra mentre studia un impenetrabile scritto. Ha ovviamente un sito Internet, "www.sistani.org", sul quale i musulmani possono porgli domande sulle questioni teologiche pi varie. Immagino che questo dotto vegliardo non si prenda la briga di rispondere personalmente agli interrogativi dei suoi fedeli, molti dei quali riguardano le pratiche sessuali autorizzate dal Corano. Come trattare l'adulterio? E` lecito il sesso orale? E la sodomia?
E` uno dei quattro grandi marja di Najaf, ovvero "una fonte d'imitazione", riconosciuta come tale dalla comunit dei fedeli per la vastit del suo sapere e la profondit della sua saggezza. E` anche un mujtahid, ovvero un'autorit suprema nella diffcile arte di interpretare la parola di Dio, il Corano, e gli insegnamenti del suo profeta, Maometto. La posta in gioco fondamentale oggi, la sfida per uomini come al-Sistani,  ricollocare l'insegnamento di un libro immutabile nel contesto di una storia in perpetua evoluzione. Gli altri tre grandi ayatollah di Najaf con i quali condivide questa responsabilit sono l'iracheno Muhammad Said al-Hakim, Bashir Najafi, un pachistano, e Ishaq Fayyad, un afghano.
Questi saggi sono allo stesso tempo insegnanti e guide: l'uno non pu fare a meno dell'altro, nella misura in cui la continua tensione verso la conoscenza  al centro della dottrina sciita. Solo coloro che sanno possono insegnare e decidere per tutta la comunit:  la simbiosi tra la marjaiyya e la Hawza.
Al-Sistani  nato nel 1930 a Mashad, in Iran. Ha cinque anni quando inizia a imparare il Corano, poi prosegue i suoi studi nella citt di Qom, prima di trasferirsi nel 1952 a Najaf. Studia con i pi importanti maestri sciiti, in particolare il grande ayatollah Abul Qassem al-Khui. Alla sua morte nel 1992, viene scelto dai suoi pari per diventare marja e si vede assegnare il titolo di grande ayatollah.
La barba bianca, l'aspetto severo, indossa il turbante nero dei discendenti del profeta Maometto. Ha l'occhio ombroso come l'ayatollah Ruhollah Khomeini, il padre della rivoluzione iraniana, che fu discepolo insieme a lui a Najaf dal 1965 al 1978.
Venerato dalla sua comunit, rispettato dalla maggioranza degli iracheni, si  imposto come il partner imprescindibile per chiunque voglia costruire il futuro del Paese.
Seguendo la tradizione della scuola teologica degli sciiti iracheni,  contrario alla teoria di Khomeini del welayat-e faqih (in arabo wilayat al-faqih: "governo del giudice religioso"), ovvero del potere diretto dei religiosi, sotto la conduzione di una guida suprema. Ritiene che i dignitari religiosi non debbano essere coinvolti nella gestione quotidiana dello Stato. Hanno l'obbligo per di ricordare i princpi fondamentali che la politica deve seguire, e i loro pareri hanno valore di legge: al-Sistani l'ha dimostrato in diverse occasioni opponendosi alle decisioni del governatore Bremer. I religiosi non devono nemmeno vietare l'azione politica, compresa l'azione violenta: cos non ha mai approvato il ricorso alla forza da parte del movimento di al-Sadr, ma non l'ha mai nemmeno condannato. La sua neutralit si confa pienamente al suo status di arbitro supremo. "Il quietismo" come mi spiega Patrice Claude, del quotidiano "le Monde", "non  il rifiuto della politica,  la protezione del religioso." Tuttavia le posizioni di al-Sistani sulle questioni essenziali sono chiare: rifiuto dell'occupazione, rifiuto della collaborazione, ricorso al suffragio universale.
Non riceve quasi mai dei non-musulmani, con la notevole eccezione nel giugno 2003 dell'emissario dell'Onu in Iraq Sergio Vieira de Mello, poco prima che questi morisse in un attentato. Gli aveva chiesto di dire a Bremer che aveva intenzione di pronunciare unafatwa contro gli esperti designati dalla coalizione per scrivere la nuova costituzione.
Per molti sciiti, egli appare oggi come l'unico rimedio allo stesso tempo politico e religioso. Le formazioni politiche tradizionali come il Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (lo Sciri) o il partito al-Dawa hanno infatti perso credibilit presso la popolazione per la loro collaborazione con gli organi ad interim. Tanto pi che non sono stati capaci di riportare l'ordine e di avviare la ricostruzione.
Tuttavia, al-Sistani deve tenere conto anche del giovane Moqtada, che da mesi ormai da il tono del dibattito politico. E in un certo senso i due uomini si completano: l'opposizione aperta e violenta di Moqtada ai progetti americani permette ad al-Sistani di mantenere una linea dura e di negoziare da una posizione di forza. Senza l'appoggio dell'esercito di poveri diavoli che al-Sadr mobilita, l'ayatollah sarebbe un papa senza divisioni.
Il mio "piccolo sayyed" mi porta in un'altra abitazione dove tutte le stanze sono piene di religiosi immersi in grandi conciliaboli. In piedi, seduti su tappeti, chini su libri o attaccati al telefono, questi uomini, tutti col turbante, mi sembrano estremamente indaffarati.
"E` l'ufficio di Moqtada" mi spiega la mia guida, che si rivela efficace nell'aprire le porte giuste. Mi ha mostrato il suo salvacondotto permanente firmato da Moqtada, ma anche una carta ufficiale che, mi dice, gli permette di attraversare senza problemi la frontiera con l'Iran.
Mi siedo per terra e mi ritrovo a bere t dolce in fondo a una stanza che assomiglia a un largo corridoio, i cui due lati sono occupati da una fila di religiosi che mi guardano un po' stupiti con la coda dell'occhio.
Chino su uno scrittoio che gli fa da ufficio, uno di loro si presenta, sayyed Hasan al-Haidari, un responsabile dei "sadristi" a Najaf. Mi aiuter a continuare la mia visita. Ma prima di firmarmi un pezzo di carta che mi servir da lasciapassare, non manca di ripetermi le posizioni del suo capo: "Rifiuta l'occupazione e pretende elezioni libere e giuste. Il suo obiettivo  essere al servizio degli iracheni e non cercare la consacrazione politica...".
Trotterellando accanto a me sotto un sole implacabile, sayyed Hattab continua a illustrarmi la posizione dei religiosi sciiti nel gioco politico iracheno: "Non ci piace il primo ministro Allawi ma dobbiamo cercare di lavorare con questo governo" mi assicura. Questa volont di collaborazione, per, pu cambiare in ogni momento se Najaf ne da l'ordine.
"Una differenza di opinioni non pu far del male. Noi accettiamo sempre tutte le opinioni nella misura in cui sono ispirate da Dio. Ci che ci viene da Dio non pu essere malvagio." Mi sembra tutto molto discutibile.
Entriamo finalmente nella cinta della moschea di Najaf, attraverso l'atrio sud. I fedeli baciano con rispetto i montanti in legno degli immensi battenti della porta. Vado con Dana verso l'ingresso riservato alle donne. Veniamo perquisite e ci avviciniamo' al mausoleo che ospita il sarcofago ricoperto da un mosaico di cristalli e di avorio che riflette una luce sfavillante. E` qui che riposano le spoglie di Ali. I fedeli si avvicinano, il volto bagnato dalle lacrime. Pregano un momento, ristorati dalla frescura del luogo e dalla benevolenza di colui che fu il preferito del Profeta. Fuori, l'ampio cortile della moschea, animato da un continuo andirivieni,  teatro di svariate scene che insieme formano un quadro barocco uscito dalla memoria di altri tempi: un feretro portato a spalla da sei uomini avanza in mezzo ai pianti, i piccioni si alzano in volo in nugoli tubanti, alcune donne danno da bere ai figli che cercano l'ombra tra le pieghe dei loro abiti neri, un uomo solo si inginocchia sul marmo rovente per isolarsi un attimo con la sua fede e Colui che lo ascolta...
Dopo alcuni minuti di trattative, e di fronte all'insistenza congiunta del mio sayyed e dello sceicco Hasan al-Haidari, incontro finalmente l'uomo forte della moschea: l'imam Ali Smesim. Rappresenta Moqtada nel luogo santo: sono giunta nel cuore del sistema dei "sadristi" a Najaf.
Condannato a morte nel 1991, torturato, lo sceicco Smesim  uscito di prigione pagando un forte riscatto; poi ha dovuto pagare di nuovo nel 2002 per poter lasciare l'Iraq, dove era sopravvissuto in clandestinit. Si  rifugiato nello Yemen ed  rientrato nel luglio del 2003. Verr in seguito arrestato e poi rilasciato dagli americani.
E` un uomo sulla quarantina, slanciato, occhi neri dietro gli occhiali da intellettuale. Ha un volto severo ma dai tratti eleganti. La barba nera tende leggermente a ingrigire. Ha un turbante bianco, due anelli alla mano sinistra e tre alla destra. Fa sfoggio di un orologio di qualit e di un braccialetto di cuoio. Siede su un divano in fondo a una grande stanza dove l'aria  - finalmente - fresca. Le pale di diversi ventilatori si uniscono a un impianto pi moderno per creare un'impressione di leggerezza lontana dalla fornace che c' fuori. Mi fa subito capire che mi riceve solo in quanto deputato europeo, ma accetta comunque che il nostro incontro venga registrato dal cameraman che ci accompagna.
"Non conoscerete mai i segreti della Hawza perch sono profondi come il mare" esordisce come preambolo alla nostra conversazione. Per il tramite di Latif che mi fa da interprete, mi chiede di sedermi pi lontana da lui per rispettare l'etichetta islamica.
"La sola richiesta che facciamo al governo di Allawi  che rifiuti l'occupazione. Ci che vogliamo  giustizia per tutti.
Siamo a favore del fatto che sia il popolo a decidere: vogliamo un Parlamento eletto dal popolo."
Chiaro:  il tradizionale messaggio ufficiale dei "sadristi". Ma a me fa venire in mente la famosa frase in inglese: "one man, one vote, one time" ovvero "un uomo, un voto, una volta sola", e poi basta.
"Noi lavoriamo per ottenere la fine dell'occupazione. Per il momento utilizziamo mezzi pacifici, ma se ce ne sar bisogno faremo ricorso alla forza, come quando siamo stati accerchiati" prosegue l'imam riferendosi ai sanguinosi combattimenti dell'aprile scorso. Le sue frasi sono premonitrici, poich Najaf sar teatro di una terribile battaglia in agosto.
"Gli americani ci hanno ingannato: hanno sempre mentito. Ci hanno traditi nel 1991, poi ci hanno preso in giro con questa guerra, mentendo sulle armi di distruzione di massa e organizzando un governo formato da esiliati che sono stati oppositori da operetta" afferma poi lo sceicco Smesim.
Sostiene anche che l'operazione contro il regime era inutile: "Il regime di Saddam era debole e saremmo stati in grado di abbatterlo senza l'aiuto degli americani" mi assicura.
L'uomo forte di Moqtada a Najaf adotta una posizione ecumenica per quanto riguarda la creazione di una repubblica islamica: "Vedremo quello che vorranno gli iracheni. Al-Sadr ha una sua visione del futuro dell'Iraq che  diversa da quella di al-Sistani, ma tra i due c' grande rispetto".
Chiedo allo sceicco di darci il permesso di entrare in una scuola religiosa, una di quelle madrasa che richiamano studenti da tutto il mondo e spiegano la forza di attrazione di Najaf. Gli basta impartire un breve ordine a uno dei suoi aiutanti affinch ci venga concesso il via libera.
A pochi passi dalla moschea, dietro una porticina di legno, scopriamo un cortile interno al centro del quale scorre dell'acqua da una fontana in una vasca blu. In una citt cos arida,  una visione straordinaria. Disposte su due piani, le stanzette si aprono sul patio e fungono da camere e da sale di studio. Lancio una rapida occhiata in una di esse: il mobilio  ridotto allo stretto necessario. Alcuni libri sugli scaffali, degli abiti su un materasso posato direttamente sul pavimento. E` un ambiente decisamente spartano.
Avvicino un giovane uomo magro. E` pallido e leggo la fatica nei suoi occhi. Ali Shawkat Hindi mi dice di avere 23 anni e la sua giovane et  tradita dallo scarno pizzetto che gli fa da barba. E` indiano e mi racconta di essere arrivato qui sei mesi prima dal Kashmir per studiare. Ha trascorso un mese a Qom, la citt santa rivale iraniana, ma ha preferito proseguire la sua iniziazione nel cuore dello sciismo. Vuole rimanere cinque anni. "Sono contento e fiero di essere stato accettato alla Hawza" mi dice semplicemente. "Voglio tornare nel Kashmir per insegnare l'Islam."
Accanto a lui c' Hussein Farajullah, un sayyed di 23 anni;  un iracheno originario di Baghdad. E` appena tornato da Qom dove ha trascorso sette anni. Ma per lui "il cuore dell'Islam  qui, a Najaf". E` robusto sotto il suo abito azzurro. E` un campione di karat: "Per difendere la mia fede" mi dice.
"Mi sento pi libero qui che a Qom. In Iran eravamo severamente controllati dal regime. A Najaf, seguiamo i consigli dei nostri organi religiosi."
"Discutiamo molto dell'occupazione americana" prosegue. "Abbiamo professori specializzati in relazioni internazionali e scienze politiche. Impariamo a gestire i nostri rapporti con le potenze occidentali."
Prima di andarmene, il giovane dalla barba nera e dagli occhi scuri mi apre il fondo dei suoi pensieri: "Voglio che la Hawza promulghi una fatwa che ci dia l'autorizzazione a batterci". E ho la sensazione che sia pronto a trasformarsi in una bomba umana.
E` giunta l'ora di partire. Yussef ci mette fretta perch non vuole guidare di notte sulle strade sempre pi pericolose della regione. Nessuno pu garantirci la sicurezza e il nostro "piccolo sayyed" si  certamente rivelato molto utile per farci superare gli sbarramenti della polizia e delle milizie, ma cosa potrebbe fare contro una mina lungo il tragitto o contro briganti interessati soprattutto ai nostri soldi, al nostro equipaggiamento e alle nostre automobili?
Ma prima di lasciare Najaf dove, ora ne sono convinta, verr scritta la storia dell'Iraq, voglio fare due passi nel cimitero di Wadi al-Salam. La Valle della pace che si estende all'infinito tra il cielo e il deserto, ultima tappa tra questa terra incandescente che assomiglia all'inferno e la speranza di pace promessa dal Corano a colui che ha rispettato Dio.
Quattro milioni di sciiti sono sepolti qui. I fedeli di tutto il mondo si aspettano che la vicinanza con il discendente pi amato dal Profeta garantisca un accesso pi rapido e sicuro al Paradiso. E` un luogo mitico intorno al quale si  sviluppato tutto un traffico di salme, con famiglie pronte a pagare somme importanti per far s che i loro cari defunti riposino qui.
Il sole tramonta e disegna ombre rosse sulle tombe: camminando tra le sepolture, ho la sensazione di entrare nella citt dei morti. Il vento che soffia tra le migliaia di pietre tombali geme come per mettere in guardia i viventi contro
nuove sventure.
E` chiaro che in questa estate del 2004 in Iraq siamo arrivati al punto in cui gli americani, come gli israeliani prima di loro in Libano, hanno esaurito il credito di gratitudine degli sciiti. Gli incontri che ho avuto finora mi hanno convinto che esista in Iraq un personale politico sciita dotato della legittimit, esperienza e ancoraggio alla realt del Paese indispensabili per dirigere sia una rivolta sia un processo di normalizzazione. Ma questi rappresentanti non hanno voluto collaborare col gruppo scelto dagli americani, perch pensano che non goda della legittimit popolare. Chi si occupa della questione irachena a Washington, a New York o a Bruxelles avr bisogno di coraggio e di immaginazione per coinvolgere una controparte da cui non si pu prescindere. L'unica cosa certa  che la rabbia che anima le masse di diseredati nelle bidonville irachene rimarr per molto tempo al centro delle rivendicazioni sciite. Altrettanto chiaro  che il "sadrismo", con le sue richieste e aspirazioni, continuer a esistere indipendentemente dal destino del giovane Moqtada. Chiunque sia il personaggio che si affermer, il suo programma sar dettato da queste esigenze e si riassumer cos: un massimo di democrazia populista, un minimo di federalismo e molto Islam.

CAPITOLO 17. UNO SCIISMO IRACHENO.

Il FENOMENO SCIITA EMERSO dal dopoguerra in Iraq non nasce dal nulla. Si fonda su una storia secolare di contestazioni contro qualunque forma di potere costituito, che fosse l'impero ottomano, il colonialismo britannico, la monarchia o pi tardi il regime di Saddam Hussein. E` anche un fenomeno che in ogni epoca  stato attraversato da contraddizioni, rivalit, da un acceso dibattito interno che riflette l'opposizione fondamentale tra gli "attendisti" o "quietisti" e gli attivisti, ovvero tra coloro che ritengono il mondo ingiusto e senza speranza, e coloro che credono invece doveroso lottare contro l'oppressione e l'ingiustizia.
Questa dimensione della storia irachena non  sfuggita ai pianificatori americani, che avevano gi da tempo "scommesso" sugli sciiti, ma ne hanno fatto un'analisi sbagliata che porta oggi a un malinteso potenzialmente esplosivo: gli ideologi di Washington hanno creduto di poter fare affidamento sugli sciiti laici e occidentalizzati per creare uno Stato filoamericano tra il Tigri e l'Eufrate. Il loro primo candidato per condurre in porto questa operazione era Chalabi, che ha dovuto essere allontanato quando  diventato chiaro che le iniziali prospettive ottimistiche erano errate. E` stato sostituito da un altro sciita laico, Allawi, che in teoria avrebbe dovuto conoscere meglio la realt irachena, ma anche la sua missione sembra votata al fallimento.
Pensando di creare in Iraq uno Stato laico dominato da oppositori sciiti rientrati dall'esilio sulla scia dell'esercito americano, la squadra di consiglieri del presidente Bush voleva rispondere a due preoccupazioni: la crescita dell'estremismo sunnita in Arabia Saudita e la persistente minaccia iraniana sciita. Il nuovo Iraq avrebbe dovuto fare da avamposto per tenere sotto controllo l'eventuale destabilizzazione dell'Arabia e le ambizioni nucleari di Teheran. Sarebbe anche servito da esempio per uno Stato arabo moderno pronto a fare la pace con Israele e a mettere a disposizione degli Stati Uniti le sue riserve di petrolio.
Questi piani non hanno tenuto conto dello straordinario lavoro politico realizzato dalla comunit sciita nel corso di generazioni, un lavoro sempre incentrato su due temi fondamentali: la lotta contro l'oppressione straniera e la rivendicazione di una maggiore giustizia economica e sociale. Le previsioni americane erano quindi segnate da una ignoranza di fondo, come ha dimostrato il commento di uno dei principali artefici della politica statunitense in Iraq, il numero due del Pentagono, Paul Wolfowitz. Spiegava nel febbraio del 2003 perch gli Stati Uniti avrebbero trovato negli iracheni degli alleati migliori rispetto ai sauditi: "Il popolo iracheno  totalmente differente. Gli iracheni sono tra i pi colti del mondo arabo. Sono in maggioranza laici. Sono in maggioranza sciiti, cio molto diversi dai wahhabiti della Penisola arabica. E non sono irritabili come loro, poich da loro non ci sono luoghi santi dell'Islam". I consiglieri di Wolfowitz si erano semplicemente dimenticati di segnalargli la presenza in Iraq di Najaf, Karbala e Kufa, per citare solo le tre citt sante pi importanti.
L'Iraq  un prodotto dell'era coloniale creato dall'unione di tre province dell'impero ottomano: Baghdad, Bassora, Mosul. E` un Paese che si  messo subito alla ricerca della sua dimensione nazionale e che  stato sempre controllato da regimi caratterizzati da una ristretta legittimit: la monarchia liberale dal 1920 al 1958, poi per dieci anni il regime militare e in seguito quello totalitario a partire dal 1968.
Viene spesso ricordato che la rivolta contro gli inglesi all'inizio degli anni Venti  stata organizzata da un religioso sciita molto famoso, Mahdi al-Khalisi, che contava anche sull'appoggio di altri eminenti religiosi quali gli ayatollah al-Naini e al-Isfahani. Nel 1921, alla nascita dell'Iraq, la comunit sciita aveva una limitata consapevolezza di s. I valori tribali e familiari rivestivano un ruolo preponderante rispetto ai legami etnici o religiosi. In citt come Najaf l'obbedienza andava in primo luogo alle famiglie dominanti. Erano controllate da gilde che garantivano la sicurezza e facevano regnare l'ordine in una specie di sistema autogestito al quale partecipavano i mercanti e le organizzazioni di pellegrinaggio.
Nei decenni successivi il peso politico degli sciiti non fu molto rilevante. Erano gli anni del nazionalismo arabo e della nascita dei nuovi partiti politici. Tendenze per lo pi laiche che misero in ombra l'unit politica sciita.
Le cose presero a cambiare dopo la rivoluzione del 1958 guidata da Abdel Karim Qassem. Fu in quel periodo che il movimento sciita islamico trov le sue radici a Najaf. Si trattava, in parte consistente, di una risposta ai cambiamenti rappresentati da quella rivoluzione, in particolare il declino delle classi tradizionali come il clero, la crescita dell'influenza della classe media, le riforme legali sullo status della donna e l'ascesa del marxismo. Quest'ultima fu vissuta dal clero come una minaccia contro l'Islam e contro la sua influenza sulle masse popolari e tra i contadini.
Gli anni seguenti furono anni di cospirazioni e colpi di Stato. A essere presi di mira furono in molti: comunisti, militanti di sinistra, ma anche baathisti. Con la scomparsa dalla scena politica di alcuni dei loro referenti, gli sciiti si ritrovarono senza mezzi per portare avanti le loro rivendicazioni.
Con la presidenza dei due fratelli Aref, il controllo dell'apparato statale da parte dei militari sunniti si istituzionalizz e si rafforz. L'aumento degli strumenti di controllo sociale and di pari passo con l'indebolimento o la diretta distruzione dei tre elementi base sui quali si fondava e si sviluppava la comunit sciita: la religione (Najaf e le sue lite), il commercio (i mercanti e i pellegrinaggi), le organizzazioni politiche. Questo periodo di scontro si prolung anche nella successiva dittatura baathista, a partire dalla presa di potere, nel 1968, di Hasan al-Bakr. L'ayatollah al-Hakim cominci a protestare vigorosamente contro il trattamento riservato agli sciiti dal nuovo governo. Fu in quel momento, quando si estinse ogni speranza di sviluppo sociale cos come vagheggiato dal nazionalismo laico, che le masse sciite cominciarono a volgersi verso le loro guide spirituali. Segno di tale cambiamento fu il rafforzamento del partito al-Dawa (le cui origini risalgono al 1957), di ispirazione apertamente islamista, cos come chiariva, peraltro, il suo nome completo: Hizb al-Dawa al-islamiyya, partito dell'appello all'Islam.
Per contrastare la crescita del potere degli sciiti, segnata da una serie di manifestazioni nel 1977 e dalla rivoluzione iraniana nel 1979, il regime baathista lanci una terribile repressione contro gli sciiti politicizzati, giustiziando per impiccagione al-Sadr I nel 1980, rendendo passibile di pena di morte l'affiliazione ad al-Dawa e incarcerando tutti coloro che erano sospettati di simpatizzare con il partito islamico. Al-Dawa divent allora un movimento clandestino e i suoi funzionari cercarono rifugio all'estero, in particolare in Iran e a Londra.
Questi episodi segnarono lo spostamento del centro di gravit della contestazione sciita irachena verso l'Iran, concretizzandosi nella creazione nel novembre del 1982 dello Sciri, il Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq. Ma fin dall'inizio, il movimento fu attraversato da correnti e alleanze lungo linee di parentela, di trib, di etnie, di ideologie diverse. Il braccio armato dello Sciri e i suoi servizi segreti sono sempre stati sotto il controllo dell'Iran e lo sono rimasti con la creazione delle brigate Badr. Quello che doveva essere all'origine un raggruppamento di diversi partiti, di diverse organizzazioni sciite, acquist sempre di pi una vita propria, coesistendo accanto a formazioni che in teoria avrebbe dovuto rappresentare.
Con la guerra tra Iran e Iraq, un nuovo elemento andr a caratterizzare la comunit sciita: una dimensione fortemente nazionalista che tender a marginalizzare l'identit religiosa. Il patriottismo e la sua espressione nello statalismo prender il sopravvento e l'influenza dello Sciri ne soffrir. Questo patriottismo iracheno spiega forse, in parte, come mai un Paese a maggioranza sciita, dotato di un esercito in cui l'80 per cento dei soldati erano di origini sciite, abbia potuto condurre una guerra di otto anni contro un vicino il cui capo universalmente onorato era un ayatollah sciita.
E` interessante notare, per, che questo meccanismo ha cessato di funzionare gi nel 1991: la rivolta sciita seguita alla sconfitta di Saddam nella guerra del Golfo  stata espressione della collera dei militari e delle masse contro l'incoscienza e l'incompetenza dello Stato, piuttosto che della loro obbedienza a una comunit o a una religione. Saddam l'ha capito alla perfezione e ha soffocato la ribellione nel sangue, per poi lanciarsi in una campagna di avvicinamento ai religiosi e alle trib. Invece che perseguitare i fedeli sciiti, Saddam li ha incoraggiati e negli anni Novanta la grande moschea di Khadimiyya a Baghdad vedeva affluire 50.000 persone al giorno. Nel 1999, quasi due milioni di pellegrini si sono recati a Karbala e nel 2001 erano 2,1 milioni.
In quel periodo, Najaf diventa un centro bipolare del potere sciita, con da una parte al-Sistani e dall'altra al-Sadr II, fino all'uccisione di quest'ultimo nel febbraio del 1999. Egli diventa subito un mito: come spesso accade nell'Islam sciita, l'eliminazione fsica di un capo aumenta la sua influenza e la sua potenza simbolica.
In seguito, privata dell'accesso all'arena politica, la comunit sciita si  ritrovata costretta nello spazio tradizionale delle scuole religiose e soprattutto della marjaiyya, l'autorit religiosa suprema, con base a Najaf. Al suo stadio supremo, il potere dei saggi  considerato non pi solo come un contrappeso al potere temporale, ma come un suo sostituto. In Iran questa evoluzione ha preso le sembianze della rivoluzione khomeinista del 1979. Ma l'accesso al potere ha posto inevitabili nuovi problemi sulla natura della wilayat al-faqih anche tra i massimi esponenti dello sciismo iracheno.
A tale proposito al-Sadr II si  rivelato pi radicale di al-Sadr I, caldeggiando un ruolo pi importante per i religiosi. Ha ripristinato il sermone del venerd come tribuna politica e ha duramente attaccato il rilassamento dei costumi, in particolare le regole di abbigliamento delle donne. E` da questa tradizione familiare e dall'organizzazione clandestina "sadri-sta" che Moqtada trae oggi la sua influenza. Ha dimostrato la sua capacit di mobilitazione, prendendo letteralmente il controllo di Sadr City fin dal 9 aprile 2003. Ha in seguito esteso la sua influenza a citt come Kufa e Najaf, dove aveva vissuto in clandestinit dopo la morte del padre. La sua determinazione ad affermare il ruolo dei movimenti sciiti cresciuti in Iraq - contro gli oppositori ritornati dall'esilio -  stata perfettamente illustrata dall'esecuzione a Najaf, nell'aprile del 2003, dell'erede degli al-Khui, Abdel Majid al-Khui, caduto sotto i colpi dei "sadristi" mentre cercava, d'accordo con gli americani, di prendere il controllo del mausoleo di Ali.
Oggi i movimenti sciiti in Iraq sono entrati nella corsa politica proprio come avevano fatto i loro cugini libanesi nel 1982 e, come in Libano, il loro destino sar segnato dall'impegno a favore o contro l'occupazione. In particolare, i "sadristi" hanno proseguito il loro lavoro di penetrazione nelle moschee. Soprattutto in quelle dei luoghi santi come Karbala e Najaf, che sono passate sotto il loro controllo fin dall'aprile 2004. I combattimenti di agosto intorno al mausoleo di Ali a Najaf non hanno fatto altro che rafforzare la posizione di al-Sadr come imprescindibile attore del gioco politico iracheno e quella di al-Sistani come arbitro supremo. Il vecchio saggio di Najaf ha fatto irruzione sulla scena politica come unico detentore del potere temporale, arrivando in pochi giorni a un accordo l dove gli americani e il governo di Allawi avevano fallito per settimane.
Moqtada al-Sadr sfrutta anche la molla della dimensione comunitaria che si  rafforzata negli sciiti dopo l'invasione americana. Tradizionalmente la comunit sciita era una societ varia, attraversata da correnti religiose e politiche diverse, suddivisa in tutto lo spettro socio-economico del Paese, dai pi poveri delle sordide periferie di Baghdad ai ricchi uomini d'affari della capitale o delle grandi citt del Sud. Ma con l'invasione americana e la rimozione dei divieti imposti dallo Stato laico, sono state liberate le forze del fervore religioso, con le loro evidenti implicazioni politiche. Il vecchio ordine economico e sociale  stato subito rimesso in discussione dalle folle arrabbiate uscite da Sadr City. Si sono affermate le rappresentazioni del rito sciita in occasione dei pellegrinaggi nelle citt sante. Il messaggio voleva essere chiaro per i partiti islamici di ritorno dall'esilio e gli sciiti alleati degli americani: il potere era nelle mani delle forze popolari e dei capi tradizionali che erano sopravvissuti alla dittatura di Saddam Hussein.
La concezione del potere e dello Stato della famiglia al-Sadr - l'ideologia "sadrista" - presenta inevitabili somiglianze con le posizioni khomeiniste (soprattutto per quanto concerne la matrice del comunismo), anche se nella concezione khomeinista  per la guida suprema il punto di riferimento ultimo per legiferare ed esercitare il potere. Il "sadrismo" invece preferisce separare i due elementi: il potere politico ha il diritto di governare, mentre l'autorit religiosa ha quello di conferire legittimit all'azione del governo.
Il fondamento dell'idea di potere di al-Sadr I  un'interpretazione decisamente umanista del Corano: l'uomo  posto al centro del destino del mondo ed  autorizzato a governare sugli elementi della natura che lo circondano. In questo contesto ai religiosi spetta un'autorit ideologica e giuridica in grado di controllare i progressi della comunit e di assicurarsi che la societ agisca in conformit dei precetti divini. Il sistema sociale ed economico proposto dai "sadristi"  un misto di socialismo e capitalismo. Ammette la propriet privata ma anche quella dello Stato e ritiene che un certo grado di dirigismo sia necessario: una teoria economica spesso descritta come una "ridistribuzione illuminata" della ricchezza.

CAPITOLO 18. TEHERAN: LA BATTAGLIA DEL VELO.

Ho DECISO DI TORNARE in Iran per capire meglio il dopoguerra iracheno e continuare la mia esplorazione del mondo sciita. La Repubblica islamica  il punto di convergenza di tutte le dinamiche religiose, storiche, politiche di cui ho parlato nelle mie ricerche libanesi e irachene. L'esperienza della rivoluzione in Iran -un terremoto politico e sociale - andr infatti a incrociare quella della resistenza islamica in Libano. Voglio dunque andare a vedere sul posto in che cosa si  trasformato uno degli episodi pi violenti della storia contemporanea del Medio Oriente.
Nel 1979 l'Iran  stato il primo Paese della regione a fare l'esperienza della rivoluzione teocratica con la presa di potere dell'ayatollah Khomeini. Il clero sciita, religione di Stato dall'inizio del XVI secolo, ha spinto il popolo a sollevarsi contro lo sci e si  poi imposto con la forza a scapito delle formazioni politiche tradizionali, in particolare quelle con tendenze socialiste e laiche. L'Iran, con la sua strategia dichiarata di esportazione della rivoluzione,  presto diventato la bestia nera dell'Occidente e l'incubo delle monarchie del Golfo, soprattutto dell'Arabia Saudita. Che cosa resta, dopo oltre 25 anni, di questa insurrezione che ha radicalmente cambiato la vita di milioni di iraniani e rimesso in discussione gli equilibri regionali? Che cosa ne  della politica quando passa in mano ai religiosi? E cosa ne  della religione quando si occupa di politica? Quali sono le lezioni utili al caso iracheno?
La vicinanza geografica dell'Iraq e la storia condivisa dai due Paesi, uno persiano e l'altro arabo, fanno dell'Iran un protagonista imprescindibile del dopoguerra. L'Iraq  stato per anni la preoccupazione principale, addirittura la minaccia numero uno, per il regime iraniano. Oggi Teheran cerca di non farsi risucchiare dal vortice iracheno, e assicura ufficialmente che non interferir nel futuro del suo vicino.
L'Iran, al 90 per cento sciita,  profondamente legato alla comunit sciita irachena, in particolare per il tramite dei grandi saggi di Najaf, dato che l'ayatollah al-Sistani  di origine iraniana. E anche attraverso l'influenza teologica della citt santa iraniana di Qom su tutta la comunit sciita mondiale. E Teheran ha poi accolto per anni i movimenti di opposizione iracheni, creando solidi legami che si sono mantenuti dopo il loro "ritorno a casa", all'indomani del crollo del regime di Saddam Hussein. Tuttavia, lo Stato persiano assicura di non volersi immischiare negli affari interni di una comunit di cui si conoscono bene le differenze, e a volte l'ostilit nei confronti delle intromissioni iraniane.
Questa neutralit, qualora esistesse, potrebbe non durare: l'Iran ha dimostrato di saper intervenire fuori delle sue frontiere fornendo un appoggio determinante alla resistenza libanese, che veniva considerata un mezzo per contrastare i progetti di espansione d'Israele. Negli anni, l'Iran ha ispirato Hezbollah e la sua strategia di terrore, inclusi anche alcuni fatti drammatici, cio i rapimenti e gli attentati suicidi.
In Libano ero andata a trovare Ikmat, un giornalista perfettamente inserito negli ambienti dei servizi segreti e del traffico di droga, a Baalbek, nella valle della Bekaa, tra Beirut e la frontiera siriana: oggi chiunque pu prendere tranquillamente un t nella frescura del vecchio Hotel Palmyra dopo aver fatto quattro passi tra le rovine della citt romana.
E d'estate sono ripresi i concerti per un festival che nel suo momento di gloria  stato uno dei pi noti al mondo. Qualche anno fa, tuttavia, bisognava essere incoscienti per avventurarsi in questa citt: era simbolicamente dominata da una caserma, la "caserma Sheik Abdullah", quartier generale dei Pasdaran, i guardiani della rivoluzione.
"Gli iraniani erano arrivati qui gi nel 1979" mi spiega Ikmat "e si erano insediati vicino al mio villaggio, Yamouneh, sistemati all'epoca in campi di addestramento palestinesi: la zona era perfetta, lontana dal governo centrale e a maggioranza sciita. Poi si sono rafforzati e si sono trasferiti a Baalbek nel 1982."
Il primo a lavorare con i Pasdaran  stato Hussein Mussawi, capo di un gruppo estremista chiamato Amai islamico e, oggi, braccio destro di Nasrallah. Molti ostaggi stranieri sono stati tenuti prigionieri a Baalbek, che  anche un centro cardine del traffico di droga.
Un'altra dimensione dell'attuale guerra mesopotamica mi spinge verso l'Iran. Il presidente Bush l'ha associato all'Iraq inserendolo fra i tre Paesi dell'Asse del male. Ma l'impossibilit di prendersela con la Corea del Nord senza scatenare la collera della Cina ha lasciato come unico candidato al cambiamento forzato di regime la "mullarchia", il governo dei mullah tanto osteggiato a Washington. La frase di moda tra i neoconservatori  stata per molto tempo: "Tutti vogliono andare a Baghdad, ma gli uomini, quelli veri, vogliono andare a Teheran". L'appello di Bush alla destabilizzazione del regime in Iran non era che l'ultimo episodio delle pessime relazioni che da oltre un quarto di secolo intercorrono tra gli amministratori americani e Teheran. Queste relazioni sono vagamente schizofreniche poich una fortissima comunit iraniana vive negli Stati Uniti, in particolare in California, e gli esiliati, che in alcuni casi erano scappati dal regime, oggi non hanno pi problemi a fare la spola tra gli Stati Uniti e la loro patria. E durante i miei incontri con i responsabili iraniani molti mi parleranno dei loro studi o di quelli dei loro figli fatti nelle migliori universit americane.
Fin dalla met degli anni Cinquanta, l'Iran, ricco di petrolio, a cavallo tra quello che all'epoca era l'impero sovietico e l'Occidente,  stato una priorit per gli Stati Uniti. Al punto tale che la Cia ha organizzato nel 1953 un colpo di Stato per estromettere il primo ministro di allora, Muhammad Mossadegh - che aveva nazionalizzato il petrolio degli inglesi e avviato riforme di ispirazione socialista - e restaurare il regime dei Pahlavi. In seguito, e fino alla rivoluzione del 1979, il regime iraniano  stato totalmente sottoposto all'influenza degli Stati Uniti che controllavano indirettamente l'esercito e la polizia. Alla fine il movimento di contestazione, alimentato da una forte rivendicazione d'indipendenza nazionale e dalla difesa delle tradizioni religiose, ha portato alla sollevazione di febbraio, poi, nel novembre dello stesso anno, al rapimento di un gruppo di ufficiali americani, di cui 52 rimarranno prigionieri nella sede dell'ambasciata per 444 giorni. Questa vicenda coster la presidenza a Jimmy Carter, che perder di fronte al repubblicano Ronald Reagan.
Da allora, la questione delle relazioni con questo Paese tre volte pi grande e pi popoloso dell'Iraq, con i suoi 75 milioni di abitanti, situato sullo strategico crocevia del Medio Oriente, dell'Asia centrale e del Caucaso, ritorna regolarmente nel dibattito americano. Di recente, un rapporto di un istituto indipendente, il Council on Foreign Relations, ha sollecitato un "dialogo attivo" tra Washington e Teheran piuttosto che attendere un ipotetico crollo del regime, l'opzione caldeggiata da Bush. "Il carattere urgente delle preoccupazioni per la politica iraniana impone agli Stati Uniti di trattare con il regime attuale invece di aspettare che cada" sostiene l'analisi firmata da Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter durante la rivoluzione khomeinista. "La politica di sanzioni totali unilaterali non ha modificato il comportamento iraniano e ha privato Washington di tutti i mezzi, tranne la minaccia dell'uso della forza, per influire sul governo iraniano" aggiunge il dossier.
Arrivo a Teheran nel settembre 2004 con un volo notturno all'aeroporto Mehrabad. Sono le quattro del mattino ed  pieno di gente. Parlo con una coppia in fila per far timbrare i passaporti. Lei  giovane, un foulard rosa appoggiato con noncuranza sulla testa, leggermente truccata, lui ha tutto del playboy, abbronzato, stretto in un paio di jeans bianchi, entrambi parlano italiano: niente a che vedere con l'immagine di un Paese che vive nel terrore dei mullah. E` anche vero che sono dei privilegiati. Lui  Rahman Rezaei,  un calciatore professionista, gioca in Italia in serie A, nel Messina. Torna regolarmente in Iran per le partite della nazionale. Ci scambiamo i numeri di telefono. Li ascolto sistemandomi il foulard sotto il quale ho gi caldo: le mie amiche iraniane mi dicono sempre che alla fine ci si abitua, ma io faccio fatica.
Sono venuta varie volte a Teheran in questi ultimi anni ma per Jacques, che mi accompagna,  un viaggio speciale, un po' come un pellegrinaggio. Ci ritorna per la prima volta da quando  stato espulso nel 1986. Allora era responsabile dell'ufficio dell'Afp e, dopo diversi mesi passati a seguire la guerra con l'Iraq, era stato accusato di spionaggio. In quel periodo i rapporti tra Parigi e Teheran erano pessimi: la Francia forniva all'Iraq aerei Super-Etendard, missili Exocet, e piloti per bombardare quotidianamente l'isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano nel Golfo, per cercare di prosciugare il flusso di greggio e mettere il Paese in ginocchio.
Jacques era stato vittima di quelle tensioni internazionali. Le autorit iraniane gli avevano ordinato di partire con un futile pretesto professionale. Di fronte al suo rifiuto, era stato ufficialmente accusato di agire contro gli interessi della Repubblica islamica e minacciato di arresto. Aveva dovuto rifugiarsi per parecchi giorni in diverse ambasciate, compresa quella italiana, prima di essere espulso con discrezione. Da allora non era pi tornato in Iran, ma ci hanno assicurato che il passato  stato dimenticato.
Una macchina viene a prenderci e ci sistemiamo all'Hotel Azadi, un'imponente torre di 26 piani nel quartiere di Chemiran, nella zona nord di Teheran. La capitale iraniana  un'immensa metropoli che ospita 8 milioni di abitanti, ai quali si aggiungono i quasi 12 milioni delle periferie. Sorge in una conca ai piedi della montagna spelacchiata dell'El-burz e si  allargata sui contrafforti fino al punto in cui la ripida inclinazione del pendio ha reso impossibile l'avanzata. L'urbanizzazione  assolutamente anarchica e la citt  attraversata da vere autostrade che le danno un non so che di Los Angeles; ecco forse perch tanti iraniani si sono trasferiti in California.
Il traffico  caotico e l'inquinamento prende alla gola: dopo poche ore ho le narici irritate e ho la sensazione che i miei capelli abbiano un odore di gas di scarico. Milioni di auto procedono a rotta di collo: sono tutte vecchie e scoppiettano tra nuvole di fumo acre. Per proteggere la sua obsoleta industria dell'automobile, l'Iran impone tasse mirabolanti sulle macchine straniere, limitando quindi la concorrenza di modelli meno inquinanti. I motociclisti fendono il traffico come cavallette impazzite, manopola dell'acceleratore bloccata, infilandosi tra le carrozzerie, sfidando i sensi vietati, e portando spesso nelle loro folli corse tutta la famiglia ben schierata sulla sella.
Il mio primo appuntamento  alle 9,30 con la vice presidente della Repubblica islamica incaricata delle questioni femminili, Zahra Shojaie. Ho dormito solo tre ore ma so di avere pochi giorni a disposizione e devo sfruttare ogni minuto. Mi sono messa nelle mani di un'amica che conosco da anni, ma con la quale non ho mai avuto occasione di lavorare: Taraneh. Mi far da guida, da interprete, da autista e da consulente durante il mio breve soggiorno. E` una donna minuta, dal dinamismo esplosivo. Sta per compiere cinquant'anni e divide il suo tempo tra la professione di architetto e la collaborazione con i giornalisti italiani, che trovano in lei il mentore perfetto per muoversi in Iran. Si  laureata all'universit di Torino ma ha studiato anche a Parigi. E` sposata e madre di un adolescente che frequenta a Teheran una scuola per ragazzi superdotati.
Taraneh, i capelli ricci spettinati sotto il foulard, gli occhi dorati in continuo movimento,  venuta a prenderci con la sua piccola Kia traballante lanciata senza esitazioni nel fiume di macchine che scendono verso il centro. E` una via di mezzo tra l'autoscontro, lo slalom e la Play Station a grandezza naturale. Gli iraniani, a differenza degli altri autisti di questa regione del mondo, non si preoccupano nemmeno di suonare il clacson: perderebbero troppo tempo.
La vice presidente mi riceve in un grande ufficio dalla tappezzeria verde chiaro. Il volto severo  incorniciato dal hijab, il velo islamico imposto dalle amministrazioni pubbliche. Ci sediamo intorno a un tavolo coperto da un telo verde. Alle pareti le solite foto che si ritrovano in ogni ufficio iraniano. Quella del padre della rivoluzione, l'imam Ruhollah Khomeini: i suoi funerali il 4 giugno 1989 sono stati seguiti da dieci milioni di fedeli, trasformando cos l'evento nella manifestazione pubblica pi importante della storia. La sua bara ha dovuto essere trasportata con un elicottero, tale era la calca che impediva qualunque spostamento. C' anche il ritratto del suo successore, l'ayatollah Ali Khamenei, e del presidente della Repubblica Mohamed Khatami. Nel sistema iraniano il presidente governa ma  la guida suprema ad avere l'ultima parola sulla direzione del Paese. L'Iran  dotato anche di un Parlamento, il Majlis, che promulga le leggi. Devono per essere approvate dal Consiglio dei guardiani della costituzione, il quale decide se sono compatibili con i princpi del diritto islamico. Il parere dei guardiani, che sono 12, pu essere contraddetto da quello del Consiglio del discernimento, guidato dall'ex presidente Hashemi Rafsanjani. Ovviamente le cose sono molto pi complicate di quanto possa sembrare, e colui che apparentemente detiene il potere pu non esercitarlo realmente o non esercitarlo sempre. La fluidit  la parola d'ordine di un sistema che non  cos monolitico come si potrebbe pensare.
Un'istituzione fondamentale, il cui potere resta ancora ben saldo nella societ iraniana,  il corpo dei Guardiani della rivoluzione, l'esercito ideologico del regime al quale compete la difesa del Paese e della sua stabilit politica. Questo corpo scelto conterebbe 350.000 uomini ed  stato creato nel maggio del 1979 dall'imam Khomeini. All'epoca bisognava bloccare l'esercito regolare che si era mantenuto neutrale nella rivoluzione, anche se alcuni suoi ufficiali erano rimasti fedeli allo sci. I Pasdaran sono gli eroi della guerra contro l'Iraq, ma oggi sono associati all'esercito regolare. Vengono anche considerati una guardia pretoriana leale alla guida suprema Ali Khamenei.
Hanno collaborato alla creazione di Hezbollah e secondo gli Stati Uniti perseguono una loro strategia precisa in Iraq. Hanno organizzato temibili servizi segreti e controllano la milizia islamica dei Bassidji che si attribuisce da cinque a dieci milioni di membri. Non si pu fare nulla contro di loro nell'Iran di oggi.
Due ragazze assistono al mio incontro con la vice presidente, come pure un funzionario del ministero degli Esteri. In un certo qual modo, per me  un debutto: gli iraniani hanno deciso di ricevermi ufficialmente, come deputato europeo, e devo piegarmi alle regole di questo nuovo ruolo, diverse da quelle del giornalismo. Devo in particolare imparare ad ascoltare educatamente i discorsi diplomatici dei miei ospiti e a trattare argomenti delicati con determinazione ma senza aggressivit: dovr farci l'abitudine.
La vice presidente si lancia in un lungo discorso sull'avvicinamento tra le donne europee e quelle iraniane. Desidera, mi dice, aprire una nuova era di collaborazione tra il Parlamento europeo appena eletto e il Majlis, che ha assunto di recente le sue funzioni: la maggioranza  stata ottenuta dai conservatori dopo che i progressisti hanno deciso di astenersi per protestare contro il sistema di designazione dei candidati, le cui liste devono essere approvate dal Consiglio dei guardiani. Una pratica anti-democratica che vieta elezioni veramente aperte alle forze di opposizione.
"Lo sciismo  molto pi liberale con le donne rispetto ad altri rami dell'Islam" continua.
Entriamo nel vivo dell'argomento: i diritti dell'altra met del cielo. E` una questione che sollevo sempre con i miei interlocutori nel mondo musulmano. Mi rifiuto tuttavia di esprimere un giudizio perentorio su un argomento estremamente delicato: il velo. Come dimostra il dibattito aperto in Francia, si attacca allo stesso tempo il simbolo di tradizioni culturali e convinzioni religiose, ma anche una forma di oppressione e di costrizione. Va dunque promosso il concetto di "scelta individuale": le donne che lo vogliono portare lo facciano pure; le altre siano libere di andare a capo scoperto.
"Il sistema giuridico islamico deve essere visto nella sua integrit" mi assicura la vice presidente. "Non si pu parlare di una cosa sola e non prendere in considerazione il resto,  un tutto unico."
Si riferisce in particolare a un argomento che ricorre spesso nelle discussioni con i responsabili iraniani, il fatto che l'indipendenza economica della donna sia garantita, che essa goda di un totale accesso all'istruzione - oltre il 60 per cento degli studenti in Iran sono ragazze - e che possa lavorare senza alcuna restrizione. Zahra Shojaie fa dei paragoni con l'Arabia Saudita e l'Afghanistan per sottolineare che le donne del suo Paese sono pi libere. Mi trattengo dal dirle che  veramente il minimo. E comunque l'Iran resta sulla lista nera di Amnesty International anche per la violazione dei diritti delle donne, oltre che di quelli dei prigionieri.
"Quello che voi considerate una libert, ad esempio il trucco, per noi non lo . E riteniamo che fenomeni come la pornografia, la prostituzione, il traffico delle donne, lo sfruttamento del corpo della donna nella pubblicit siano molto pi importanti della questione del velo" sottolinea la mia interlocutrice.
Mi sento inesorabilmente trascinata in un dibattito sulla donna mentre ero venuta in Iran per capire come vedono qui la crisi in Iraq e l'affermazione politica degli sciiti. Ma non posso sottrarmi. E` un elemento centrale della politica iraniana ed  anche un'eccezionale posta in gioco del dopoguerra a Baghdad. Prima dell'invasione americana, la donna godeva in Iraq di uno status particolarmente favorevole, ma oggi  la prima vittima della mancanza di sicurezza e del ritorno in auge di pratiche religiose pi estremiste.
"Non consideriamo il hijab un'oppressione perch si accorda con ci che pensiamo veramente" mi assicura la vice presidente. "Siamo cresciute con questo indumento: quando mi presento in pubblico, mi sento pi sicura di me. Il centro dell'attenzione  ci che devo dire e non il mio aspetto fisico. Il velo  un abito tradizionale allo stesso modo del kimono per i giapponesi o del sari per gli ind." Evito di ricordarle che in quei Paesi le donne non sono comunque obbligate per legge a indossare gli abiti tradizionali.
Devo riconoscerle tuttavia che l'Occidente  ossessionato dalla questione del velo. Le chiedo perch l'Iran non ha ancora ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite per l'eliminazione delle discriminazioni contro le donne. Mi spiega che il governo, poi il Majlis, hanno approvato la Convenzione ma il Consiglio dei guardiani ha espresso parere contrario. Per il momento il testo  sottoposto all'arbitrato di Rafsanjani.
La disputa riguarda un articolo che afferma il principio della parit tra uomini e donne, e chiaramente gli ambienti pi conservatori vi trovano da ridire. La vice presidente mi garantisce che questo ostacolo dovrebbe essere superato, se non durante questa legislatura di certo nella prossima. Speriamo.
Per le strade di Teheran, me ne accorgo rapidamente, le cose sono gi cambiate. Le donne si prendono libert sempre maggiori con il codice di buona condotta islamica. I piedi sono nudi in scarpe aperte, i foulard vengono legati pi in basso sulla nuca, e i chador si fanno pi attillati. Quest'estate i colori alla moda sono il verde pallido e un arancione che da sul rosa. Nei caff e nei ristoranti baster poco per far s che il velo diventi una sottile sciarpa. In macchina, in una mano il cellulare e l'altra al volante, le giovani donne di Teheran si dimenticano spesso di rimettere a posto i loro foulard.
Ovviamente, questo vento di libert non soffia per tutte le iraniane. L'uniforme tradizionale  ancora d'obbligo per gran parte di loro. Le ammiro: le braccia cariche di pacchetti, un bambino aggrappato a una mano, attraversano le strade schivando le macchine con i lembi dei lunghi chador neri tra i denti per evitare che scivolino. Si fermano un momento, appoggiano i sacchetti per terra, e fanno un gesto che si ripete all'infinito: la mano destra che afferra il bordo del velo e lo tira verso la fronte, la mano sinistra che si infila sotto il tessuto nero per aggiustare i capelli: una vera arte.
Mi ritrovo nel minuscolo ufficio di Shirin Ebadi, Premio Nobel per la pace 2003. Mentre finisce di ascoltare le persone che lavorano con lei a un progetto di sminamento delle campagne infestate da ordigni mortali, eredit della guerra contro l'Iraq, mi riposo un attimo su un divano basso. Nella sua biblioteca, i libri si alternano ai riconoscimenti e ai premi che ha raccolto in tutto il mondo per la sua incessante lotta a favore dei diritti umani. Tutta una serie di piccoli busti da un'idea degli eclettici interessi di questa instancabile lottatrice: Maksim Gorkij, il poeta persiano Nima, Louis Pasteur, Anton Cechov, il filosofo Avicenna. Una sola donna: Temi, la dea della giustizia con la sua bilancia in mano.
Shirin  una donna minuta di 57 anni, dai capelli corti che incorniciano un volto rotondo e serio. Gli occhi neri sono attenti. Indossa una camicetta a motivi blu e si libera del foulard non appena ci raggiunge. Faccio altrettanto con vero sollievo.
"Le donne devono poter scegliere il loro abbigliamento" dice non appena le racconto la conversazione con la vice presidente. E` preoccupata, perch il Majlis, appena eletto, discute della possibilit di introdurre un'uniforme per tutte le donne. E` una sorta di provocazione, un avvertimento per quelle che vorrebbero andare dritte alla meta.
"La societ islamica ha delle tradizioni, alcune buone, altre cattive. Il problema sorge quando si vogliono imporre queste tradizioni a tutti quanti. E` quello che succede con il velo: vogliono obbligare tutte le donne a indossarlo e tuttavia in questo Paese vivono anche minoranze non islamiche."
"E` vero che la donna iraniana ha pi diritti rispetto alle donne di altri Paesi musulmani" continua Shirin "ma il mio compito non  osannare i diritti che hanno gi. E` mio compito che ottengano quelli che ancora non hanno. Agli occhi della legge islamica, per esempio, il valore della donna  la met di quello dell'uomo, per il calcolo dei risarcimenti in caso di morte violenta come per le procedure di testimonianza presso un tribunale. Allo stesso modo,  molto pi facile divorziare per un uomo che per una donna."
In maggio, la maggioranza riformatrice al Parlamento ha fatto in tempo a votare in extremis una legge che riconosce alle donne gli stessi diritti di successione degli uomini, mettendo fine a una delle pi stridenti disuguaglianze nella coppia. Alla morte del congiunto e in assenza di altri eredi, la donna pu ereditare ormai, come l'uomo, la totalit dei beni del defunto. La vecchia normativa era stata votata 75 anni fa ed era assolutamente discriminatoria: prevedeva che una vedova ereditasse l'ottava parte dei beni del marito defunto se aveva figli. In assenza di figli, ereditava un quarto dei beni. Riceveva infine la met dei beni del marito in assenza di altri eredi, il resto andava alle casse dello Stato.
Secondo Shirin, da sempre impegnata in queste battaglie, esiste in Iran sufficiente spazio per condurre la lotta politica, ma  necessario che le donne si mobilitino: "E` importante che protestino contro questo stato di cose: il movimento femminista in Iran  molto forte, nessuno pu pi controllarlo. Le leggi cambieranno perch le donne combattono".
Secondo lei "la battaglia per la democrazia e la battaglia per i diritti delle donne avanzano di pari passo. Il desiderio della gente di una maggiore democrazia  tale che il governo non pu pi fermarlo. Giornalisti, studenti, scrittori, attivisti sono in carcere ma continuano a difendere le loro idee e a scrivere libri".
Tuttavia, mi spiega il Premio Nobel quando le chiedo che cosa pensa dell'azione americana avviata in Iraq in nome della democrazia, "la democrazia pu svilupparsi solo in un ambiente pacifico: quando un Paese  minacciato prendono il potere gli estremisti".
Shirin cita la vita del Profeta e dell'imam Ali per assicurarmi che l'Islam  compatibile con le regole della democrazia. Ali, mi dice, era spesso in disaccordo con i suoi compagni, ma ascoltava i loro pareri e cambiava opinione. Addossa la responsabilit del ritardo nel progresso delle societ persiana o araba al loro carattere patriarcale: secondo lei, il rifiuto dell'uguaglianza tra uomini e donne  un aspetto della cultura delle trib. "La donna  un oggetto e appartiene all'uomo che la tiene chiusa in casa cos come chiude a chiave la sua macchina."
"La cultura patriarcale non accetta la democrazia: sottomette e opprime la donna. E chi la difende, vuole far ricadere la colpa sull'Islam" conclude il Premio Nobel.
Ritrovo nelle sue parole il discorso che un'altra intellettuale iraniana, Azar Nafisi, mi aveva fatto quando le avevo chiesto che cosa pensasse della situazione delle donne nel mondo musulmano. L'avevo incontrata alla School of Advanced International Studies a Washington. Ha scritto un libro che  diventato un best seller: Leggere Lolita a Teheran, alludendo al libro di Nabokov. Era tornata in Iran nel 1979 perch credeva, ingenuamente, alla rivoluzione. E` ripartita nel 1997 perch non c'era libert d'insegnamento. Ci sentiamo ogni tanto via e-mail.
"Credo che il velo venga utilizzato come uno strumento di oppressione politica" mi ha scritto un giorno. "Nessun potere, compreso quello dello Stato, ha il diritto di dire agli uomini e alle donne come devono essere le loro relazioni con Dio. Tutte le religioni possono diventare strumenti di oppressione. Ci sono aspetti dell'Islam che possono essere utilizzati contro la donna, ma ci sono anche molti musulmani progressisti, e in particolare donne che si battono e rifiutano le imposizioni della religione. L'Islam  come tutte le religioni: la sua pratica non  incompatibile con la democrazia;  incompatibile soltanto quando viene isolato dal suo contesto e utilizzato come strumento politico. Ma questo  vero per tutte le religioni: basti pensare all'Inquisizione cattolica in Europa."
E concludeva con un attacco contro la stupidit e l'intolleranza: "Ci sono estremisti che si presentano come musulmani e in Occidente solo gli ignoranti possono concludere che tutti i musulmani o tutti gli sciiti sono terroristi. L'incomprensione scaturisce dalla mancanza di curiosit e dalla pigrizia intellettuale".
Impazza dunque la battaglia del velo in Iran. Una battaglia che ha un alto valore simbolico nella misura in cui illustra una pi ampia volont di cambiamento della societ iraniana. Le donne che incontro a Teheran mi sembrano prendersi gi grandi libert, non solo per quanto riguarda le regole di abbigliamento islamiche, ma anche nei costumi: in una gioielleria dove mi lascio tentare da un paio di orecchini, parlo con Raya, una bella bruna di 35 anni che disegna, realizza e vende gioielli. Intorno al suo negozietto che si chiama Noor (la luce), dall'arredamento ultramoderno, la piccola galleria nel cuore di un quartiere chic della capitale non ha nulla da invidiare ai mali occidentali: accanto ai negozi alla moda, Esprit, Promod, La Gentille, ci sono locali come il Caf de France o il Mini Caf.
"Certo" mi dice Raya "che sarei pronta a togliermi il velo, ma non gli presto pi nessuna attenzione, proprio come presto poca attenzione alla politica: ho la mia vita e solo questo mi interessa."
A 18 anni  stata data in sposa a un uomo molto ricco che ha lasciato pi in fretta che ha potuto. Da allora, vive da single e lascia che sia il cuore a guidarla. Nel suo negozio, un'insolita fotografia dell'imam Khomeini, sistemata in modo rispettoso sul termosifone: si vede il sereno ayatollah in piedi, appoggiato a un parapetto con sullo sfondo il villaggio di Jamaran, dove viveva, a nord di Teheran. Non ha il suo tradizionale turbante e indossa una specie di cuffia sulla testa pelata.
Nel minuscolo negozio di Raya, le clienti si tolgono il velo, provano braccialetti e collane, pagano in dollari e tuffano le mani in una scatola di deliziosi pasticcini, sotto l'occhio cupo della guida della rivoluzione: mi trovo veramente a Teheran?
Pi tardi, incontrer a cena una sorprendente squadra di donne illuminate: una regista di documentari, un'editrice, una giornalista, una scrittrice, una sociologa, tutte riunite intorno alla tavola dell'ambasciatore italiano Roberto Toscano, un uomo dotato di un'eccezionale curiosit, di una straordinaria disponibilit e il cui giudizio sicuro fa onore alla nostra diplomazia. Queste donne bevono, fumano e combattono: una realizzando un film sulle donne prigioniere nelle carceri di Evin, il sinistro penitenziario di Teheran, un'altra animando una piccola organizzazione di difesa dei diritti della donna, una terza studiando la moda dei weblog sui quali le donne vanno a confidarsi nell'anonimato.
Ma basta andare a Qom, 120 chilometri a sud di Teheran, per capire che altre donne vivono in un universo del tutto differente.
Se Mashhad nel Nord-Est  la grande citt santa dell'Iran, Qom, a due ore di autostrada da Teheran,  la capitale clericale. E` qui che l'ayatollah Khomeini ha fatto fermentare la rivoluzione islamica. Circa 45.000 religiosi di ogni ordine e grado vivono tra gli 800.000 abitanti di questo centro di seminaristi. I turbanti bianchi e i chador neri riempiono le strade. I foulard colorati con i quali le donne della capitale si coprono la testa non sono ammessi. Qui un gruppo di teologi aveva criticato "la decisione di circoli oppressivi occidentali di assegnare il Premio Nobel per la pace a Shirin Ebadi, che vuole prendersi gioco dei valori dell'Islam". Avevano proclamato con orgoglioso oscurantismo che "se fin dal principio si fossero tagliate le lingue e spezzate le penne della trib di infedeli e di ipocriti, non si sarebbe dovuto assistere a una tale insolenza". Ma paradossalmente  anche la citt in cui il vecchio ayatollah Montazeri ha trovato rifugio. Era infatti caduto in disgrazia qualche mese prima della morte dell'imam Khomeini nel 1989, per aver aspramente contestato il regime. Ex successore designato di Khomeini,  rimasto una personalit molto rispettata e ha proseguito gli attacchi contro il regime senza mai fermarsi. Nel 1997, dopo aver messo in discussione l'autorit politica e religiosa dell'attuale guida suprema,  stato condannato al domicilio coatto nella sua casa a Qom. E` stato liberato all'inizio del 2003.
Sono entrata nel grande cortile della moschea Hazrate Masumeh. Al centro, una fontana e una vasca nella quale i fedeli fanno le loro abluzioni. Il pavimento  di granito nero e le pareti di maiolica sono dominate dal blu. La porta principale del mausoleo  una volta costellata di cristalli. Mi sono diretta verso l'ingresso:  un luogo in cui  vietato l'accesso ai non-musulmani, ma non ho la sensazione di mancare di rispetto alla religione di Maometto. Sono qui per vedere e per imparare, per riportare immagini e parole che mi aiuteranno a capire, a capirci meglio.
Le donne avvolte nei loro chador si spingono verso l'entrata. Faccio come loro: mi tolgo le scarpe e le metto in una piccola busta di plastica che porto con me. Alcuni bambini accompagnano le madri, attaccati ai loro veli. L'atmosfera  seria senza essere veramente raccolta. Le donne hanno un solo scopo: toccare la gabbia dorata che protegge il sarcofago di Fatameh, la sorella dell'imam Reza, l'ottavo imam. E` un gesto di piet, di rispetto, che permetter di ricevere la protezione di questa santa morta e sepolta a Qom nel IX secolo.
Mi lascio spintonare nella calca dalle tante devote convinte che io non avanzi abbastanza velocemente. Dai loro sguardi capisco che riconoscono in me una straniera: non sono ostili ma hanno bisogno di un sorriso per essere meno diffidenti.
Esco e ritrovo Taraneh e Jacques che sono rimasti ad aspettarmi. Passeggiamo sotto il sole. La moschea  circondata da tante piccole bancarelle. Ci si trova di tutto: gioielli, profumi, dolci, stoffe e addirittura palloni da calcio. Alcuni uomini dormono su tappeti distesi all'ombra dei muri del luogo santo. Un gruppo di religiosi avanza a passi frettolosi. I loro volti mi dicono che provengono dai confini dell'Iran, e forse addirittura da pi lontano. Fermo una famigliola e scopro che vengono da Kabul, in Afghanistan. Sono padre, madre e cinque figli: non hanno voglia di parlare con me, non si fidano.
Come conciliare il desiderio di libert, espresso in modo inequivocabile dalle donne e dai giovani, con le tradizioni culturali e religiose su cui si fonda l'influenza dei mullah?
Mi fermo davanti a un uomo che potr forse aiutarmi a trovare una risposta. E` seduto su un piccolo sgabello pieghevole di fronte a una gabbia dove cinguetta un canarino. Dietro gli occhiali spessi, l'uomo  cieco o quasi: probabilmente soffre di tracoma, una delle malattie della vista pi diffuse nel Terzo Mondo. Rende i suoi servigi per dieci centesimi di euro. Tira fuori dalla gabbia il suo bell'uccellino, lo sistema sopra una pila di buste strette in una scatola di cartone. Con il becco, il canarino ne prende una e l'oracolo cieco me la consegna. Ne chiediamo tre e per tre volte il becco dell'uccelletto pesca tra le buste. Taraneh ci legge poi le profezie scritte su pezzetti di carta blu e gialla. Deve essere l'equivalente iraniano dei biscotti della fortuna che si usano nei ristoranti cinesi.
Il mio comincia con una formula magica: "O emissario della verit". "E` gi da molto tempo che ti prodighi per raggiungere il tuo scopo... hai anche utilizzato tutto il tuo tempo libero per farlo... sei sensibile e determinata ma anche irritabile e devi controllare la tua collera per risparmiare coloro che ti stanno accanto... cambia atteggiamento... con il cuore cordiale e disponibile che batte nel tuo petto, raggiungerai l'obiettivo... ma fai attenzione, sei come una candela che brilla e si consuma."
Non male, bell'uccellino, hai avuto il becco fortunato.
Qom, fondata nel IX secolo,  stata ingrandita a partire dal XVII dai safavidi, per contrastare - gi allora - la popolarit di Najaf. Oggi la citt ospita oltre 25.000 studenti di teologia, di cui 2000 venuti dall'estero. Sul grande viale Amin, che la attraversa da parte a parte, le scuole religiose si succedono una dopo l'altra. E` qui che si studia e certe volte si reinventa la dottrina sciita. Non ci sono segni visibili di militanza politica, e la citt non vive assolutamente al ritmo dei sommovimenti che scuotono le sue sorelle di religione, Najaf e Karbala. L'unico manifesto affisso di recente annuncia la "Prima fiera internazionale dell'edilizia" prevista dal 9 al 13 settembre.
Mi trovo davanti a uno dei pi rispettati religiosi di Qom, Jafar Sobhani, il grande ayatollah che dirige l'istituto dell'imam Sadeq. Ovviamente la mia visita non gli  gradita. Ha sicuramente accettato di ricevermi su pressione del ministero degli Esteri, che desidera riallacciare i rapporti con l'Europa e in particolare con il Parlamento europeo. Le relazioni sono meno buone dopo l'elezione, all'inizio dell'anno, di un Parlamento conservatore.
Sobhani mi accoglie con freddezza: "Chi mi assicura che riporter correttamente quello che le dir?".
La domanda mi sorprende. Anche per l'ostilit che esprime nei miei confronti. Rifletto rapidamente. So che un sorriso non sortir alcun effetto su questo settantenne dal volto austero che mi sta di fronte: "Non avrei certo fatto tutta questa strada per ascoltarla e deformare poi il suo pensiero" dico a Taraneh, e lei traduce. La poverina, che gi sopporta a fatica un semplice foulard, ha dovuto ricoprirsi dalla testa ai piedi con il chador. E si dibatte tra il prendere appunti, rispondere al telefono che non smette di squillare, tenere con una mano i lembi del velo e mantenere la calma. Un inferno!
Finalmente la discussione comincia e l'ayatollah si lancia in una lunga dissertazione sulle donne: "L'Islam ci  stato donato da Dio e da quel momento non ci sono stati cambiamenti. L'Islam ha concesso alcune libert che si addicono alle donne. L'Islam oggi  lo stesso di cent'anni fa. Tuttavia,  vero che prima non c'era bisogno di progresso e di evoluzione. Ora ci sono pi opportunit per le donne, in particolare pi possibilit di studiare. Bisogna dunque tenerne conto. Le limitazioni dettate dall'Islam servono a mostrare rispetto per la donna: per ci che la fa crescere moralmente, non ci sono limiti".
Poi Sobhani parte all'attacco della nuova legge sul divieto di ostentare simboli religiosi votata recentemente in Francia. Questa legge proibisce di portare il velo, grandi croci e la kippah nelle scuole pubbliche.
"Pensiamo che il hijab sia meglio per le donne. Conferisce loro una maggiore sicurezza. E` una scelta giusta e proibirlo  un errore."
Sollevo allora il problema delle straniere o delle non-musulmane che vengono in Iran e che sono obbligate, come me, a portare il velo. "E` la legge" mi risponde. "E tutti devono rispettarla."
"Anche in Francia  la legge e tutti devono rispettarla" replico. La mia risposta non gli piace e capisco che l'ayatollah vuole porre fine al nostro incontro. Fin dall'inizio il dialogo  stato teso, tanto pi che  partito su un equivoco: io volevo parlare di politica, di religione, dell'Iraq. Lui no.
E il suo rifiuto mi fa aprire gli occhi su un fenomeno che avevo in qualche modo intuito. Dopo 25 anni di potere, i religiosi sono probabilmente consapevoli che la politica ha corrotto il clero. Sporcandosi le mani con gli affari terreni, hanno perso credibilit. Il compromesso, la corruzione, il nepotismo, la menzogna - che fanno parte del gioco politico - hanno fortemente minato la loro reputazione.

CAPITOLO 19. LA CRISI DEI TURBANTI.

HO CERCATO    DI    PARLARE   con   l'ayatollah Sobhani degli eventi dell'agosto 2004 a Najaf: l'assedio dell'esercito americano durato tre settimane del mausoleo dell'imam Ali, il luogo di culto pi venerato dell'Islam sciita, l'accanita resistenza dell'esercito del Mandi, l'intervento dell'ayatollah al-Sistani e la popolarit del giovane erede della famiglia al-Sadr.
"Najaf  una citt santa sia per gli sciiti sia per i sunniti. E` ovvio che quando questo luogo viene attaccato ne siamo tutti dispiaciuti" mi risponde gelido.
"Siamo contrari all'occupazione di qualunque Paese da parte di stranieri, che sia l'Afghanistan o un altro Stato" aggiunge.
Mi aspettavo qualcosa di pi da parte di un'alta autorit religiosa sciita, visto che si parla di un attacco militare contro un luogo sacro, che ha avuto un solo precedente: l'assedio di quello stesso mausoleo nel 1991 da parte delle truppe di Saddam Hussein.
Tento la sorte attirandolo sul tema della concorrenza tra Najaf e Qom, come luoghi d'influenza o d'ispirazione preponderanti nella comunit sciita: "Ci consideriamo due citt universitarie che hanno stabilito rapporti reciproci. Abbiamo anche relazioni con altre universit musulmane, non poniamo confini alla scienza. Non c' concorrenza tra noi: chi crede in Dio vuole il successo di tutti quanti".
Quando il discorso si sposta su Moqtada al-Sadr, diventa ancora pi laconico: "Non lo conosco".
Cerco di insistere: "So che  giovane e che ha molti sostenitori, ma non so cosa vuole" finisce per rispondere l'alto dignitario.
Poi la sua collera esplode. Non capisce perch gli faccia domande su questioni che non hanno alcuna importanza. Ha scritto, dice, pi di 200 libri e il suo insegnamento  seguito da oltre 10.000 studenti; come posso fargli perdere tempo con problemi cos poco interessanti? Per evitare la rottura, gli chiedo quindi di illuminarmi sulla questione delle donne.
Ma secondo me il messaggio che  passato  molto importante: la Qom ufficiale sembra riluttante a farsi trascinare in rischiosi dibattiti politici.
C' un altro ayatollah che cerco di incontrare a Qom, ma che non mi ricever: il grande ayatollah Kadhem al-Husseini al-Haeri. Anche lui  un vecchio saggio dalla barba bianca, nato in Iraq ed esiliato in Iran dal 1973. E` stato uno dei protetti di Muhammad Bakr al-Sadr, al-Sadr I. E come lui, sostiene che i religiosi debbano dire la loro nella politica. E dice apertamente di essere contrario all'occupazione americana in Iraq.
Il 7 aprile 2003 aveva annunciato che il giovane Moqtada era il suo rappresentante in Iraq e aveva detto: "La sua posizione  la mia posizione". L'investitura di al-Haeri aveva ovviamente servito gli interessi di Moqtada e messo in risalto la sua immagine, senza che fosse chiaro tuttavia se il grande ayatollah di Qom avesse ricevuto istruzioni dai responsabili di Teheran. Questa dichiarazione illustrava per molto bene le relazioni reali e potenziali tra le due maggiori comunit sciite nel mondo.
Ma un anno dopo le cose sono cambiate. Mi ricordo che durante i primi incidenti a Najaf in aprile, l'ufficio di al-Haeri aveva assicurato che il giovane capo radicale era "assolutamente indipendente e non rappresentava in alcun modo l'ayatollah di Qom". Aveva anche criticato indirettamente l'azione dei miliziani sciiti: "Uno scontro potrebbe dare alle forze di occupazione un argomento per colpire la popolazione, con il pretesto di "ripulire" l'Iraq dai partigiani dell'ex presidente Saddam Hussein o dai membri di al-Qaida" aveva affermato al-Haeri.
Ovviamente, dopo un momento di entusiasmo anche gli ayatollah di Qom pi impegnati hanno preferito prendere le distanze - almeno all'apparenza - dal destino di Najaf e dagli affari iracheni in generale.
Anche la guida suprema iraniana, l'ayatollah Khamenei, si era mostrato prudente nella sua condanna: "La nazione musulmana e il popolo iracheno non perdoneranno le atrocit e la nazione irachena reagir con veemenza" aveva detto. "In nome della democrazia e del liberalismo, spezzano il cuore dei musulmani, bruciano il cuore degli sciiti, aumentando la distanza tra loro e la nazione musulmana." Ma questi impeti erano stati stemperati da un messaggio molto chiaro: "Vogliamo la pace e la sicurezza in Iraq poich riteniamo che l'instabilit sia nociva per tutta la regione".
Quando rientro a Teheran, ho la sensazione che i problemi dei cugini sciiti iracheni siano lontani dalle preoccupazioni dei dirigenti iraniani:  il problema del nucleare che si trova al centro dei loro pensieri. L'America accusa Teheran di volersi dotare dell'arma atomica, l'Iran afferma di attuare un programma nucleare civile per produrre energia elettrica. Tra i due contendenti, gli europei cercano di trovare una via diplomatica per impedire che la questione venga deferita al Consiglio di sicurezza dell'Onu per eventuali sanzioni.
Washington vede nelle ambizioni attribuite a Teheran la giustificazione della sua politica di minaccia nei confronti dei regimi "fuorilegge", capaci di far accedere gruppi terroristici alla tecnologia nucleare. Ovviamente, chi sostiene questa teoria e appoggia un'azione militare preventiva contro lo Stato persiano ignora due valori essenziali di questa equazione. Uno  immediato: le legittime preoccupazioni dell'Iran nei confronti di due Paesi, il Pakistan e Israele, che hanno sviluppato un arsenale nucleare. Il secondo  pi di fondo: riguarda il principio di dissuasione. La deterrenza che ha permesso l'equilibrio tra i grandi blocchi nemici all'epoca dell'Urss e il cui presupposto si adatta perfettamente alla Repubblica islamica: il regime iraniano non metter mai in pericolo ci che va pazientemente costruendo da 25 anni. E` plausibile ritenere che non abbia alcun interesse a scatenare una reazione in grado di compromettere la sua sopravvivenza.
D'altra parte, una strategia aggressiva si accompagnerebbe a misure militari - come il dispiegamento di missili o l'attivazione di bombardieri armati con testate nucleari - perfettamente individuabili, che giustificherebbero a questo punto un attacco preventivo.
Ma la disputa nucleare, che fa da sfondo ai miei incontri con i dirigenti iraniani, illustra soprattutto la profonda incomprensione che da un quarto di secolo caratterizza le relazioni tra Teheran e Washington.
L'invasione dell'Iraq, sulla scia dell'intervento in Afghanistan e del dispiegamento di truppe nei Paesi dell'Asia centrale, del Caucaso e del Golfo in nome della guerra contro il terrorismo, ha completato l'accerchiamento dell'Iran da parte delle forze militari americane. "Dobbiamo averne paura o esserne un po' fieri?" si chiede davanti a me, con un briciolo d'ironia, il professor Abbas Maleki, un esperto iraniano. "Chi lo sa?" Ma questo accerchiamento  una realt che domina oggi la riflessione strategica iraniana. Secondo alcuni si trattava d'altronde di uno degli obiettivi essenziali dell'operazione "Iraqi Freedom".
Durante la preparazione della guerra, molti a Teheran hanno pensato che i carri armati americani non si sarebbero fermati a Baghdad. I Pasdaran e i militari avrebbero addirittura preparato un dettagliato piano di difesa che prevedeva la creazione di comandi regionali e l'organizzazione di cellule di resistenza locali per continuare i combattimenti, una volta ultimato il primo assalto. Altri ambienti erano arrivati invece alla conclusione che Washington non avrebbe spinto l'avanzata oltre la frontiera.
Questi ultimi hanno avuto ragione. Oggi l'impressione generale nella dirigenza iraniana  che gli Stati Uniti non siano pi in grado di occuparsi militarmente dello Stato persiano. Tuttavia, il prolungamento della crisi porta i pi pessimisti a temere un altro pericolo: quello della fuga in avanti.
A Teheran, a settembre, si parla dunque della "sorpresa di ottobre". I miei interlocutori mi garantiscono che l'Iran sarebbe pronto a reagire in 15 minuti a un eventuale attacco americano o israeliano contro le sue installazioni nucleari. Nessuno per vuole entrare nei dettagli. A met agosto, tuttavia, un comandante dei Guardiani della rivoluzione ha annunciato che Teheran  in grado di colpire Israele. "Il territorio sionista nella sua interezza, comprese le basi militari e i depositi nucleari,  al momento a portata di tiro dei missili iraniani di tecnologia avanzata" aveva dichiarato il comandante Yadollah Javani, all'agenzia di stampa Isna.
Il 5 ottobre l'ex presidente Rafsanjani proclamer che l'Iran dispone di missili con una gittata di 2000 chilometri, in grado dunque di colpire non solo Israele ma anche l'Europa sud-orientale. Per precauzione, Israele ha gi effettuato i test sul suo sistema anti-missile Arrow II, specificamente destinato a contrastare un eventuale attacco iraniano.
Speriamo che nessuno si lasci prendere dal panico e che gli ispettori dell'Agenzia delle Nazioni Unite per l'energia atomica confermino le ripetute assicurazioni iraniane che le loro ricerche nucleari sono destinate a usi civili e pacifici.
Per parlare dell'Iraq, incontro il vice presidente della Commissione per la sicurezza nazionale e per gli affari esteri al Parlamento, Mohammed Mohammadi. L'immenso e moderno edificio del Majlis  vuoto, i deputati sono in vacanza, proprio come le scuole e le universit. Le ultime elezioni hanno dato la vittoria ai conservatori: hanno infatti ottenuto la maggioranza assoluta dei due terzi del Parlamento, a spese dei riformatori del presidente Khatami. Hanno 195 seggi in un Majlis che ne conta 290 e nel quale i riformatori detenevano la maggioranza assoluta dal 2000. Nessuno aveva dubbi su quale sarebbe stato il risultato dello scrutinio: i riformatori hanno pagato la delusione del loro elettorato, ma soprattutto la scandalosa espulsione da parte degli organi di controllo della maggior parte dei loro candidati. Motivazione ufficiale: "Violazioni dell'Islam e della costituzione". L'invalidamento di circa 2300 candidature aveva cos provocato una delle crisi pi gravi mai attraversate dalla Repubblica islamica. I principali partiti riformatori, denunciando un "colpo di Stato parlamentare", avevano deciso di boicottare lo scrutinio.
Ora i conservatori hanno nelle loro mani tutte le leve del potere, sotto l'autorit di Khamenei: il Parlamento, gli organi di controllo politico (il Consiglio dei guardiani e il Consiglio di discernimento), la giustizia, l'apparato militare, la radio e la televisione di Stato. Manca solo la presidenza, ma il mandato del riformatore Khatami scade nel 2005 e sono gi cominciate le manovre in vista della sua successione.
Mohammadi mi riceve in un grande salone con il pavimento ricoperto da un enorme tappeto persiano in cui domina il porpora. Capelli e barba brizzolati, occhiali senza montatura, un abito marrone e una camicia dal colletto rigorosamente abbottonato, Mohammadi entra subito in argomento: "La presenza americana in Iraq provoca il rischio di una crisi permanente" esordisce.
"Gli iracheni hanno gi fatto l'esperienza della dominazione con gli inglesi e non desiderano ricominciare con gli americani. La dominazione degli Stati Uniti sar sempre e solo territoriale, non potr mai essere morale o politica, tanto pi che all'interno della comunit sciita in generale c' un'enorme forza di contestazione. Questo rifiuto dell'occupazione straniera alimenta la resistenza: gli sciiti sono pronti al sacrificio. Non  sempre facile comprendere queste reazioni nel mondo materialista di oggi, ma credo che i cattolici possano capirci, vista la storia della loro Chiesa."
Pi prosaicamente, Mohammadi mi ripete la posizione ufficiale iraniana che a ben guardare  caratterizzata da un certo buon senso. E assomiglia a quella di molti Paesi europei che non hanno voglia di lanciarsi nel pantano iracheno: "Vogliamo un vicino in pace, vogliamo un Iraq unito, indipendente, senza tensioni, ma anche senza occupazione straniera. Per principio, vogliamo un governo centrale liberamente eletto. Ma crediamo che si debba trattare con il governo di transizione".
Interrogato sulla forma di governo auspicabile, si mostra molto prudente: "In Iraq, c' una forte influenza dell'ideologia islamica e gli iracheni devono avere un sistema che rispetti la loro fede religiosa. Per quanto ci riguarda, noi abbiamo un peso morale e ideologico non solo in Iraq ma anche nel resto del mondo musulmano".
E aggiunge: "Moqtada al-Sadr  giovane, non occupa una posizione religiosa importante, ma la sua resistenza ha suscitato una forte simpatia tra i giovani, e non solo per il fatto che ha preso posizione a favore dei pi svantaggiati, ma anche per come ha difeso Najaf".
Pi tardi vengo ricevuta dal vice ministro degli Esteri, Ali Ahani. E` un uomo basso, stretto in un abito grigio dal collo alla coreana. Il pranzo  quanto ci possa essere di pi ufficiale in una maestosa sala del ministero. Siamo accompagnati dall'ambasciatore italiano e anche da un diplomatico iraniano che conosco dagli anni della sua missione a Roma, Ali Pakdaman. E` la prima volta che affronto il difficile esercizio di rispondere a un discorso di protocollo tramite un interprete cercando di rispettare le regole della diplomazia e contemporaneamente di mangiare quello che ho nel piatto prima che si raffreddi. Insisto in particolare sulla mia convinzione che l'Europa possa fare da ponte tra gli Stati Uniti e i musulmani: "Conosciamo bene i musulmani da secoli, li abbiamo come vicini e vivono a casa nostra".
"I talebani e al-Qaida hanno mostrato un aspetto violento e rivoltante dell'Islam. L'Islam  la religione della pace e dell'amicizia" comincia il vice ministro. Sicuramente non dimentica che gli integralisti afghani e l'organizzazione terroristica sono di fede musulmana sunnita.
"Gli sciiti hanno un approccio realista alla vita, ecco perch i talebani e al-Qaida non ci riconoscono come veri musulmani. Hanno addirittura ordinato di uccidere gli sciiti: pensano che abbiamo tradito l'Islam."
Mi elenca poi nel dettaglio i gesti di buona volont tentati da Teheran per favorire la stabilizzazione del vicino: "Abbiamo cercato di collaborare con il nuovo governo iracheno dopo la caduta di Saddam, siamo stati i primi a riconoscere il governo provvisorio. Abbiamo consigliato agli sciiti di essere realisti e pragmatici in modo da non creare problemi. Nei primi mesi sono state le zone sunnite a incontrare le maggiori difficolt. Poi sono sorti nuovi problemi nelle regioni sciite, ma  stato per colpa degli americani".
Secondo il vice ministro, gli americani non riescono a trovare una soluzione perch sono incapaci di dialogare con le forze politiche irachene veramente rappresentative delle frustrazioni sociali ed economiche.
"Anche se Moqtada  giovane e radicale, bisogna discutere con lui. Ma per farlo,  necessario avere una certa esperienza, mentre gli americani non sanno come operare in un ambiente delicato. Credono di poterlo ignorare. Ma si sbagliano."
Ripete ancora una volta la formula magica della neutralit: gli iraniani, lo capisco solo ora, hanno una paura folle di vedersi accusati dagli Stati Uniti di far fallire il loro progetto in Iraq.
"La nostra politica per l'Iraq  ordine e stabilit: bisogna abbassare i toni. Gli americani, per confondere le acque, sostengono che stiamo interferendo, ma non  vero. Se volessimo intervenire veramente, potremmo farlo."
Alla fine, prendo congedo da Ahani, che ritrover a Bruxelles dove  stato nominato ambasciatore presso l'Unione europea. Prima di salutarci - senza stringerci la mano, ovviamente - mi dice a mezza bocca e con una certa preoccupazione: "Gli americani hanno tutto l'interesse ad avere un Iraq destabilizzato per poter rimanere, ma i persiani sono abbastanza intelligenti per curare i loro interessi pur tenendo conto della realt. Tutti i Paesi della regione che vogliono un Iraq stabilizzato devono partecipare a uno sforzo di pace, soprattutto noi e l'Arabia Saudita".
Che sia sul nucleare o sull'Iraq, Teheran adotta quindi un linguaggio che mira a placare gli animi, pur rimanendo sulle sue posizioni. E sembra cos indecisa tra due strategie: quella dello scontro con il nemico americano e quella della politica di apertura per una gestione comune della stabilit della regione.
Quello che colpisce in Iran in questo periodo di crisi  ovviamente l'assenza di un capo indiscutibile come era Khomeini. Manca anche una figura religiosa incontestabile che possa rivestire il ruolo di arbitro, come fanno Fadlallah in Libano e al-Sistani in Iraq. Come spesso sottolineano gli esperti delle questioni iraniane, in 25 anni la rivoluzione  passata da una teocrazia dominata da una guida unica onnisciente a una "mullarchia", in bala delle lotte intestine di potere.
Ma questa trasformazione ha aperto una breccia nel muro di silenzio che imprigionava la riflessione degli iraniani nel periodo in cui Jacques lavorava qui. Ci che lo sorprende, accompagnandomi in questo viaggio,  la straordinaria libert con la quale i dirigenti e i semplici cittadini parlano del dibattito tra riformatori e conservatori. Come vengono discusse le questioni cruciali senza il timore che intervenga la polizia politica ad arrestare chi magari osa criticare il regime.
Non perdo occasione di rivolgere le domande essenziali che alimentano i dibattiti in Europa sul futuro dell'Iraq: il suo destino  quello di diventare una repubblica islamica? E` possibile stabilire una separazione tra la politica e la religione?
Mi rivolgo al vecchio ayatollah Mohamed Ali Taskhiri. Dirige un centro di studi molto prestigioso che lavora per il riavvicinamento dei due rami dell'Islam: il sunnismo e lo sciismo. Mi riceve nel suo ufficio di Teheran, ampio e luminoso con mobili in legno chiaro e vetrinette stipate di libri. Attraverso le finestre, si vede l'edificio dell'ex ambasciata degli Stati Uniti. Il famoso "nido di spie", come l'avevano ribattezzata gli studenti del fronte dell'imam che l'avevano assaltata per fare prigionieri i diplomatici. "Riserveremo all'America una grave sconftta" si pu ancora leggere sul muro di cinta. L'iscrizione  ben visibile e sembra che venga ridipinta regolarmente. Le vecchie ferite non si chiudono facilmente e se ne aprono di nuove: su un muro di Teheran, noto gli enormi manifesti realizzati con le fotografie delle torture di Abu Ghraib.
Barba bianca, occhiali spessi, turbante bianco, volto segnato, fronte piegata in un'eterna ruga e piedi nudi nei sandali, l'ayatollah Taskhiri  l'immagine del fervore liberato dai bisogni di questo mondo. Ha vissuto a Najaf negli anni Settanta,  stato imprigionato per aver letto un poema in lode di Ali e torturato per 40 giorni. Ha avuto un colpo apoplettico ed  paralizzato nella parte destra del corpo.
"Nessuno degli ulema sciiti dice che  necessario separare la religione dalla politica. Tutti dicono che la religione deve guidare la vita, le persone e la politica. Non c' un solo religioso nell'Islam che parli di separare la religione e la vita che include lo Stato. L'Islam parla di tutta la vita: allora non si pu mettere tutto questo nelle mani di laici che non sanno nulla della religione."
Tutto ci  molto chiaro ma non necessariamente porta a conclusioni settarie, come ci si potrebbe aspettare: "Una repubblica islamica  impossibile in Iraq. In Iran, il 90 per cento della popolazione  sciita; in Iraq, le cose non stanno cos, sono solo il 60 o il 65 per cento. Ma ovviamente la nostra Repubblica pu servire da esempio".
Parliamo di "sadrismo" e l'ayatollah diventa molto loquace per ricordare un uomo che ammira molto: "Al-Sadr I era un grande ideologo: la rivoluzione islamica si  basata sulle sue riflessioni. Al-Sadr II ha trasformato questa ideologia in un movimento di massa. Vedremo cosa far Moqtada",
Cambio di scena, cambio di tono, altro incontro a Teheran che mi riserva preziose sorprese. La mia visita assomiglia sempre pi al lavoro di un pittore, che sceglie sulla sua tavolozza nuovi tocchi di colore per creare l'immagine di un Paese molto pi complesso e ricco delle sue tante rappresentazioni in bianco e nero.
Nel sottosuolo di un edificio del grande viale Vali Asr, mi aspetta un uomo che porta un nome famoso in Iran. E` il figlio di uno degli eroi pi temuti ma anche pi rispettati della rivoluzione islamica: l'ayatollah Mohammed Hossein Beheshti, ucciso in un attentato il 28 giugno 1981 con altri 70 membri del partito della Repubblica islamica. Il gruppo di opposizione armato dei Mujaheddin del popolo  stato accusato dell'attacco, ma alcuni suggerirono all'epoca che si trattasse di una lotta di potere all'interno del regime. Beheshti era allora procuratore della corte islamica di Teheran.
Suo figlio Ali, 46 anni, baffetti sottili e corona di barba nera, dirige un centro di ricerche sulla filosofa che ha battezzato "Novum Organum" in riferimento all'opera del filosofo del XVII secolo Francis Bacon.
Beviamo del t e conversiamo in tedesco con questo intellettuale che  tornato in Iran sei anni fa. Mi spiega che riesce a conciliare senza problemi filosofia e teologia, che riesce a rispettare gli insegnamenti del Corano - libro supremo, parola finita di Dio al popolo dei credenti - e il formidabile lavoro di riflessione, di dubbio, di continua indagine della filosofia.
"Noi sciiti tendiamo a essere pi razionali. Cerchiamo di conciliare una visione teocentrica del mondo con una visione antropocentrica. Riconosciamo quattro fonti di verit: il Corano, la tradizione, il consenso e la ragione."
I rumori della citt ci giungono appena nell'atmosfera ovattata della biblioteca con le pareti tappezzate di libri. Siamo altrettanto lontani dall'immagine di uno sciismo oscurantista e animato da un'insaziabile sete di eliminazione del prossimo.
"La secolarizzazione non si  sviluppata nel mondo musulmano" prosegue Beheshti. "Dobbiamo accettare che la religione abbia un ruolo non solo individuale ma sociale: coloro che hanno la fede devono avere il loro posto in una struttura laica. La nostra attivit consiste nel cercare di capire il pensiero occidentale e di trovare una sintesi con il pensiero musulmano: questa  oggi una delle grandi tendenze dell'Islam. Ma ci manca il tempo, non abbiamo nemmeno il tempo di dormire."
Parliamo del velo e mi fa capire l'importanza della questione enunciando un assioma cruciale della teoria del cambiamento. "Per noi  stata un'evoluzione fondamentale, dalla formula "un cambiamento nell'apparenza non significa un cambiamento nella sostanza" alla formula "nessun cambiamento nell'apparenza senza effetto sulla sostanza". Il cambiamento deve venire dall'interno, non pu essere imposto dall'esterno."
Secondo lui la rivoluzione islamica, di cui il padre  stato uno dei leader, ha fondato un'eredit che nessuno in Iran vuole negare: "La rivoluzione  stata un chiaro "no" alla situazione di allora. Oggi cerchiamo di costruire una societ nuova. Procediamo per tentativi perch non vogliamo una soluzione bella e pronta".
Parla del padre che gli ha lasciato un breve testamento, solo poche righe. Sapeva, mi dice, che gli sarebbe potuto succedere qualcosa nell'atmosfera di violenza e di complotti.
""Rimani all'ascolto di Dio e avvicinati al popolo", ecco cosa mi ha confidato. Per lui la cosa pi importante era il senso di giustizia e di equit. Forse  per questo motivo che  morto."
Devo ancora incontrare due analisti iraniani prima di riprendere l'aereo per Roma. Nel corso dei miei incontri, ho avuto conferma che questa  una societ pronta a rimettersi in discussione ma ben decisa a difendere la sua identit.
Scopro anche il coraggio e la franchezza degli intellettuali, che non esitano ad attaccare i dogmi fondamentali della storia recente del loro Paese, come Mahmood Sariol-ghalam, professore di relazioni internazionali all'universit di Teheran dal 1987.
"La rivoluzione non  riuscita a creare uno Stato islamico" mi dice senza tentennamenti quando gli chiedo che cosa resta di quel terremoto politico. "Non ci sar mai una Repubblica islamica in Iraq e nemmeno in Iran, era un'illusione."
E` il responsabile di un think tank sul Medio Oriente, il centro di studi strategici e internazionali. Mi ha teso la mano quando sono arrivata nel suo ufficio, l'unico da quando sono qui. Sulla cinquantina, porta la cravatta e ha un viso aperto e intelligente. Ha vissuto e studiato negli Stati Uniti per 15 anni, in California, e lo avevo gi incontrato nel 2001. I conservatori lo bollano come un "soldato americano" negli atenei iraniani. I suoi uffici si trovano in una bella casa con piscina in un immenso parco nel cuore di Teheran. Sembra che la casa sia appartenuta alla sorella dello sci e ne sono stati conservati i marmi, i grandi saloni e i mobili antichi.
"La nascita di una societ secolarizzata  la conseguenza pi importante della rivoluzione" prosegue. "L'iraniano medio  diventato laico. Non  diventato irreligioso, ma ha fissato alcuni parametri: la sua religione deve avere una dimensione filantropica, deve aiutarlo a diventare una persona buona e giusta, ma non deve avere nulla a che fare con l'economia e la politica."
Un discorso del genere sarebbe bastato a spedire in prigione chiunque non molti anni fa.
"L'Islam" mi dice Mahmood Sariolghalam " molto pi politicizzato rispetto alle altre religioni: oggi bisogna ridurre l'Islam alla morale e alle tradizioni, perch la democrazia ha bisogno di spersonalizzare la politica e di costruire istituzioni."
Il suo punto di vista coincide con quello di numerosi esperti i quali ritengono che senza la guerra scatenata da Saddam Hussein nel 1980, la rivoluzione islamica e il potere dei mullah non avrebbero saputo resistere alla forte pressione di una societ in crisi. Al posto di questa sfida, la rivoluzione ha potuto mobilitare, a suo vantaggio, i sentimenti nazionali e patriottici degli iraniani e rimandare a pi tardi il lavoro, noioso ma pericoloso, della gestione quotidiana del Paese.
"Anche se gli iraniani non amano il potere dei religiosi, ci non significa che accoglierebbero gli americani a braccia aperte" sottolinea tuttavia il mio interlocutore. "Vogliono riforme, non una rivoluzione, ma per la svolta sar necessario un ricambio generazionale. Per il momento, ci sono moltissime discussioni a livello intermedio con forum, giornali, commenti, ma tutto questo ribollire non ha ancora raggiunto le sfere direttive."
Sariolghalam conosce bene gli ambienti del ministero della Difesa di cui  consulente. Spiega che uno degli aspetti pi importanti dell'invasione americana dell'Iraq  di aver neutralizzato Baghdad come nemico di Israele. "Gli iraniani lo percepiscono come un elemento contrario alla loro strategia di sicurezza nazionale" mi assicura.
"La paura pi grande degli iraniani ora  che l'Iraq rimanga nelle mani degli americani per molti anni."
Ma secondo lui, Teheran non ha in realt una strategia per contrastare questa presenza. Le tattiche cambiano a seconda delle varie fasi. Pu sicuramente trovare il modo di far pagare agli Stati Uniti un atteggiamento ostile: "Potrebbe dire: "Se continuate a minacciarci, vi rendo la vita impossibile in Iraq", e magari mobilita gruppi anti-americani, da loro direttive politiche, addestrandoli alla guerriglia". Ma non  in grado di lanciarsi in una vera strategia di espansione. "Gli iraniani vedono l'Iraq non nel contesto della stabilit della regione ma in termini di sicurezza interna." Sono pi interessati a temi come l'accesso dei pellegrini ai luoghi santi e a un'eventuale collaborazione economica, e soprattutto vogliono garantire una soluzione dei problemi legali tra i due Paesi. Una chiara definizione delle frontiere e la firma di un vero trattato di pace.
Anche Abbas Maleki  un esperto molto rispettato in un nuovo Iran ricco di energie e competenze. Ha creato un centro di ricerche sul Mar Caspio e si  trasferito in mezzo al verde a nord di Teheran, da dove domina la nebbia dell'inquinamento.
"All'epoca della rivoluzione uno degli aspetti della lotta era il rifiuto della presenza americana: c'erano 20.000 consulenti americani" mi ricorda quest'uomo alto, che sta facendo apparecchiare la tavola per un appetitoso pranzetto
nel suo vasto ufficio abbellito da carte geografiche affisse alle pareti.
Conosco questo aspetto delle recriminazioni iraniane: gli americani, civili e militari, godevano di uno status particolare, quello dell'extraterritorialit, che li proteggeva contro qualunque procedimento legale. "Gli americani hanno ridotto gli iraniani a un livello pi basso di quello dei cani" diceva Khomeini all'epoca. "Se un automobilista investe un cane negli Stati Uniti, verr denunciato. In Iran, un cuoco americano pu investire lo sci e nessuno gli dir niente."
Uno dei detonatori della rivoluzione  stato in effetti il rifiuto del dominio americano accompagnato, per un lungo periodo, da un'eccezionale violenza politica, che port Amnesty International a collocare l'Iran dello sci agli ultimi posti nella classifica del rispetto dei diritti umani.
Oggi, spiega Maleki, "gli americani mandano dei segnali: "siamo contro il regime, non siamo contro la gente", dicono. Ma dopo la guerra in Iraq,  abbastanza difficile vendere questo tipo di argomentazioni. Gli iraniani non potrebbero tollerare un attacco contro il loro Paese".
"La patria  ancora pi importante della religione e per gli sciiti  pi importante che per i sunniti: per i sunniti, c' la Umma, la grande nazione araba, per gli sciiti, c' la patria" prosegue l'esperto.
"E` vero" aggiunge "che molti iraniani non sono soddisfatti del loro modo di vivere, ma le donne che aspirano a una vita occidentale allo stesso tempo vanno al mausoleo per pregare."
Forse ha ragione. Al mausoleo dell'imam Sadeq a Teheran sono rimasta stupita nel vedere ragazze e donne eleganti, truccate e pronte a maledire il velo, che tuttavia venivano a chiedere aiuto al sesto imam nella linea di successione del Profeta...
"Ma se la soluzione  effettivamente quella di cambiare la forma di governo, questo mutamento deve venire dall'interno, certo non dall'esterno" conclude determinato Maleki.
Dopo la sua fragorosa irruzione sulla scena politica, pi di 25 anni fa, la religione in Iran  entrata appieno nelle contraddizioni e nei compromessi della politica. Al punto che oggi probabilmente si potrebbe parlare di crepuscolo dei mullah.
La politica  un esercizio fondamentalmente imperfetto nei suoi obiettivi e nei suoi mezzi. E` dunque bloccata in un antagonismo di fondo con la religione, in teoria infallibile. Passato il periodo di esaltazione degli inizi della teocrazia, che trasformano una sconfitta in un successo e la morte in una vittoria, la religione  stata raggiunta dalla banalit della politica.
Quando le richieste dei cittadini si fanno pi concrete, e la religione diventa meno efficace nel soddisfarle, perde inevitabilmente il suo status di autorit suprema, di risposta universale. Arriva allora il momento di passare la mano ai laici, ed  quello che speriamo avverr in Iran.

CONCLUSIONE. NAJAF E LE DUE SIMONE.

MENTRE FINISCO DI SCRIVERE il libro, non si placa la furia che sconvolge l'Iraq, un Paese che tanto meriterebbe pace e giustizia. In agosto, poco dopo la mia visita a Najaf, la citt santa  stata teatro di violenti combattimenti. Il mausoleo di Ali, difeso dai miliziani di Moqtada al-Sadr, viene assediato dai carri armati americani. I morti si contano a decine. Un giornalista italiano, Enzo Baldoni, catturato lungo la strada per Najaf, viene brutalmente assassinato. A settembre vengono rapite altre due italiane operatrici umanitarie, Simona Pari e Simona Torretta, questa volta a Baghdad. Saranno liberate tre settimane pi tardi. Come Baldoni, erano conosciute da tutti per l'aiuto che offrivano agli iracheni e per il loro rifiuto della guerra. Chi le ha rapite? E a chi  servita la morte di Baldoni? Faccio visita ad Anna Maria Torretta, la madre di Simona, una donna che non perde la sua forza e dignit nei lunghi giorni di angoscia, colpita come altri innocenti di ogni nazionalit e religione da una guerra inutile. La vado a trovare nel suo piccolo appartamento in un quartiere popolare di Roma, il giorno in cui una falsa rivendicazione annuncia che le due ragazze sono state uccise. Ho voluto condividere per un momento il dolore di una madre e di una famiglia trascinate nel vortice di un conflitto che  sfuggito al controllo di chi l'ha voluto.
Tra le immagini che si accumulano in questa estate di furore e di sangue, una stretta di mano tra il presidente statunitense e il segretario generale dell'Onu. Hanno posato per i fotografi a New York in occasione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Dietro i sorrisi di circostanza, tutto divide questi due uomini. Bush parla di un Iraq in marcia verso la democrazia, Kof Annan rifiuta di farsi carico di un processo elettorale ipotecato dalla violenza. Bush parla di un mondo pi sicuro da quando Saddam non  pi al potere e Annan di una guerra illegale, fonte di nuovi odii.
Altre immagini si sovrappongono: la Francia si mobilita per i due giornalisti scomparsi, anche loro, sulla strada per Najaf; due ostaggi americani vengono decapitati; viene ucciso sotto l'occhio di una videocamera l'imprenditore italo-iracheno Ayad Anwar Wali; Falluja viene quotidianamente bombardata dai caccia americani; madri piangono i loro figli sepolti sotto le macerie; in Inghilterra, un'anziana signora dal volto bagnato di lacrime supplica invano i rapitori di suo figlio (la notizia della sua decapitazione arriver l'8 ottobre); combattimenti infuriano nelle strade di Sadr City e autobombe esplodono nel cuore di Baghdad.
Conclusione a Washington dell'ultima inchiesta di 1000 pagine dei servizi segreti sulle armi di distruzione di massa: Saddam non ne aveva. Il capo degli ispettori americani, Charles Duelfer, ha spiegato in ottobre davanti al Congresso che l'arsenale proibito non esisteva, che il rais manteneva l'intenzione di procurarselo, ma che dopo la guerra del Golfo del 1991 la capacit dell'Iraq di produrre armi  stata praticamente inesistente. Come ha commentato il "New York Times", " fastidioso sentire Bush e il vice presidente Cheney continuare a giustificare l'invasione sulla base del fatto che dopo l'11 settembre l'Iraq era il posto migliore dove i terroristi potevano procurarsi armi proibite. Anche se Saddam avesse voluto armarli - il che  discutibile - non avrebbe avuto nulla da dargli".
A settembre l'amministrazione Bush sottrae 3,5 miliardi di dollari stanziati per progetti di sviluppo in Iraq, per destinarli al finanziamento delle forze di sicurezza irachene. Siamo in piena "vietnamizzazione": il disimpegno militare degli Stati Uniti che hanno lasciato l'esercito di Saigon a combattere contro il Vietnam del Nord e i vietcong. Un fallimento totale.
In questa ridda di avvenimenti voglio cercare di recuperare la distanza indispensabile per una valutazione storico-politica il pi corretta possibile. E` per questo che sono andata a Beirut e a Teheran, le capitali di due Paesi passati attraverso terribili convulsioni e tuttavia in qualche modo placati dalla storia. In Iraq dominano comprensibilmente ancora le emozioni e l'analisi fa fatica a imporsi. Ma i potenti che ci governano devono provare a guidare la dinamica irachena. Come scrive sul "Financial Times" del 14 settembre Francis Fukuyama, che aveva a torto predetto la fine della storia: "Il prossimo presidente americano dovr ripensare l'Iraq".
Il frastuono della guerra che mi riempie le orecchie risuona in ogni angolo del mondo. Come un avvertimento. L'angoscia  palpabile nei commenti, nelle domande, nelle preoccupazioni. Rinascono vecchie paure: "loro" contro di "noi", cristiani contro musulmani, arabi contro occidentali. E` urgente trovare una soluzione politica.
Ma i responsabili di Washington sembrano limitarsi alle mezze misure. Rumsfeld spiega che le elezioni previste in Iraq per gennaio si terranno l dove la sicurezza lo permetter. In altre parole, le zone ribelli saranno private del voto: questo rischia di escludere molti iracheni. E di rendere illegittima ogni parvenza di democrazia. Powell, invece, lancia l'idea di una conferenza internazionale. Ma guai a parlare di occupazione americana n tanto meno a invitare coloro che da mesi la combattono. Temo che, per l'ennesima volta, l'amministrazione Bush stia sbagliando sia la diagnosi sia la terapia.
La stampa  pi diretta. Comincia a parlare della sola possibile via d'uscita. Scrive il 10 settembre il "Financial Times": "Le truppe americane sono un elemento del problema invece che della soluzione:  tempo di pensare a un ritiro dall'Iraq". L'editorialista suggerisce un piano di partenza graduale per permettere alle forze di sicurezza irachene di subentrare senza tuttavia dare l'impressione, come fanno oggi (e come avveniva per l'Els in Libano), di essere una milizia ausiliaria al soldo degli occupanti. "Il caos  un enorme rischio e le forze di occupazione da sempre giustificano il mantenimento della loro presenza con questo rischio. Ma il caos c' gi, e la potenza che ne  in larga parte responsabile deve preparare fin d'ora il suo ritiro e lasciare che gli iracheni provino a uscirne da soli."
I giornalisti americani, cos attenti a non vedersi accusare di tradimento, sono sulla stessa lunghezza d'onda: Questa guerra si pu vincere? si chiede il settimanale "Time". E se gli americani semplicemente se ne andassero? osa il "New York Times". Ovviamente, in piena campagna elettorale, Bush ripete come un vecchio disco che va tutto bene. Ma le ambizioni americane in Iraq stanno agonizzando e ostinarsi a rimuovere la sconftta  un'operazione che si paga giorno dopo giorno con vite spezzate e speranze deluse.
In Libano, gli israeliani hanno impiegato pi di 22 anni ad andarsene. Hanno sconftto militarmente i "terroristi", i palestinesi, senza tuttavia riuscire a liberarsene. Hanno poi capito a loro spese il pericolo di ignorare gli sciiti, una comunit disposta al martirio. Oggi gli strateghi americani dovrebbero tener presente quello che  successo ai loro migliori alleati.
Sarebbe sufficiente trarre una lezione dai fatti avvenuti in agosto a Najaf per evitare errori che potrebbero spingere i fedeli di Ali a una ribellione generale. Per molti sciiti i combattimenti sono stati una nuova battaglia di Karbala che ha rafforzato la loro avversione per gli oppressori.
Al-Sistani, assente al momento dell'assedio della citt santa,  rientrato da Londra dove era stato sottoposto a cure mediche. Alcuni avevano visto nella sua partenza un eclissi diplomatica, un tacito consenso all'eliminazione di al-Sadr. E` tuttavia innegabile che al suo ritorno sia riuscito laddove il governo di Allawi aveva fallito: ha rapidamente ottenuto un accordo politico che ha permesso ai "sadristi" di lasciare la moschea, e al comando americano insieme al governo iracheno di affermare di aver ristabilito la propria autorit.
Il vecchio ayatollah, accolto - fatte le debite proporzioni -come Khomeini al suo ritorno dall'esilio in Francia, si  presentato come il rimedio supremo, l'arbitro incontestabile.
E` dunque indispensabile includere il grande ayatollah di Najaf nella costruzione del futuro politico iracheno. Ma questo accadr alle sue condizioni: al-Sistani pretende le elezioni e il ritiro dell'occupante. Se gli americani non potranno garantire lo svolgimento di una consultazione elettorale, dimostreranno la loro impotenza. Devono dunque negoziare con chi ha la capacit di convincere i ribelli a deporre le armi, ovvero i religiosi. Anche l'inclusione - con o senza Moqtada al-Sadr - del "sadrismo"  una necessit. Sar probabilmente per molto tempo ancora l'unica corrente politica e sociale capace di rappresentare gli sciiti pi diseredati e indifesi. Pi i "sadristi" saranno esclusi dal potere, pi si accentuer il loro ruolo di disturbo: bisogna accelerare il passaggio dallo status di "resistenza" a quello di partnership politica, come avvenne dal 1991 per Hezbollah in Libano. Un primo passo in questa direzione  forse l'annuncio, all'inizio di ottobre, del disarmo dell'esercito del Mahdi, la milizia del giovane ribelle.
Gli americani intanto continuano ad agitare lo spettro della guerra civile. Ma al-Sistani, per il quale una guerra fratricida sarebbe la peggiore delle conseguenze, sapr tenere in considerazione anche le preoccupazioni dei sunniti. Grande sostenitore di uno Stato unitario, incontrer maggiori difficolt con i curdi, che non vogliono comprensibilmente rinunciare alla tanto agognata autonomia garantita di fatto dagli Stati Uniti da oltre 13 anni. I curdi per si sono dimostrati abbastanza flessibili, in una regione in cui sono circondati da Stati contrari a qualunque loro desiderio di indipendenza.
Accettare gli sciiti come elemento cruciale per il futuro politico iracheno non significa condannare il Paese a una dittatura religiosa, come fu l'Iran del periodo post-rivoluzionario. La guerra contro l'Iraq negli anni Ottanta e l'ostilit del mondo occidentale verso Teheran sono stati, come abbiamo visto, decisivi nella creazione di un regime autoritario e autarchico. Oggi nella societ iraniana  intenso il dibattito sulle libert politiche e gli stessi religiosi sembrano pronti a mettere in discussione il loro ruolo nella gestione degli affari dello Stato.
Gli sciiti iracheni non hanno intenzione di imitare i loro cugini iraniani e non hanno alcun interesse a mettersi sotto la loro ala. L'Iraq, liberato dall'occupazione, potr rapidamente arrivare a un potere gestito dalle varie componenti della societ. Per il momento, i capi religiosi, sciiti e sunniti, sembrano gli unici capaci di creare le condizioni per una pacificazione della lotta politica. Come hanno dimostrato la guerra in Libano e gli anni di assedio vissuti dalla rivoluzione iraniana, la percezione di un'aggressione straniera  un potente motore per la resistenza e il terrorismo. Dobbiamo risparmiare all'Iraq una sanguinosa deviazione verso altri anni di guerra. Forse occorre semplicemente un po' di coraggio.
All'inizio di questo libro, mi ero posta una domanda: bisogna avere paura degli sciiti? E` ancora una domanda di grande attualit. La risposta  semplice. Come diceva il presidente Franklin D. Roosevelt, "la sola cosa di cui dobbiamo avere paura  la paura". E la paura ci ha fatto commettere terribili errori. Non ripetiamoli.

POSTFAZIONE. DA ROMA A BRUXELLES: LA STESSA PASSIONE.

ALLA   FINE   DI   QUESTO   LIBRO, Credo sia giusto spiegare a chi mi ha seguito fin qui le ragioni del cambiamento importante intervenuto nella mia vita: l'allontanamento dal giornalismo per dedicarmi alla politica.
E` stata una scelta maturata in pochissimo tempo. Anche se da mesi mi stavo interrogando sul mio crescente disagio di lavorare come giornalista in un servizio pubblico sempre meno pubblico. Sempre pi controllato dal padrone unico delle televisioni italiane. Sempre pi omologato al pensiero unico della maggioranza di governo. Sempre meno rispettoso del cittadino che paga il canone e che ha il diritto di avere un'informazione il pi corretta e completa possibile. Uno strazio per me ma anche per molti altri colleghi che da sempre credono nella missione della Rai. Cos alla fine dell'aprile 2004 ho deciso di prendere un'altra strada, quella della politica, senza smettere tuttavia di sentirmi giornalista. E come potrei, dopo aver raccontato e "tradotto" per vent'anni con passione e tutta l'onest intellettuale di cui sono capace la complessa realt che ci circonda? Continuer dunque a girare il mondo e a sforzarmi di interpretarlo, ma con un ruolo diverso.
In realt, sul terreno della politica sono stata trascinata anche da giornalista. Da tempo i miei servizi dall'Iraq erano finiti nel mirino di parlamentari del centrodestra, che mi accusavano in buona sostanza di collusione con il nemico. La cosa che parve assolutamente intollerabile fu che io usassi, nei miei collegamenti da Baghdad, il termine "resistenza irachena" (pur accompagnato dall'aggettivo "sedicente"). E a Porta a porta, all'inizio dell'aprile scorso, il pi illustre degli ospiti di Bruno Vespa, il ministro degli Esteri Franco Frattini, me lo rinfacci in diretta. "Ma quale resistenza, signora Gruber, quelli sono guerriglieri e terroristi!" Sulla questione, non propriamente semantica, si era in effetti esercitata da tempo la compatta schiera dei commentatori "interventisti", spesso incuranti dei fatti ma intransigenti nell'esigere la loro corretta classificazione: quindi "liberazione" e non "occupazione", "ostaggi" (quando sono nostri) e "prigionieri" (quando sono soldati loro), e, appunto, "terrorismo". Mai "resistenza". Un tab linguistico difeso a oltranza solo dalla destra italiana, perch negli Stati Uniti tutti, ma proprio tutti - dal riluttante presidente Bush al pragmatico Powell, dai principali quotidiani alle reti televisive - non temono di chiamare le cose con il loro nome, resistenza irachena compresa. E chi avr avuto la pazienza di seguirmi fin qui sapr ormai distinguere tra l'orgogliosa rivendicazione di una comune appartenenza culturale - quindi religiosa, etnica, tribale, nazionale - e le gesta del terrorismo integralista. Una differenza che i cronisti colgono e che forse, per il bene di tutti, dovrebbero cogliere anche i politici.
Non succede spesso che l'inviato di un telegiornale sia redarguito in diretta tv dal ministro degli Esteri del proprio Paese (ma in questo Frattini non faceva che seguire, a distanza, le orme del capo del suo governo, che in televisione, dalla Bulgaria, aveva licenziato due giornalisti come Enzo Biagi e Michele Santoro). In ogni caso non era mai capitato a me. Convinta come sono che un giornalista del servizio pubblico abbia degli obblighi di correttezza e di imparzialit che non contemplano l'esercizio del diritto di replica e sconsigliano il battibecco, quella sera abbozzai. L'importante era che quel tormento finisse e che potessi tornare al mio albergo, dopo 16 ore passate tra le strade di Baghdad e il terrazzo delle dirette con Roma. Ma quella notte, nella mia stanza al terzo piano, faticai pi del solito a prendere sonno. Per poter combattere ad armi pari, pensavo, dovresti fare il loro mestiere. Dovresti fare politica.
L'idea di cambiar vita  un brivido a costo zero che tutti ogni tanto ci concediamo. E anche per me la cosa sarebbe probabilmente finita l se qualche giorno dopo - sollecitati da un collega che stimo e che ora si  imbarcato nella mia stessa avventura - prima i segretari dei partiti d'opposizione poi il leader dell'Ulivo, Romano Prodi, non mi avessero proposto una candidatura al Parlamento europeo. Nonostante il mio segno zodiacale autorizzi scelte impetuose e persino passionali, debbo dire che la proposta mi tolse definitivamente il sonno. Forse per le mie origini, sicuramente per l'educazione rigorosa ricevuta in famiglia, sono incline a pensare che ciascuno debba far bene il proprio dovere, quale che sia. E tra i doveri del giornalista Rai c' secondo me anche quello di stare alla larga non dico dalle segreterie, ma anche dalle sezioni di partito. Non certo perch siano luoghi poco raccomandabili - anzi: l c' spesso molto da imparare - ma perch il giornalista del servizio pubblico dovrebbe essere un po' come la moglie di Cesare, al di sopra di ogni possibile sospetto e diceria. E infatti, in vent'anni di Rai l'unica tessera che mi sono concessa  stata quella del sindacato aziendale, usata, quando mi  capitato di aver voce in capitolo, per chiedere che i giornalisti fossero assunti per concorso pubblico e non su designazione dei partiti. Una battaglia che aveva suscitato poco entusiasmo anche nelle file della sinistra.
D'altra parte, ben prima di tornare a Baghdad come inviata del Tg1, mi ero posta il problema della mia - chiamiamola cos - compatibilit con un'informazione totalmente asservita alla retorica dominante che attualmente governa l'Italia. Questo malessere, che poi avrei cercato di riassumere nella mia lettera di dimissioni dal Tg1, altro non era che la constatazione dell'impossibilit oggettiva di fornire un'informazione scrupolosa e onesta in un sistema radiotelevisivo posseduto, direttamente o indirettamente, da un unico proprietario che di mestiere fa l'editore, il leader di un partito e il presidente del Consiglio. Scenario tragicomico, considerando che non siamo una satrapia orientale. Aver detto questa cosa banale, aggiungendo qualche altra considerazione sul conflitto d'interessi e sull'omologazione della cultura televisiva, mi ha procurato in quella che considero ancora la "mia" azienda una raffica di contumelie e inimicizie che, temo, mi accompagneranno per tutta la vita.
Pazienza. Fatto sta che, dopo aver deciso di saltare il fosso, di mettere nuovamente il mio volto, la mia competenza e il mio impegno al servizio del pubblico, ma questa volta in politica, mi fu subito chiaro che su due temi avrei dovuto dare battaglia: il pluralismo dei media e l'Iraq. Due temi peraltro strettamente intrecciati, visto che nelle fasi acute delle crisi internazionali il ruolo dei mezzi di comunicazione  ormai decisivo quanto quello degli eserciti. L'annuncio della mia candidatura al Parlamento europeo era caduto nel pieno della vicenda dei quattro ostaggi italiani, conclusasi tragicamente per Fabrizio Quattrocchi, e alla vigilia della visita di Bush a Roma. In epoca non sospetta (quando cio tutto si poteva pensare tranne che l'avrei usato come argomento di campagna elettorale) avevo scritto un libro (7miei giorni a Baghdad) per raccontare gli sviluppi prevedibili di una guerra che non si sarebbe dovuta fare, e certo non mi tirai indietro quando si tratt di spiegare meglio, nelle piazze, le ragioni del mio dissenso nei confronti del nostro governo ma soprattutto dell'amministrazione di George W. Bush.
Mi guidava, e mi guida, l'idea che l'Europa debba uscire dal suo guscio per assumersi inedite e grandi responsabilit nella politica internazionale, che non possa limitarsi alla difesa dei suoi interessi commerciali. Che debba collaborare e competere con gli Stati Uniti e, in futuro, con la Cina non solo nella produzione e negli scambi, ma anche per garantire al mondo un governo condiviso e pacifico. Di questa Europa forte oggi potrebbero avvantaggiarsi anche i miei amici iracheni, protagonisti ma soprattutto vittime di una tragedia le cui reali dimensioni temo sfuggano a gran parte dell'opinione pubblica. Non  questo il cammino intrapreso da Silvio Berlusconi e dai neoconservatori nostrani suoi amici. In nome di un malinteso atlantismo finiscono quasi sempre per rinunciare a quel ruolo di contrappeso e di "amicizia dialettica" che altri governi, non certo anti-americani, hanno in passato saputo difendere. Ma l'Europa dei nostri neocon ha i confini ristretti a quasi due sole citt, Londra e Varsavia, essendo ritenute Parigi, Berlino e ora anche Madrid terre d'imbelli disertori.
La presenza militare italiana in Iraq - decisa in assenza di un mandato Onu e in contrasto con gli orientamenti di gran parte dei nostri partner europei, Francia e Germania in testa - ha assunto inevitabilmente quelle caratteristiche di ambiguit che sono una costante della nostra politica estera. All'insegna del "faccio ma non dico", la missione umanitaria in assetto da combattimento ha finito per iscrivere l'Italia nel novero dei Paesi belligeranti. Gli umori che avevo raccolto a Baghdad corrispondevano d'altra parte all'esito di un sondaggio commissionato dall'amministrazione americana: il 92 per cento degli iracheni considerava e considera i militari occidentali come forze d'occupazione e non come liberatori. "L'Iraq agli iracheni"  stato dunque uno degli slogan della mia campagna elettorale. Come tutti gli slogan, anche questo non rende giustizia alla complessit del problema che sottende. Innescare e garantire un autentico processo di autodeterminazione di quel popolo  infatti pi complicato che mobilitare i tank e i bombardieri, ma  anche l'unico progetto realistico. Un coinvolgimento effettivo e non propagandistico degli iracheni, la ricostruzione paziente del mosaico delle loro appartenenze, la restituzione dei diritti statuali espropriati, tutto ci richiede un approccio politico sconosciuto alle lobby delle armi e del petrolio, cos influenti nelle scelte di George W. Bush.
Questa infinita guerra irachena ha prodotto cumuli di rovine non solo tra il Tigri e l'Eufrate. E` stato fatto a pezzi un bene universale come il diritto, liquidato perch obsoleto, ottocentesco, inservibile. Sull'ineluttabile e opportuno declino del diritto internazionale sono state scritte pagine memorabili anche in Italia, dove come  noto abbondano i cattivi maestri. Si  accolta con giubilo incosciente l'affermazione di una nuova, modernissima teoria, quella della guerra preventiva. Si  fatta la conta degli Stati canaglia, con opportune omissioni. Si  teorizzato e decretato il coma irreversibile dell'Onu. Si  mentito a voce alta, sempre pi alta. E con la menzogna si  giustificato l'intervento in Iraq.
Questi argomenti sono stati al centro della mia campagna elettorale, una galoppata frenetica, direi micidiale, attraverso le otto regioni in cui mi sono presentata. Quaranta giorni in cui ho capito che non siamo mai soli con i nostri pensieri, le nostre paure e i nostri sogni. Sono stata eletta al Parlamento europeo con 1.117.984 preferenze e ora guider la delegazione per le relazioni con i Paesi del Golfo. Faccio inoltre parte della commissione Affari esteri con l'incarico di shadow rapporteur (relatore ombra) sul dossier Iraq, e siedo nella commissione Libert pubbliche che si occupa, tra l'altro, anche di libert d'informazione. In un certo senso, un ritorno a casa.
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FINE.